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Erotika
Confessioni✍️ · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 14 min di lettura

Tradimento in sessione

una lunga e noiosa sessione mi ha portato ad avere rapporti con una ragazza più piccola.

Astronomo
12 mesi fa · 413 letture · 0

Gennaio 2025 è stato uno dei mesi più assurdi e strani della mia vita. E forse, in fondo, anche uno dei più intensi.

Ero in piena sessione d’esami. Tutti i giorni la stessa identica routine: sveglia, colazione veloce e poi subito in videochiamata con la mia ragazza. Studiavamo insieme, ore e ore davanti allo schermo, libri aperti, dispense ovunque e la tensione che aumentava ogni giorno di più.

Non che fosse una cattiva compagnia, anzi. Però capirai… quando sei costantemente in ansia per gli esami, e la persona con cui stai vive la stessa ansia, il clima non è esattamente quello ideale per tenere vivo il desiderio.

Il sesso in quel periodo praticamente non esisteva. Lei era presa, stanca, sempre con la testa altrove. E io? Io mi stavo lentamente prosciugando.

Non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Frustrato. Irritabile. Avevo bisogno di respirare, di staccare, anche solo un’ora al giorno.

L’unica vera parentesi in cui sentivo un po’ d’aria era la palestra. Ogni mattina, per due ore, mi allenavo. Era il mio piccolo spazio di libertà, di sfogo.

Ma anche lì, mentre spingevo sui pesi o correvo sul tapis roulant, la mente correva altrove. Non solo agli esami. Correva anche a certe fantasie che in videochiamata non potevano nemmeno affacciarsi.

E così… una mattina, per noia o forse per puro istinto, mi ritrovai a riaprire quell’account Instagram che tenevo solo per cazzeggiare. Un profilo secondario, senza nome, senza foto, dove ogni tanto entravo per guardare storie a caso.

Mai avrei pensato che da lì sarebbe partito qualcosa. E invece…

Durante quelle ore libere in palestra, in cui il corpo lavorava ma la testa viaggiava, iniziai a usare sempre più spesso quel profilo Instagram secondario.

All’inizio solo per noia, per distrarmi tra una serie e l’altra di panca, poi col tempo quasi come fosse un vizio. Scrollavo storie, rispondevo a qualche meme, osservavo profili che con quello reale non avrei mai potuto aprire.

Finché un giorno, tra le richieste, spuntò lei.

Viola.

Non so cosa mi colpì subito. Forse il nome. Forse lo sguardo. Forse quel modo così sottile di mettersi in mostra senza sembrare mai volgare.

Appariva piccolina dalle foto, probabilmente anche più giovane di me, ma aveva un modo di scrivere, parlare e persino vestirsi che sembrava molto più maturo. Sicura, ironica, provocante quanto basta.

Ci scrivemmo per ore, giorni interi. La sera, dopo lo studio, prendevo il telefono e andavo a letto con la sua voce negli audio. Ridevamo, ci raccontavamo assurdità, e con il tempo… diventammo più audaci.

I messaggi si fecero bollenti, le allusioni sempre più esplicite, i suoi audio pieni di malizia.

Viola era presa. Molto.

E io, pur sapendo quanto fosse sbagliato, mi ci lasciai trascinare come se fosse tutto inevitabile.

Anche perché… era davvero difficile resisterle.

Nelle sue foto appariva sempre perfetta: bassa, carnagione chiarissima, quella pelle compatta che sembrava di porcellana. I capelli lunghi e neri, sempre lisciati con cura, come seta. Gli occhi castani, enormi, due fanali sempre truccati benissimo. E quelle labbra carnose, perennemente tinte di rosso vivo, che sembravano fatte apposta per farti pensare a tutto fuorché allo studio.

Il naso era piccolino, quasi da bambolina, e sotto il trucco si intravedeva qualche brufoletto timido, niente che rovinasse l’insieme.

Aveva un seno grande, sodo, sempre coperto da top attillati nelle foto, come se sapesse esattamente cosa mostrare e cosa lasciare immaginare.

Il ventre piatto, tonico, sempre esibito con magliette corte, piercing all’ombelico e pose studiate.

E poi quelle cosce piene, rotonde, che incorniciavano un culo importante, alto e invitante, che nei reel sembrava avere vita propria.

Aveva capito subito come provocarmi. E lo faceva bene.

Ogni mattina in palestra diventava una scusa per risponderle.

Ogni silenzio della mia ragazza era un motivo in più per aprire quella chat e vedere se c’era un nuovo audio, un nuovo selfie, una nuova frecciatina da parte sua.

E così, tra un “che fai oggi?” e un “non ci penso neanche a correre, ho già caldo”, le cose presero una piega inevitabile.

Le nostre conversazioni erano… strane.

Un po’ infantili, un po’ maliziose.

Passavamo dal parlare di sogni, serie tv e cazzate, a scivolare con naturalezza in battute sporche, allusioni, provocazioni. E io mi ci perdevo.

Viola era così, un contrasto continuo.

Un momento mi chiedeva il significato di un’espressione un po’ troppo difficile, il minuto dopo mi mandava un audio dicendomi:

“Chissà che voce hai quando godi…”

con quella voce lenta e bassa che ti si piantava in testa come un chiodo.

Non so quando me ne resi conto davvero, ma a un certo punto fu chiaro: era parecchio più piccola di me.

Non lo aveva detto esplicitamente, ma da certi dettagli lo si capiva.

Il modo in cui parlava della scuola, certe insicurezze mascherate da arroganza, quella fretta adolescenziale di voler sembrare più grande.

Eppure, nonostante tutto… non riuscivo a tirarmi indietro.

Anzi, era proprio quella differenza a eccitarmi di più.

Forse perché mi faceva sentire esperto, superiore, dominante.

Forse perché mi ricordava com’ero io, anni prima, quando c’era Stefania dall’altra parte a guidarmi.

Forse perché Viola, pur non sapendo nulla di me, si comportava con me esattamente come io mi comportavo con lei: mi prendeva sul serio, mi guardava come se fossi irresistibile.

E io, che da settimane mi sentivo ignorato dalla mia ragazza, avevo un disperato bisogno di sentirmi desiderato.

Un giorno mi scrisse:

“Lo so che sono più piccola e magari ti sembra strano, ma a me piacciono i più grandi. Mi fanno sentire più sicura. Tu poi… c’hai proprio quell’aria da bravo ragazzo che mi piace molto .”

Le risposi ridendo, ma dentro di me mi stavo già immaginando scene che non potevo permettermi.

Tenevo a bada il tutto solo grazie alla distanza, ma ogni suo messaggio era un colpo secco all’autocontrollo.

Ogni selfie, ogni frase buttata lì con nonchalance, ogni malizia non detta… era un gioco di seduzione continuo.

E io, in silenzio, ci stavo cascando sempre di più.

Il ponte di Carnevale arrivò come una boccata d’aria.

Due giorni liberi tra un esame e l’altro sembravano un sogno.

E senza pensarci troppo, le scrissi.

“Che fai giovedì mattina? Ho mezza giornata libera…”

Lei ci mise un po’ a rispondere. Poi, un vocale.

“Mi mette un po’ in ansia vederti, Ale… voglio, ma non so se è il momento. Non sono pronta.”

Risposi calmo.

“Tranquilla. Nessuna pressione. Solo per vederci, parlare un po’. Se vuoi.”

Alla fine accettò.

Ci vedemmo in un parcheggio un po’ isolato, vicino a un parco, verso le 10:30.

Lei era già lì. Appoggiata alla macchina, con un giubbotto oversize, i capelli sciolti, il trucco curatissimo come sempre.

Un filo di rossetto rosso sulle labbra carnose.

Mi guardava con quegli occhioni scuri e tondi.

C’era un mix strano nei suoi occhi: tensione, curiosità, voglia repressa.

Salii in macchina.

All’inizio fu solo una chiacchiera rilassata, un po’ di imbarazzo.

Poi ci sciogliemmo.

Le battute, i sorrisi, le dita che si sfiorano tra un gesto e l’altro.

“Non sembri così piccola, sai?”, le dissi.

Lei sorrise.

“È il trucco.”

“No. È il modo in cui mi guardi.”

Ci fu un silenzio.

Poi allungai la mano sulla sua gamba.

Lei non disse nulla.

Continuai a parlare, come se niente fosse, ma intanto la accarezzavo piano.

Il jeans sottile lasciava sentire il calore della sua pelle.

“Posso?”, le chiesi sottovoce, avvicinandomi.

Lei fece un mezzo sorriso.

“Non lo so.”

Mi avvicinai ancora.

Le mie dita risalirono appena.

“Se non vuoi… mi fermo.”

“È che… ho paura di rovinare tutto.”

“Non roviniamo niente. Solo seguiamo quello che ci viene.”

Il primo bacio fu leggero.

Poi le presi il mento con due dita e gliene diedi un secondo, più profondo, lento.

La sua mano mi toccò l’avambraccio. Tremava un po’.

Quando le slacciai il giubbotto e passai una mano sotto la felpa, sul suo fianco nudo, non disse nulla.

Respirava solo più forte.

Le sfilai la felpa piano, rimanendo in reggiseno.

Il seno sembrava pieno, duro, incorniciato da un pizzo nero.

Le posai le labbra sul collo, mentre una mano le accarezzava la pancia.

Lei gemette appena.

“Non l’ho mai fatto, Ale.”

“Lo so.”

“Non voglio sembrare una stupida.”

“Non lo sei. E non ti forzo. Ma ti desidero tanto…”

Mi guardò. Silenziosa.

Poi sussurrò:

“Chiudi le portiere.”

Lo feci, in silenzio, cercando di non rompere quel momento così fragile.

L’aria era densa.

Sapevo che non potevo correre, non con lei.

E allora presi tempo.

La baciai piano, sotto l’orecchio.

Una carezza lenta sul fianco nudo, poi la pancia piatta, poi le cosce.

Lei si lasciava fare, rigida ma aperta.

Aveva il cuore che batteva all’impazzata.

Quando allungai la mano tra le sue gambe, sopra le mutandine, lei sobbalzò appena.

“Va bene?”

Annui, mordendosi il labbro.

Le accarezzai piano l’interno coscia, sfiorandola senza premere.

Poi finalmente la toccai lì, con delicatezza.

Era già umida.

Ci guardammo negli occhi, lunghi secondi, mentre le mie dita cominciavano a muoversi più decise, lente ma precise.

Un cerchio morbido, poi due, poi il ritmo leggermente più rapido.

“Oh… Ale…”, sussurrò.

Le sue cosce si strinsero un po’, poi si aprirono di nuovo.

La sua mano cercò la mia.

Le accarezzai il viso con l’altra, poi tornai giù, con pazienza.

Volevo che si sentisse al sicuro, accompagnata.

La guardavo mentre si scioglieva.

Gli occhi chiusi, le labbra socchiuse, un piccolo mugolio.

Le sue mani adesso mi stringevano il polso, non per fermarmi… ma per tenermi.

Poi smisi.

Prima di andare avanti…

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