Alla fine della prima settimana, i nostri corpi iniziavano a portare i segni della fatica. Le mani callose, le ginocchia sbucciate, le occhiaie scavate come trincee.
Ma io non dormivo per tutt’altro motivo.
O meglio: lei.
Irene.
I giochi erano diventati una lingua in codice, fatta di sorrisi accennati e dita che sfioravano dove non dovevano. Ogni sguardo un doppio fondo.
Ogni gesto una trappola.
Quella sera eravamo rimaste sole nel piazzale. I maschi già rientrati, le altre chiuse nelle tende, i capi lontani nel loro angolo sacro di caffè e silenzio.
Io e lei stavamo preparando il materiale per l’attività del giorno dopo: corde, cartelloni, bussola, sacchi.
La frontale di Irene illuminava appena i suoi tratti. Labbra secche che inumidiva ogni tanto, occhi lucidi, la maglietta bianca aderente che lasciava trasparire tutto sotto la luce sparata. Aveva piegato le maniche, e quando si chinava… be’, c’era da maledire l’universo per avermi dato occhi e cuore insieme.
“Oh, mi scappa tantissimo,” disse all’improvviso, lasciando cadere la corda a terra.
“Mi accompagni?”
Io non risposi nemmeno. Annuii. Come un cane ben addestrato.
Ci addentrammo nel boschetto appena fuori dal campo, a pochi passi dal perimetro dove nessuno sarebbe mai venuto a disturbarci.
Lei si fermò e si voltò.
“Tieni la luce, va’. Ma non guardare.”
Rideva.
“Anzi, se guardi… almeno goditi lo spettacolo.”
Aveva già abbassato i pantaloncini, lenta, come se si divertisse a farlo con teatro.
L’elastico scivolava piano sulle sue cosce. La mutandina con un pizzo minuscolo e scuro si tese per un secondo e poi cadde anch’essa, leggera, sul ginocchio.
Le gambe piegate, i glutei sodi esposti alla luna e alla mia sanità mentale.
Io con la torcia in mano, tremavo.
“Dai, mica ti sei bloccata?”
Si era pulita con un fazzoletto, e mentre si rialzava si voltò di lato, dandomi in pieno il profilo del seno scoperto sotto la canotta.
“Tua madre lo sa che sei così brava a tenere la luce ferma mentre una si abbassa le mutande?”
Io tossii.
Mi girai.
Finsi di sistemarmi i capelli.
Avrei voluto strapparmi via la pelle per quanto sentivo il sangue battere forte ovunque.
Quando mi raggiunse, non disse nulla.
Camminò al mio fianco in silenzio. Poi, quando tornammo vicino alla nostra tenda, all’improvviso mi bloccò per un braccio.
“Sei sempre così rossa? O è solo con me?”
Il cuore si fermò. Letteralmente.
Mi fissava da vicino, i suoi occhi verdi profondi e irriverenti. Il suo fiato caldo sulla mia guancia.
Poi, abbassò lo sguardo. E senza alcun preavviso…
Mi toccò il fianco, la maglietta, passò sotto, sfiorandomi la pelle nuda.
Le sue dita fredde, rapide, salirono appena sopra l’elastico dei miei pantaloncini.
“Hai la pelle d’oca. Fa freddo?”
La sua voce era un sussurro. Ma io la sentii ovunque.
Provai a rispondere.
“Non… non lo so.”
E lei… sorrise.
Poi appoggiò la mano sulla mia pancia e fece scivolare appena le dita verso il basso. Nulla di veramente sessuale, ma il gesto… il gesto era una promessa non detta.
“Dovresti imparare a rilassarti, Clara. Sembri sempre pronta a scappare. Ma da cosa, esattamente?”
Mi si ruppe qualcosa dentro.
La guardai.
Aveva la bocca piegata in quel mezzo sorriso da strega, quello che sa che ti ha già vinto.
Ma non disse altro.
Fece un passo indietro, e mi lasciò lì.
Con la pelle in fiamme, la testa piena di immagini e la consapevolezza che, sì, Irene mi stava portando in un posto pericoloso.
E io… ci andavo a braccia aperte.
Quella notte non voleva finire.
Dopo il momento nel bosco, non riuscii a chiudere occhio. Continuavo a rigirarmi nella tenda, la pelle ancora bruciava dove Irene mi aveva sfiorato.
Mi alzai, scalza, e uscii. Il campo dormiva, finalmente.
E naturalmente… la trovai lì. In riva al lago.
Seduta sul pontile, con le gambe penzoloni e una canotta leggera che lasciava scoperto tutto ciò che avrebbe dovuto essere vietato per legge. I capelli ancora un po’ bagnati dalla doccia del giorno prima, raccolti a caso.
Aveva l’aria di chi è padrona del mondo.
“Non riuscivi a dormire, eh?”
La sua voce era quieta, eccessivamente quieta.
“Nemmeno tu,” risposi, sedendomi accanto a lei.
“Smettila di fissarmi così o ti butto giù.”
“Non sto fissando.”
“Stai fissando.”
Rise. Mi spinse con la spalla. Io risi, ma il cuore stava impazzendo.
Le sue cosce nude sfioravano le mie.
E a ogni movimento, quella maledetta canotta si alzava, mostrando più pelle, un angolo del seno, la curva dolce dell’anca.
Io stavo impazzendo. E lei lo sapeva.
“Sai che hai delle spalle assurde?” disse all’improvviso, con un tono volutamente languido. “Tipo… da film. Mi fanno venire voglia di arrampicarmi sopra.”
Io tossii. Non era una battuta casuale.
Le risposi con un sorriso storto.
“E tu… hai un seno da denuncia. Dico davvero. Non è normale che esista.”
Lei scoppiò a ridere.
“Ah! E quindi? Ti eccito, Clara?”
La frase mi prese a schiaffi.
Non come una battuta, non come uno scherzo: come una sfida.
“Un po’ troppo, direi,” sussurrai, senza pensarci.
E lei non disse niente. Si voltò solo verso di me.
Il suo sguardo… era indecifrabile. Come se stesse valutando qualcosa.
“Fammi vedere quanto,” disse poi.
Silenzio.
Il mondo si fermò.
Il lago smise di muoversi. Le cicale tacquero. Persino la luna smise di guardare.
Mi voltai verso di lei.
Mi avvicinai.
E quando vidi che non si scostava, quando la vidi mordicchiarsi il labbro… persi il controllo.
Le presi il viso tra le mani e la baciai. Lenta. Con la fame di anni.
La bocca morbida, calda, inizialmente… non resistette.
Sentii le sue labbra muoversi appena contro le mie.
E poi le mie mani si spostarono sul suo corpo, scesero lungo i fianchi, finché lei non si trovò sdraiata sul legno del pontile, e io sopra.
Il bacio divenne più profondo. Le sue gambe si piegarono leggermente, la sua pelle contro la mia.
Una mano – la mia – sfiorò il bordo della sua canotta.
E fu lì che successe.
“Clara. Clara, no.”
Fu come svegliarsi da un sogno.
Lei mi aveva spinto via, con forza. Gli occhi spalancati.
“Ma che cazzo stai facendo?!”
Mi bloccai.
La guardai, il cuore in gola, i sensi confusi.
“Tu… mi hai detto…”
“Io non ti ho detto niente! Stavamo scherzando. Era un gioco! Ma che, davvero ci hai creduto? Clara, io non sono lesbica.”
Fu uno schiaffo, ma senza mani.
Mi allontanai, confusa, umiliata, come se avessi fatto qualcosa di sporco.
“Ma… mi toccavi… mi provocavi…”
“È così che scherzo io. Non pensavo fossi così sensibile. O così…”
Tacque.
“Mi dispiace, ma… ti sei fatta un film. Un film grosso.”
Si alzò, sistemò in fretta la canotta, e mi lasciò lì.
Come se niente fosse successo.
E io, con le mani che tremavano, lo sguardo perso sul lago e il cuore a pezzi… capii.
Mi avevano fregata.
Ancora.
E peggio di chiunque altro, lo aveva fatto proprio lei.
Il giorno dopo, il sole sorse come se nulla fosse.
Ma per me… era cambiato tutto.
Non avevo neanche bisogno di aprire gli occhi: sapevo già che lo sapevano tutti.
Le facce mi dicevano tutto. Gli sguardi. I silenzi. Le risatine strozzate. Le spallucce forzate dei capi. Il modo in cui nessuno si avvicinava più a me.
Irene non mi rivolse nemmeno uno sguardo.
Anzi, sembrava felice di stare con le altre.
Rideva. Parlava ad alta voce. Faceva la parte della reginetta. E mentre io mi sforzavo di non guardarla, lei sembrava fare apposta a lanciarmi occhiate veloci. Non per pietà. Per veleno.
Ma la vera merda… iniziò dopo colazione.
“Scusate, ma non può dormire più in tenda con noi,” disse una della mia squadriglia ai capi.
“Abbiamo paura. Non ci fidiamo. È… una molestatrice.”
“Una molestatrice.”
Quella parola mi si conficcò nel petto come un chiodo arrugginito.
La stessa tenda che avevo montato io, sotto il sole a picco, in prima linea.
Le stesse ragazze che avevo aiutato, guidato, protetto in tutti questi anni…
Erano lì. A dire che avevano paura di me.
Di me, che le avevo sempre guardate con rispetto, che avevo nascosto ogni cosa, anche a me stessa, per non metterle a disagio.
Ed ero io il pericolo.
