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Erotika
Confessioni✍️ · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 14 min di lettura

Tradimento in sessione

una lunga e noiosa sessione mi ha portato ad avere rapporti con una ragazza più piccola.

Astronomo
12 mesi fa · 413 letture · 0

“Ci sei?”

“Sì…”, disse ansimando.

“Vuoi che continuiamo?”

Ci fu una pausa.

Il suo sguardo era rosso, acceso.

Non disse “sì”.

Non servì.

Sfilai le sue mutandine lentamente, mentre lei si stendeva sul sedile.

…Dopo qualche minuto, mentre ancora la stavo toccando, le sussurrai:

“Ti va di spostarci dietro?”

Lei fece un piccolo cenno.

Uscimmo dai sedili anteriori e ci sistemammo dietro, dove c’era più spazio.

Io seduto, lei davanti a me, con le cosce che tremavano ancora un po’.

La presi per i fianchi e lei si mise lentamente a cavalcioni, vestita solo con la maglietta e niente altro sotto.

Mi si aprì davanti.

Le sue cosce piene, il ventre piatto, le mani che si stringevano nervosamente l’una con l’altra.

Le sfilai lentamente la maglietta, rimanendo in silenzio.

I suoi seni grandi mi saltarono davanti, nudi, tesi.

Non resistetti.

Le portai le mani sotto, glieli presi con entrambe le mani, con dolcezza e desiderio insieme.

“Quanto sei bella…”, le sussurrai.

E lei abbassò lo sguardo, rossa, con un mezzo sorriso sulle labbra.

Poi li divorai.

Li baciai, li succhiai piano, con attenzione, mentre lei si aggrappava alle mie spalle, ancora sorpresa da quelle sensazioni nuove.

Ogni volta che sentiva la mia bocca su di sé emetteva un suono strozzato, quasi incredulo.

A un certo punto si fermò e mi guardò.

Seria.

“E tu?”

Capì che voleva vedermi.

Mi spogliai piano, stando attento a non interrompere quella bolla.

Quando fui nudo, lei abbassò gli occhi.

Si morse il labbro, esitò.

Poi allungò la mano, sfiorandomi.

Mi toccò con curiosità e un po’ di paura, come se volesse capire tutto con le dita.

Io le accarezzai il viso.

“Va tutto bene. Sei sicura?”

Annuì, ancora un po’ tremante.

Si rimise lentamente a cavalcioni sopra di me, con il corpo che cercava appoggio, sicurezza.

Io la tenni stretta, le guidai le anche con le mani, mentre lei cercava la posizione.

“Piano…”, sussurrai.

“Ti accompagno io.”

Lei fece un respiro profondo… e avvenne.

La sentii stringermi tutta intorno.

Calda, tesa, stretta.

Fece un piccolo gemito.

Si fermò.

Le accarezzai la schiena, il collo.

“Va tutto bene. Fermati quando vuoi.”

Rimase immobile qualche secondo.

Poi cominciò a muoversi piano, pochissimo.

Un’onda dolce, incerta, ma vera.

Io l’avevo tra le mani.

Era sua la prima volta, ed ero io a viverla con lei.

Come un passaggio di consegna.

Come una strana giustizia del tempo.

…cominciò a muoversi con piccoli colpi lenti, con il respiro sempre più agitato, e le mani sulle mie spalle che cercavano un punto fermo.

La guardavo in viso.

Era bella.

Le guance arrossate, le labbra socchiuse, gli occhi che cercavano i miei per capire se andava tutto bene.

“Va tutto benissimo…” le sussurrai, stringendola piano contro il mio petto.

Lei si affidò.

Piegò la schiena leggermente, e io le afferrai i fianchi, accompagnando i suoi movimenti.

Piano.

Forte.

Ancora piano.

Ogni volta che scendeva sentivo la sua stretta aumentare, e la sua voce che si faceva un po’ più viva.

Gemiti dolci, trattenuti, come se avesse paura a lasciarsi andare davvero.

E io glielo dicevo.

“Fallo. Se ti va, fallo. Nessuno ti sente.”

Mi avvicinavo al suo seno, baciandolo di nuovo, lasciandoci la bocca, i denti, le mani.

E lei si muoveva sempre meglio, un po’ più decisa, con quel mix di paura e voglia che solo una prima volta può regalare.

Poi, a un certo punto, si fermò.

Aveva gli occhi lucidi.

“Fa male?”, le chiesi.

“No… ma è tanto. È strano… bello ma tanto.”

La strinsi, e ci fermammo un attimo così.

Poi, senza dirlo, ricominciò da sola.

Un ritmo più lento, più profondo.

Le mie mani scorrevano su di lei.

Dal fondoschiena morbido e pieno, alla schiena liscia, alla nuca dove infilai le dita per tirarla leggermente a me e baciarla.

Quel bacio fu diverso.

Lento, carico.

Lei ci mise tutta sé stessa.

Quando cominciò a muoversi più forte, capii che ci stava entrando davvero.

Mi guardava in viso, a volte abbassava gli occhi, poi li rialzava.

Io la prendevo sempre più con le mani, guidandola, affondando anche io sotto di lei.

Ci veniva da ridere, da gemere, da stringerci forte.

A un certo punto, con una mossa naturale, la sollevai piano e la girai, adagiarla sotto di me.

“Ora tocca a me…”, le sussurrai con un mezzo sorriso.

Lei spalancò gli occhi.

Mi fissava.

La baciai di nuovo, e ricominciai a muovermi dentro di lei, con dolcezza ma sempre più deciso.

E lì fu tutto diverso.

Le sue mani sul mio petto, la sua bocca socchiusa che si apriva a ogni affondo, e i suoi occhi che sembravano brillare.

La pelle sudata, i corpi incollati.

Un rumore umido e ritmico che si faceva sempre più evidente nella macchina chiusa.

Ogni movimento più profondo la faceva tremare, e io stringevo i denti, cercando di trattenermi.

Poi, mentre le baciavo il collo e le spingevo le gambe un po’ più su, le sussurrai:

“Ci sei?”

Lei annuì, mordendosi il labbro.

E poi la vidi chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

Venimmo quasi insieme.

Con un misto di sorpresa, calore e fatica.

I suoi gemiti quasi spezzati contro il mio orecchio, le sue unghie leggere sulla mia schiena.

Fu forte.

Reale.

Indelebile.

Rimanemmo abbracciati lì dentro, ancora nudi, a respirare forte.

Io con la testa sul suo seno, lei con le dita che mi accarezzavano piano i capelli, senza dire nulla.

“È tutto ok?”, le chiesi dopo un po’.

“Sì… grazie.”, mi disse piano.

E mi sorrise.

Con quel sorriso piccolo, ancora impaurito, ma fiero.

Non so se fu il silenzio.

O il modo in cui lei mi accarezzava ancora, con la punta delle dita sulle costole.

O il fatto che i suoi capezzoli, ancora tesi, sfioravano appena il mio petto nudo ogni volta che respirava.

Ma mi bastò un attimo per capire che non era finita.

La guardai, le presi il viso tra le mani, e le diedi un bacio lento.

Non uno di quelli teneri.

Uno più profondo.

Con la lingua, le labbra, il respiro più caldo.

Lei mi guardò stranita, sorpresa, ma non si tirò indietro.

“Hai ancora voglia?”, le sussurrai.

Mi fece un piccolo cenno col capo, timido.

E allora la presi.

Le afferrai il seno con entrambe le mani, stringendolo con più decisione, godendomi il peso pieno e perfetto, i capezzoli duri sotto i pollici.

“Lo sai che potrei stare ore solo così…”, le dissi, “…a stringerti queste tette e a baciartele piano.”

Lei arrossì, si morse il labbro, e fece un mezzo sorriso.

Mi ci buttai sopra.

Le presi un capezzolo tra le labbra, poi l’altro, succhiandolo con più forza.

Le mani che la stringevano da sotto, affondando nei suoi seni morbidi e sodi.

Lei si inarcava piano, stringeva le cosce contro il mio bacino, e gemeva.

Più forte di prima.

Le sussurrai all’orecchio, con voce roca:

“Un giorno… quando sarai pronta…mi devi fare una bella spagnola. Ma fatta bene, come si deve.”

Lei sorrise, quasi vergognandosi.

“Non l’ho mai fatta…”, mormorò.

“Lo so.”, risposi, leccandole un capezzolo con lentezza esasperante, “Ma ti verrà naturale, fidati.”

Avevo preso il controllo.

Ero sopra di lei, le baciavo il collo, la leccavo tra i seni, e intanto le mani le tenevano ferme le braccia sopra la testa.

“Ora lasciati andare…”, le dissi.

“Lascia fare a me.”

Scivolai più in basso, tra le sue cosce.

Era ancora bagnata.

Ma più rilassata.

Più pronta.

Aprii il cassetto, presi un altro preservativo, me lo infilai con calma mentre lei mi guardava con occhi spalancati e pieni di desiderio.

Poi la girai, con una lentezza calcolata.

La misi a quattro zampe sul sedile dietro.

Le accarezzai il fondoschiena pieno, ne presi una chiappa tra le mani e gliela baciai piano.

Lei si voltò, inarcando la schiena.

Le entrai di nuovo.

Un po’ alla volta.

Più deciso.

Lei lanciò un gemito più alto, con le mani aggrappate al sedile, i capelli che le cadevano sul viso.

La tenevo per i fianchi, affondavo con un ritmo lento ma profondo, mentre il rumore dei nostri corpi riempiva lo spazio ristretto.

Ogni tanto, quando rallentavo, le afferravo il seno da sotto, stringendolo forte, affondandoci le dita con un senso di possesso.

“Ce l’hai troppo bello questo seno, Viola… davvero troppo.”

Lei gemeva solo il mio nome.

A un certo punto, si girò appena e mi disse:

“Continua così… non ti fermare.”

E io continuai.

Senza fermarmi, senza distrarmi.

Fino a che i suoi gemiti si fecero più forti, più veloci, quasi scomposti.

E lì le presi i capelli, le sollevai il busto leggermente, la baciai dietro l’orecchio e le dissi:

“Vieni con me. Dai.”

E ci arrivammo insieme.

Ancora.

Ancora più intensamente.

Alla fine ognuno per la sua strada.

Nei giorni seguenti lei mi scriveva spesso.

Messaggi, vocali, domande inutili, frasi dolci.

Era presa.

Ma io avevo la testa altrove.

La sessione mi stava uccidendo e sinceramente… non avevo voglia di complicarmi la vita.

Un giorno, tra un ripasso e l’altro, le scrissi chiaramente che ero fidanzato.

Non so se fosse davvero una sorpresa per lei, suppongo l’avesse già capito.

Aggiunsi anche che era troppo piccola, che non cercavo una relazione con lei.

Ma se voleva…

Beh, se voleva, potevamo continuare a scopare.

Niente più, niente meno.

Ovviamente, dopo quella frase, le cose cambiarono.

Non ci fu un litigio vero, nessuna scenata.

Ma semplicemente… la cosa morì.

Come un po’ mi aspettavo.

E come, sotto sotto, volevo.

Fine.

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Scritto da
Astronomo

Salve, io sono Astronomo e sono un aspirante scrittore, nonché amante dei racconti spicy (anche se al momento sto ancora migliorando). spero che i miei racconti possano piacere.

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