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Erotika
Confessioni✍️ · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 20 min di lettura

nella ragnatela di una vrenzola

una storia carica di erotismo avuta con una stretta amica di mia sorella.

Astronomo
12 mesi fa · 375 letture · 0

#nota pre racconto: scusate per il mio napoletano pessimo ma volevo ricostruire l’esperienza al meglio, sono la delusione di napoli 🫠

Anna non mi è mai stata troppo simpatica. Era una di quelle ragazze appariscenti, sfacciate, sempre al centro dell’attenzione. La classica vrenzola, con un modo di fare esagerato, una voce squillante e una risata che sembrava voler sfidare il mondo intero. Amica di mia sorella da tempo, l’avevo vista più volte girare per casa nostra, sempre vestita in modo vistoso, sempre con il telefono in mano, sempre con quell’atteggiamento sfrontato che mi dava sui nervi.

Fisicamente, però, era difficile ignorarla. Non era alta, anzi, ma aveva un corpo incredibile. La pelle scuretta, probabilmente per le ore passate al sole, era punteggiata di lentiggini che spuntavano sotto chili di trucco. Gli occhi piccoli e azzurri come il mare brillavano di malizia, incorniciati da ciglia lunghe e finte. I capelli, castani e lisci, cadevano perfettamente sulle spalle, sempre pettinati con cura. Il viso paffuto, con labbra corte e carnose, le dava un’aria falsamente innocente, smorzata dal sorriso furbo che sfoggiava in ogni occasione. Poi c’era il resto: un seno grande e sempre ben in mostra, che rimbalzava ad ogni movimento, e un fondoschiena grosso e sodo, perfettamente fasciato nei suoi jeans attillati.

Anna era sempre stata così. Sfacciata, senza filtri, una vrenzola vera e propria. Ero abituato al suo modo di fare, al suo modo di parlare senza vergogna di certe cose, ma fino a quel giorno non avevo mai pensato che potesse rivolgere quello stesso atteggiamento verso di me.

Quel giorno mi ero ritrovato a far compagnia a mia sorella per un caffè, un incontro innocuo che non mi aspettavo sarebbe degenerato. Anna era con noi e, fin da subito, il suo atteggiamento nei miei confronti fu diverso dal solito.

Le vedevo chiacchierare come al solito, a ridere tra loro di chissà quale sciocchezza, ma quella volta notai che Anna era più sfacciata del solito.

Si era appena accesa una sigaretta, giocava con la tazzina del caffè con fare annoiato, e poi, dal nulla, iniziò:

Anna:

“Uh, Annaré, tu nun sai che me è succiess’ a settimana passata. Sta storia te la devo racconta’!”

Mia sorella, ignara come sempre, rise. “Oddio, che hai combinato stavolta?”

Anna sorrise in modo malizioso e si voltò leggermente verso di me. Sapevo già che stava per dire qualcosa di pesante, ma non mi aspettavo che avrebbe iniziato così:

Anna:

“Allor’, stavamo ‘n discoteca, io e ‘na mia amica. Ballavamo, ballavamo… ‘na serata pesante. A ‘nu certo punto se m’avvicina ‘nu tip’… mammà mia, Annaré, ‘nu piezz’ ‘e guaglione! Alt’ accussì, occhi scur’, camicia bianca… me guarda ‘int ‘o stesso modo e dice: ‘Tu me piaci assaje’. Mo’ io mica dico no, eh! C’amma fa’, e allora ce mettim’ a balla’, e che ballo… mò chillo ‘ncopp’ a me, mò io ‘ncopp’ a iss’… poi me piglia ‘a mano e me porta a casa sua.”

Mia sorella rideva divertita, senza capire l’intento dietro quel racconto. Io invece sentivo il suo sguardo addosso mentre parlava. Lo faceva apposta, me ne resi conto subito.

Anna:

“Mannaggia ‘a maronn’, ‘o saccio che nun se dovrebbero fa’ ste cose, ma tu che avressi fatto? Chillo m’ha accarezzata, m’ha spusata n’copp’ ‘o letto… Annaré, giuro, me pariva ‘nu film! E che film! Chillo sapiva fa’ tutto! Io mo ve dico ‘na cosa, ma tu, guagliò, nun sta’ a sentì se te fa’ paura…”

Rise, poi abbassò la voce e disse qualcosa che lasciò mia sorella sconvolta, ma che a me fece capire esattamente il suo gioco.

Io feci finta di non darle troppo peso, bevvi un sorso del mio caffè senza dire nulla, ma lei non mollò la presa.

Anna:

“Uh, e tu? Eh, dimme ‘a verità! Voi maschi che pensate quando state là? Vi piace quando ‘na femmena ve comanda o vi piace comandà? A me piace quando l’uomo fa ‘o maschio… ma tipo, tu che fai?”

Mia sorella rise di nuovo, ignara di tutto, e io la guardai con la coda dell’occhio. Possibile che non si stesse accorgendo di nulla?

Anna si sporse leggermente in avanti, appoggiò i gomiti sul tavolino, facendo dondolare quel seno enorme che sembrava sempre sul punto di uscire dalla scollatura.

Anna:

“Ma guagliò, tu si’ brav’ a fa’ l’ammore? Oppure sì chill’ ca fa semp’ ‘e stesse cose? Dicimme ‘a verità…”

Era una sfida. Mi guardava negli occhi con quel sorriso strafottente, aspettando una reazione, e a quel punto decisi di starci.

Io:

“Non mi lamento, diciamo che dipende dalla situazione…”

Anna:

“E pecché? Io voglio sapere. Quando te piace ‘na femmena, come ‘a pigli? Che te piace cchiù ‘e tutt’?”

Mia sorella si passò una mano tra i capelli, ignara, mentre Anna mi fissava come se la risposta fosse fondamentale. Non era più solo un discorso tra amiche. Mi stava puntando, e io me ne stavo accorgendo.

Decisi di starle al gioco. Tanto ormai, era chiaro che le cose sarebbero degenerate.

Anna non mollava la presa. Si era messa comoda sulla sedia, con le gambe accavallate e il corpo leggermente piegato in avanti, come se volesse essere sicura che stessi guardando esattamente dove voleva lei. La scollatura era lì, sempre più evidente, e ogni suo movimento sembrava studiato per attirare la mia attenzione.

Anna:

“Uè, ma chist’ pare ‘nu morto! Annaré, ma tuo fratello sempre accussì serioso è? Io voglio sapere cose piccanti, e chillo me risponne con ‘dipende dalla situazione’! Ma pecché, a che serv’ fa’ l’omertoso? Tanta serietà ‘int ‘o lietto nun serve, eh!”

Rise, dando di gomito a mia sorella, che si limitò a scuotere la testa con un sorriso divertito.

Anna (verso mia sorella):

“Ma tu sai quacchecosa? Sore’, tuo fratello com’è? È ‘nu tipo ca se sceta ‘int ‘a matina e già pensa a quaccosa oppure è di quelli che aspettano ‘o momento giusto?”

Questa volta fui io a lanciare un’occhiata a mia sorella, sperando che capisse quanto fosse assurdo quel discorso, ma lei si limitò a ridere come se fosse tutto normale.

Mia sorella:

“Ma che ne so io, Anna! Che domande fai?”

Anna:

“Eh vabbè, ma chisto è serio serio, che ne saccio, magari è uno che nun si diverte. Si diverte, fraté?”

Appoggiò il mento sulla mano e mi guardò con un sorriso provocatorio, mordicchiandosi il labbro inferiore come se stesse solo aspettando una mia reazione.

Decisi di non darle la soddisfazione di vedere che il suo gioco mi stava toccando. Mi limitai a sollevare un sopracciglio e a rispondere con calma.

Io:

“Ti interessa così tanto sapere come mi diverto?”

Anna:

“Mannaggia ‘a maronn’, chist’ mo s’è svegliato! E certo che m’interessa, se no mica te facevo tutte ste domande! Voglio capire che tipo sì… se sì brav’, se sai piglià ‘na femmena, se quando staje cu ‘na guagliona sai che fa’ oppure sì di quelli che ‘a femmena adda fa’ tutt’!”

Mia sorella rise ancora, ignara del sottotesto sempre più evidente, e si alzò.

Mia sorella:

“Madonna mia, Anna, ma quante ne dici? Vabbè, io vado un attimo al bagno, non dite troppe scemenze mentre non ci sono!”

Non appena mia sorella si allontanò, Anna cambiò atteggiamento. Si sporse ancora di più, accorciando la distanza tra noi, e mi sfiorò il braccio con le dita, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Anna:

“Mo sì che possiamo parlare sul serio, guagliò.”

La sua mano scivolò per un istante sulla mia coscia sotto al tavolo, giusto il tempo di farmi capire che non stava più solo giocando a parole.

Anna:

“Allora, dimm’ ‘a verità… quante ne hai fatte? Quante ne fai? Oppure sì uno di quelli che si fidanza e s’acquieta? Pecché a me piace ‘o fuoco, sai… me piaccion’ ‘e maschi che sanno com’ pigliarsi ‘a femmena. E tu?”

Mi fissava con quegli occhi azzurri e piccoli, brillanti di malizia, mentre la sua lingua umida passava veloce sulle labbra carnose.

Quella maledetta vrenzola mi stava provocando come mai nessuna aveva fatto prima.

La guardai con un mezzo sorriso, finalmente deciso a non darle più solo risposte evasive. Se voleva provocare, che fosse almeno un gioco equo.

Io:

“Tu dici che ti piacciono i maschi che sanno come prendersi una donna… ma sei sicura di riuscire a stare dietro a uno che davvero lo sa fare? O ti piace solo parlare?”

Lo dissi con calma, mantenendo il contatto visivo, e vidi il lampo di sorpresa nei suoi occhi azzurri. Non se lo aspettava. Lei era abituata a stuzzicare, a far parlare gli altri, ma non a essere messa in discussione.

Si leccò di nuovo le labbra, un riflesso inconscio, e abbassò appena lo sguardo sulla mia bocca prima di tornare a fissarmi.

Anna:

“Uuh, chist’ mo s’è svegliato, proprio comme piace a me… Vabbuò, allora dimmelo tu: com’è ca te piace pigliarti ‘na femmena?”

Questa volta la sua mano scivolò di nuovo sulla mia coscia sotto al tavolo, sfiorandomi con una leggerezza che sapeva di sfida.

Mi avvicinai un po’, senza distogliere lo sguardo.

Io:

Prima di andare avanti…

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