Io il mostro.
I capi… si guardarono tra loro.
Fecero quei soliti sorrisetti finti, da adulti che non sanno dove mettere le mani.
“Parliamone, magari troviamo una soluzione… temporanea.”
E così, in meno di ventiquattro ore, ero passata da caposquadriglia amata e stimata a problema logistico da risolvere.
Non bastava.
No.
Le altre squadriglie avevano già iniziato a sussurrare, a indicare.
Alcune ridevano.
Le Aquile – i soliti stronzi – mi fissavano apertamente, con quella faccia da “lo sapevamo”.
Kri, ovviamente, fu il primo a ridere a voce alta.
“Oh, ma allora è vero che volevi provarci con Irene! Guarda che se ti servono consigli con le ragazze… io sono disponibile.”
Risate.
Avrei voluto scomparire.
Dissolvermi tra i pini, tornare a casa, diventare aria.
Ma mancavano ancora sette giorni. Sette lunghissimi, interminabili, umilianti giorni.
E io non potevo mollare.
Non per mia madre.
Non dopo tutti quegli anni passati a far finta di crederci, a cantare “La strada è la stessa per tutti” mentre io percorrevo la mia da sola, tra fango e spine.
Irene?
Peggio di tutte.
Aveva preso il posto delle altre in fretta.
Mi guardava con quegli occhioni da cerbiatta, pieni di finta innocenza, e ci rideva sopra.
“Io? Ma stava scherzando, ragazzi. Ha frainteso tutto. Non è colpa mia se lei ci ha creduto. Forse era malata…”
Il colpo finale.
Malata.
E tutti ridevano.
Ridevano come se fosse una barzelletta. Come se non fossi una persona.
Come se l’unica cosa che contasse fosse l’intrattenimento estivo al campo.
Mi nascosi.
Mi chiusi in me stessa.
Evitai tutti.
Mi sedevo lontana, alle attività parlavo solo quando obbligata.
E di notte, dormivo fuori, sulla brandina che mi avevano lasciato nel tendone delle attrezzature.
Come un cane. Come un mostro.
E in quei momenti, da sola, con il vento che passava tra le lamiere e il rumore dei moscerini che mi ronzavano vicino, lo capii.
Avevo fallito.
Avevo tenuto tutto dentro per anni, avevo represso, nascosto, taciuto…
E nel momento esatto in cui avevo provato a essere me stessa…
Il mondo aveva fatto a pezzi la mia anima.
Le due notti successive le passai da sola in una tenda che nessuno aveva mai usato.
Una di quelle da usare solo se proprio si rompe tutto il resto.
E a quanto pare… io mi ero rotta.
Era piccola, maleodorante di muffa e plastica vecchia.
Il telo superiore era bucato e quando pioveva – come ogni cazzo di pomeriggio a quel campo – mi finiva l’acqua sul materassino.
Mi sentivo un sacco della spazzatura abbandonato lontano dal resto.
Non parlavo con nessuno.
La mia squadriglia aveva chiesto ai capi di farmi dormire da sola.
Per “paura”.
Clara la molestatrice. Clara la deviata. Clara la porca.
Non era più un campo scout. Era un processo pubblico.
E Irene?
Irene rideva. Con tutti.
Con le ragazze, con i maschi, con le caposquadriglie delle altre.
Una come lei sa come sopravvivere, come uscire pulita da ogni merda.
Aveva fatto di me un mostro e se ne stava tranquilla a giocare coi suoi capelli mentre rideva con uno dei capi.
Io invece marcivo.
Non dormivo.
Non mangiavo.
Guardavo il vuoto e mi facevo domande inutili.
Che cazzo avevo fatto?
Com’era possibile che avessi letto così male ogni segnale?
Possibile che fosse tutto finto?
Forse sì.
Forse io avevo solo voluto crederci.
E poi c’era mamma.
Che continuava a vivere nella mia testa.
Con quello sguardo fiero, con quelle frasi da bacheca scout, con quel maledetto senso di orgoglio materno che mi stava strangolando.
Non volevo spezzarle il cuore.
Non ancora.
Quella seconda notte… non ce la feci.
Mi alzai.
Sudata, agitata.
Avevo il cuore gonfio e la testa satura.
Aprii la zip della tenda. Il telo fece crrrack. Un suono stridulo, perfetto per il mio umore.
Fuori era umido, silenzioso.
La rugiada brillava sull’erba e la luna sembrava lì solo per ricordarmi quanto fosse tutto più grande di me.
Camminai, scalza, verso la radura. Verso il lago.
Avevo bisogno di respirare.
Avevo bisogno di non sentire quella puzza di colpa che mi era rimasta attaccata addosso.
Mi stesi sull’erba e guardai le stelle.
Per la prima volta in giorni, non piansi.
Solo vuoto.
“Bel cielo stanotte.”
La voce mi fece sobbalzare.
Mi voltai di scatto.
Lui era lì.
Kri.
Seduto su una coperta, con una felpa slacciata, le gambe allungate davanti, un sorrisetto di quelli da bullo redento – o forse no.
“Tranquilla, non mordo,” disse. “Solo se me lo chiedi.”
Alzai gli occhi al cielo.
“Grande. Il molestatore che fa battute sulla molestatrice. Ironico.”
Kri rise. Una risata vera, calda, quasi… umana.
Non sembrava il solito stronzo.
“Senti… non ho mai creduto a quella roba, sai?”
“No?”
“No. Irene gioca con tutti. Ma quando giochi con una come te… ti scotti. Sei troppo vera, e la gente si spaventa.”
Lo guardai. Non sapevo se stesse dicendo stronzate o se ci fosse un fondo di verità.
Forse entrambe.
“Sai,” disse ancora, “anche noi Aquile ci portiamo addosso storie brutte. Ma le storie sono solo storie, no? Dipende da cosa ci fai dentro.”
Io lo fissai.
Non avevo voglia di parlare, ma restai lì.
Perché in quel momento… era l’unico che non mi guardava come un mostro.
“Ti va di restare un po’?”
“Solo se non parli troppo.”
“Affare fatto.”
Ci sedemmo.
Vicini.
Con le mani nell’erba fredda e le ferite ancora aperte.
Io, Clara, seduta accanto a Kri.
La notte mi avvolgeva.
E in quel buio, per la prima volta… non ero sola.
Kri non era il classico caso del cazzone arrogante che in fondo ha un cuore.
No.
Era proprio un cazzone arrogante, punto.
Eppure, in quella notte umida, mentre il mio cervello galleggiava tra il sonno e l’ansia, avevo lasciato che mi parlasse.
Due chiacchiere senza peso.
La scuola, i capi, quanto facevano schifo le cucine da campo.
Rideva forte, sempre un po’ troppo.
Ogni battuta era uno show, ogni frase un modo per mettersi al centro.
E piano piano si avvicinava.
Millimetri alla volta.
Fino a che il suo ginocchio toccava il mio.
Fino a che non guardava più le stelle, ma me.
Mi colse di sorpresa quando lo fece.
Diretto.
Fisico.
Come se fossi una cosa da afferrare, non una persona.
Mi si gelò il sangue.
Non era paura.
Era… disprezzo. Per lui. Per me. Per tutto.
Il problema era che…
a me il cazzo non piaceva.
Mai piaciuto.
Eppure restai ferma.
Pensai — sì, cazzo, ci pensai —
che se mi lasciavo toccare, se lo facevo con lui, magari poi lo avrebbe raccontato a tutti.
Magari sarei stata “quella che ci sta col capo delle Aquile”.
Non più la molestatrice.
Non più la lesbica.
Solo una ragazza un po’ troia. E quella, in confronto, era quasi una promozione.
Così mi lasciai toccare.
Le sue mani si infilarono sotto la felpa.
Non avevano alcun rispetto. Nessun dubbio.
Mi tastava come se stesse cercando qualcosa che gli spettava di diritto.
Chiusi gli occhi.
Pensai a qualsiasi altra cosa.
Alle stelle sopra di me.
Alla voce di mia madre che cantava le canzoni del fuoco.
Alle mani di Irene.
Alle sue battute. Alla sua bocca.
Mi sentii svuotata.
Violata, ma consenziente.
Un paradosso perfetto.
Un suicidio morale con il sorriso finto sulle labbra.
Lui si fermò un attimo.
“Va tutto bene?”
Mentii.
“Sì.”
Non lo volevo.
Ma volevo che tutti gli altri lo sapessero.
E quella era l’unica lingua che sembravano capire.
Non c’era luna, quella notte.
Solo il nero denso delle fronde sopra di noi e il rumore sporco del lago lì vicino.
Lui era sopra di me.
Con quella sicurezza da bullo che non chiede mai permesso.
E io… io ero immobile.
La pelle tesa, la mente spenta, il cuore chiuso in una scatola.
Kri mi abbassò la felpa, poi la maglietta, come se gli spettasse.
Aveva mani grandi e calde, troppo abituate a fare e disfare tende, troppo abituate a possedere.
Mi guardava come si guarda qualcosa di inatteso.
Non bello. Non brutto. Solo accessibile.
Le sue labbra iniziarono a cercarmi.
Prima il collo, poi la clavicola.
Ogni suo bacio era umido, rumoroso, troppo.
Scivolava giù come una lingua su un gelato, ma non c’era dolcezza.
Solo il suo desiderio. Solo la sua fame.
