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Erotika
ANTONELLA · Cap. 8
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Capitolo 8 di 8 17 min di lettura

LA VENDETTA DI MONTI

Monti per vendicarsi di essere stato licenziato si fa assumere dal suo amico proprietario della Pinacoteca e blocca la mostra di Antonella.

Anna Bolerani
11 mesi fa · 514 letture · 0

al letto a baldacchino. Il sapore salmastro della sua figa si confuse col rossetto amaranto quando la mia lingua percorse le sue pieghe. Le sue mani nei miei capelli controllavano il ritmo. "Più piano" gemette "voglio sentire ogni strisciata". Fuori, il rombo di un motorino si perse nel crepuscolo. Quando le mie dita sostituirono la lingua, lei mi tirò su con uno strattone. "Il tuo turno" disse aprendo il cassetto del comodino. La cintura di cuoio nero luccicò alla fioca luce. "Monti non è l'unico che sa punire".Mi fece piegare sul davanzale, la fronte contro i vetri freddi che affacciavano sui tetti bagnati. La prima frustata mi sorprese, un fuoco improvviso sulle natiche già martoriate. "Conta!" ordinò. "Uno" ansimai. La seconda scoccò più forte, sovrapponendosi ai segni di Luis. "D-due..." Le frustate si alternavano alla penetrazione profonda delle dita mentre il mio riflesso tremolava nel vetro. Alla quinta, la pelle pulsava di dolore trasformato in piacere. "Bene" sussurrò posando la cinghia. Le sue labbra baciarono le ferite mentre le dita mi aprivano ulteriormente. "Ora festeggiamo". Mi trascinò sul letto, la sua bocca che inseguiva il mio clitoride come una preda. Quando il primo orgasmo mi scosse, le sue dita erano ancora conficcate nel mio retto. Il telefono sul comodino vibrò. Il display mostrava "Ettore". "Ignoralo" ordinò Ilenia affondando i denti nella mia coscia. La luce morente del tramonto dipingeva di viola le nostre ombre intrecciate. Fuori, sotto i portici, qualcuno stava fumando. L'odore di sigaretta filtrò dalla finestra socchiusa insieme alla promessa delle nuove battaglie che Monti avrebbe scatenato. Godemmo entrambe più volte**, le mie convulsioni mescolate ai suoi gemiti rochi mentre mi mordeva la spalla. Ilenia sapeva esattamente dove premere, come piegare le dita dentro di me per farmi urlare contro il velluto del copriletto. La terza volta persi il conto delle dita—quattro? cinque?—ma il dolore si fuse col piacere in un lampo bianco che mi fece vedere stelle nel soffitto a specchio. Lei rise, un suono basso e soddisfatto, le labbra ancora umide del mio sapore. "Sei una troia meravigliosa" sibilò, leccando il sudore dalla mia clavicola. Mi voltai a guardarla: gli occhi verdi erano pozze di fiamma nel buio, i capelli ramati sparsi sul cuscino come sangue versato.Lasciai l'hotel stordita, il mio passo barcollante sul pavimento a scacchi della hall. Il portiere mi fissò senza espressione mentre attraversavo la porte girevoli. Ilenia era rimasta a fare un bagno nella vasca idromassaggio. La pioggia notturna aveva lavato i marciapiedi, lasciando pozze che riflettevano i lampioni come occhi gialli. Camminai verso casa sentendo ancora le dita di Ilenia nel mio culo aperto, il bruciore delle frustate che pulsava a ogni passo. Il mio corpo era un territorio di guerra: segni di Luis sopra quelli di Ettore, sopra le nuove mappe tracciate da Ilenia. Ogni dolore era un ricordo che gridava ancora. Al semaforo, una macchina frenò bruscamente. Dietro il vetro appannato intravidi il profilo di Monti. I suoi occhi erano buchi neri nella carne pallida. Mi passò accelerando troppo vicino, schizzandomi d'acqua il soprabito. Le sue ruote stridettero sull'asfalto bagnato mentre spariva nell'oscurità di via Fontana. Un brivido mi corse lungo la schiena—non paura, ma eccitazione. Giunta sotto casa, il mio riflesso tremolò nei vetri dell'ascensore. Premetti il citofono. "Sono io," sussurrai alla griglia fredda. La serratura borbottò in risposta. Salii le scale sentendo l'umido della pioggia che si diffondeva nell'aria stagnante. Entrai in casa, Il corridoio odorava di legno vecchio e sigarette, traccia di Luis che aveva fumato lì la sera prima. Ettore era seduto al tavolo della cucina con una bottiglia di Brunello mezzo vuota. La luce della lampada da scrivania tagliava il suo viso a metà: occhi lucidi da ubriaco sopra una bocca serrata. Sul tavolo, accanto al calice, luccicava la mia collana d'oro, quella che portavo sempre. L'avevo dimenticata sul comodino dell'Hotel Belvedere. "L'ha portata poco un fattorino dell'Hotel Belvedere. Qualcuno te l'ha fatta recapitare con questo biglietto: "Tesoro, l'ho trovata prima di uscire sul comodino della stanza 304. P.S. Sei stata favolosa." Ti sei dimenticata di dirgli che eri a cena con dei mecenati?"Mi bloccai sulla soglia, la porta ancora socchiusa alle mie spalle. Le chiavi mi scivolarono di mano, tintinnando sul pavimento di marmo. "Ettore, posso spiegarti..." dissi. Lui si alzò lentamente, il riflesso del vino rosso nei bicchieri tremolava come un avvertimento. Senza parlare, avanzò verso di me. Sentii il calore del suo respiro alcolico mescolarsi all'odore della pioggia sul mio cappotto. Le sue mani mi afferrarono le braccia, le dita che affondavano nella carne sopra i lividi lasciati dalle cinghiate di Ilenia. "Spiegami una cosa sola," sussurrò girandomi di forza verso lo specchio dell'ingresso. La sua voce era gelida contro il mio orecchio: "Mentre quel sudicio di Monti ti scopava , pensavi al mio cazzo dentro di te?" La sua mano schiaffeggiò la mia natica sinistra, proprio sulla frustata più fresca. Un guizzo di dolore mi fece contrarre i muscoli mentre nel vetro vedevo i suoi occhi diventare pozze nere. "Rispondi!" La presa si strinse, gli anelli che mi segnavano la pelle sopra il segno dei denti di Ilenia.Mi voltai di scatto nella sua stretta. La mia fronte sfiorò il suo mento. "Non è come pensi!" sbottai, il respiro corto. "Non ho scopato con Monti, te lo giuro" Gli occhi di Ettore si strinsero. Il silenzio crebbe, rotto solo dal ticchettio della pendola nel salotto. "Con chi allora?" chiese, le parole pesanti come macigni. "Con Ilenia," confessai sentendo bruciarmi la gola. "Era con me all'Hotel Belvedere." Il mio sguardo cadde sulla collana sul tavolo mentre le sue dita mi lasciavano lentamente. "Quando... quando ci siamo baciate sul letto, mi sono tolta la collana. L'ho appoggiata sul comodino." Mi accorsi di tremare. "È lì che l'ho dimenticata. Sei stato tu a dirmi che se mi piaceva potevo incontrarla ancora.""E perché non me lo hai detto ed hai inventato quella storia dei mecenati.?""Scusami, hai ragione ho sbagliato, Perdonami. "gli dissi allungando la mia mia mano sulla sua sua patta. "Mi ha frustato e poi mi ha scopavamo, e mentre godevo pensavo al tuo cazzo nel mio culo oggi in ascensore. Te lo giuro" Senza che lui avesse il tempo di ribattere mi inginocchiai, gli slaccia i pantaloni e iniziai a baciarlo e leccarlo . Lui mugolò e mi mise la mano sulla testa, muovendo il suo cazzo avanti e indietro nella mia bocca . Mi tolsi il cappotto e la camicetta. Poi mi slaccia il reggiseno lasciando libere le mie tette di ondeggiare sotto i movimenti sempre più rapidi della mia bocca. Ettore mi sollevò dal pavimento, le mani sotto le mie ascelle. "Sul divano," ringhiò. Mi trascinò nel salotto, spingendomi contro i cuscini di pelle. Le sue dita strapparono via le mutandine . Mi aprì le gambe con ginocchio, i pantaloni ancora abbassati sui fianchi. "Dimmi la verità," ordinò mentre due dita si insinuavano dentro di me senza preavviso. "Quando ti ha frustata..." Le nocche ruotarono contro le pareti interne sensibili del mio culo ancora aperto. "...Pensavi a questo?" La pressione aumentò, costringendomi ad inarcare la schiena. "Sì!" ansimai aggrappandomi ai braccioli del divano. "Ogni colpo... ogni volta che mi entrava..." Le dita si ritirarono improvvisamente. Sentii la punta del suo cazzo premere sull'ingresso ancora dolorante. "...Pensavo alla tua mano sul mio collo quando mi scopavi nello specchio oggi". Le parole si trasformarono in un lungo gemito quando affondò completamente dentro di me. Il divano cigolò sotto il nostro peso sincronizzato. Fuori, un tuono lontano annunciava che la pioggia non era finita. L'attesa per la mostra si dissolveva nella carne.La punta delle sue dita lasciò segni rossi sulle mie cosce mentre mi inchiodava al divano a pancia in giu. Ogni spinta di Ettore sbatteva il mio petto contro la pelle rigida del bracciolo, il rumore umido dei nostri corpi che si fondevano col rombo del temporale oltre i vetri. "Sì... così!" ansimai, affondando le unghie nelle sue spalle quando il suo cazzo raggiunse il punto bruciante lasciato dalle frustate di Ilenia. La collisione di dolore e piacere mi fece contorcere, le labbra che cercavano le sue cicatrici sul petto..

Prima di andare avanti…

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