Mamma diceva che lo scoutismo mi avrebbe salvata.
Lo diceva col sorriso dolce di chi ci crede davvero. “Ti aiuterà a diventare una donna giusta, con valori solidi e un cuore puro.”
Traduco: ti voglio piegata, fedele, e possibilmente eterosessuale.
Avevo sei anni e già capivo che “pura” non voleva dire libera.
Mi ha messa in uniforme prima ancora che imparassi a legarmi le scarpe. E da lì, ho iniziato a collezionare promesse. Una alla volta, ogni anno, sotto qualche bandiera sventolante, con le ginocchia graffiate e il foulard stretto al collo come un guinzaglio.
Il Reparto, poi, è arrivato come una seconda pelle: tende, legna da spaccare, canti a squarciagola. E preghiere. Tante preghiere.
Io chiudevo gli occhi, ma pregare non l’ho mai fatto. Al massimo pensavo alle ragazze.
Sì. Le guardavo. Da sempre. Ma in silenzio, come si guarda una cosa proibita.
Come quando tua madre ti dice di non toccare la fiamma della candela.
E tu ci metti un dito, lo stesso.
Io ci ho messo tutto il corpo.
Ma all’epoca non lo sapevo ancora. O meglio: facevo finta di non saperlo.
Perché in un posto dove ogni passo è “per Dio e per la Patria”, il desiderio deve avere i contorni giusti. E il mio non li aveva mai.
Però stavo zitta. Ridevo nei momenti giusti.
Ero Clara: quella affidabile. Quella che sa accendere il fuoco sotto la pioggia e tenere unita la squadra quando piove merda.
Quella che non crea problemi.
Oggi sono al mio ultimo anno di Reparto. Il Reparto, per chi non lo sa, è quella fase strana e appiccicosa della vita scout in cui sei troppo giovane per essere grande e troppo grande per restare piccola.
Una bolla di ormoni, teli tesi male e segreti sepolti sotto i materassini.
Eppure, fino ad ora, ci stavo dentro bene.
Avevo imparato a stare al mio posto, a non guardare troppo, a non pensare troppo, a fingere il giusto.
Poi è arrivata lei.
Irene.
Caposquadriglia della squadra del Nord.
Non la classica “brava ragazza”. Un bottone della camicia sempre slacciato in più, le mani nei capelli in modo innaturale e perfetto, gli occhi da ti sto ascoltando ma so già cosa stai per dire.
Aveva qualcosa di irriverente e leggero. Di sporco, anche. Ma nel modo in cui sporco può essere bellissimo.
E io, appena l’ho vista, ho sentito quella fiammella che mi porto dietro da anni alzarsi come benzina.
Non sapevo se giocasse o se fosse così, di natura.
Ma il modo in cui mi guardava…
Sembrava vedermi. O forse, volevo solo crederlo.
Era entrata nel reparto in silenzio, con quel modo di fare da “io non ci credo a niente, ma ci sto comunque dentro”, e aveva preso posto come se fosse sempre stata lì. Nessun annuncio, nessuna fanfara. Solo un sorriso storto e gli occhi che osservavano tutto con quella calma da incendio che ha già preso fuoco.
Io l’avevo notata subito, ovvio. Ma avevo fatto finta di no, perché sono bravissima a mentire a me stessa.
È un’arte che affini a furia di paura.
“Oh, sei Clara, quella che ha sempre tutto sotto controllo.”
Me l’aveva detto così, alla prima riunione capi.
Io avevo sorriso e risposto qualcosa di scemo, tipo “mah, ci provo”, mentre il mio cervello cercava disperatamente di non fissare le sue labbra.
Rosate. Morbide. Appena umide.
Quel tipo di labbra che sembrano sul punto di dire qualcosa di veramente inappropriato.
Aveva questo modo di stare addosso, anche senza toccare. Di parlare guardandoti poco, ma sfiorandoti sempre.
Un giorno mi aveva preso una penna dalla tasca della camicia, senza chiedere. Mi si era avvicinata un po’ troppo e il suo braccio mi aveva urtata con una lentezza da scena rallentata.
Non era stato un contatto, era stato un avvertimento.
Io ero rimasta zitta, con i pensieri che bruciavano come l’acqua troppo calda nella doccia.
Perché Irene era così: come una temperatura sbagliata che ti piace comunque addosso.
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Il suo corpo lo indossava come se non le fosse mai stato imposto.
Non sembrava volerlo nascondere, ma neanche esibire.
Era… comodo.
Come quei pantaloni scout che le cadevano bene sui fianchi pieni, o quelle camicie portate aperte giusto un bottone in più di quanto permesso dal regolamento.
A chiunque altro avrebbero detto qualcosa. A lei no. A lei si sorrideva.
I ricci chiari le cadevano sempre un po’ sugli occhi, e lei non faceva mai il gesto di sistemarseli. Li lasciava lì, a filtrare lo sguardo. Verde. Intenso.
Troppo.
“Tu sei strana, lo sai?”
“Grazie.”
“Non è un complimento.”
“Per me sì.”
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Una sera stavamo caricando i materiali per l’uscita. Zaini, corde, taniche, tende.
Eravamo solo io e lei nel magazzino, e il neon sopra la nostra testa faceva un ronzio debole e fastidioso.
Lei si era piegata per sollevare un sacco da 50 litri e quando si era rialzata, era finita troppo vicina. Troppo.
Il mio braccio aveva urtato il suo.
Seno contro braccio.
Mi si era spento il cervello per tipo due secondi.
“Oh Clara, sei rossa. Che ti prende?”
“Fatica.”
“Sicura che sia quello?”
E il sorriso. Quel maledetto sorriso. Lento, storto, carnale.
Era così che giocava.
Senza mai dire nulla davvero.
Senza mai smettere.
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Un altro giorno mi aveva chiesto aiuto per sistemare il telo del bivacco. Solo che il telo era steso sull’erba e lei si era inginocchiata in modo francamente teatrale. I pantaloni le si erano tirati un po’ su e io — idiota — mi ero lasciata sfuggire un secondo in più sugli occhi.
Glutei perfetti, morbidi, decisi.
Io non volevo guardare.
Ma volevo tantissimo guardare.
“Hai sempre quello sguardo serio, Clara. Ma giuro che se ti togli la camicia, secondo me fai impazzire qualcuno.”
Sorriso.
Gomitata.
E io a metà tra la vergogna e l’orgasmo mentale.
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Pensavo a lei anche di notte, e non solo per i suoi modi ambigui.
Pensavo a lei perché Irene era libera.
Libera nel corpo, nei gesti, nel linguaggio.
Libera dove io ero stata chiusa.
E io la desideravo con la fame di chi ha passato la vita a guardare le vetrine senza mai poter entrare.
“Non è che lei ci prova. È che io reagisco a tutto.”
E ogni volta che mi sfiorava, mi parlava troppo vicino, mi rideva addosso… io sprofondavo un po’ di più.
Nessun contatto vero. Nessun bacio.
Solo quel gioco bastardo in cui io perdevo sempre.
A un certo punto avevo iniziato a pensarla mentre lavavo i piatti.
Così, senza senso. Le mani immerse nella schiuma e il pensiero fisso a quel giorno in cui aveva appoggiato la sua testa sulla mia spalla durante una riunione noiosa, sbuffando per finta. Solo un gesto da niente, innocente. Ma io l’avevo sentita tutta. Il calore della sua guancia. Il peso leggero della testa. L’odore della sua pelle — dolce, caldo, tipo crema solare e umido di pioggia.
Mi era rimasto addosso per ore.
E quando poi ci pensavo di notte, le fantasie si facevano sempre più sfacciate.
Non era solo il desiderio di baciarla.
Era la voglia di vederla sciogliersi.
Di capire che suono avrebbe fatto, quanto si sarebbe morsa le labbra.
Quanto si sarebbe lasciata fare.
Perché Irene aveva un corpo che sembrava progettato per essere contemplato con le mani.
Il seno grande, pieno, sempre un po’ in risalto sotto quella camicia che portava sbottonata più del dovuto — tanto chi glielo diceva qualcosa?
Il fondoschiena pronunciato e deciso, che si muoveva lento sotto i pantaloni beige regolamentari, che su di lei sembravano disegnati da uno stilista perverso.
E poi le sue cosce. Piene. Forti. Sensuali. Quando si sedeva con le gambe accavallate, la stoffa tirava e lasciava intuire curve che io cercavo disperatamente di ignorare.
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Una sera, durante una riunione di reparto, la situazione è degenerata in un modo che il mio cervello sta ancora cercando di processare.
Stavamo sedute su panche di legno, vicine ma non troppo.
Io cercavo di concentrarmi sulla verifica dei turni per l’uscita del mese, mentre lei sembrava non aver alcuna intenzione di collaborare.
“Clara, guarda che hai sbagliato a mettere Andrea di guardia all’alba, quello si sveglia dopo mezzogiorno pure a scuola.”
Aveva detto così, chinandosi su di me per indicare la riga sbagliata sul foglio.
