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Erotika
Scout e desideri proibiti · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 26 min di lettura

Iniziazione al clan

dopo un mare di delusioni, tristezza e disagio, finalmente trovo il mio posto.

Asiadu01
1 anno fa · 554 letture · 3

Il passo successivo era il Clan.

Il grande traguardo. Il livello dove smettevi di essere “una ragazzina” e iniziavi a gestirti da sola. Più libertà, più serate fuori, più notti sotto le stelle, e meno capi che ti spiegano come accendere un fuoco quando in realtà stai solo cercando di non bruciare te stessa.

Il Clan era quello che avevo sempre sognato.

E ora lo temevo più di tutto.

Avrei dovuto entrarci con la mia squadriglia, con il mio vecchio gruppo. Ma no. Non potevo. Non dopo quello. Non dopo Irene. Non dopo Kri.

Così, con la scusa di voler “vivere nuove esperienze” — frase che mia madre trovò commovente, quasi da futura capo clan — chiesi il passaggio in un altro reparto. Stesso distretto, stessa zona, ma nuovo ambiente, nuove persone. Nuovo meccanismo di autodifesa.

Era la mossa perfetta:

ricominciare da zero,

senza deludere mia madre.

Soddisfazione garantita per tutti. Tranne me.

Il primo giorno nel nuovo Clan arrivò silenzioso.

Zaino pieno, vestito stirato, la promessa a me stessa di parlare poco e sorridere solo se necessario.

Il gruppo era vario, più adulto, meno teatrale.

Ragazze più grandi, ragazzi più pieni di sé ma meno fastidiosi. Nessun Kri. Nessuna Irene.

Un campo nuovo, facce nuove.

Tutto sembrava più sobrio, più intelligente, più lento.

Eppure, dentro di me, ogni parola che pronunciavo era calibrata.

Ogni risata era pesata.

E ogni sguardo delle altre ragazze era passato al vaglio di mille filtri prima di accettarlo come innocuo.

Non mi fidavo più.

Di nessuno.

Nemmeno di me stessa.

Mi accolsero loro due.

Maria e Giulia.

La prima con un sorriso grande, caldo, che sapeva di casa e torta fatta in casa — ma su un corpo che, diciamolo, era tutto tranne che innocente.

Bassa, lentigginosa, con i capelli castano chiarissimo che le esplodevano in riccioli ovunque — e una figura che era un inno alla morbidezza.

Aveva qualcosa di infantile nel viso, ma il modo in cui il suo seno strabordava sotto la camicia scout era tutto fuorché da bambina.

E poi… quel sedere.

Dio.

Sembrava fatto per accogliere il mondo intero.

Giulia, invece, era tutta un’altra storia.

Alta, elegante, con un corpo da copertina. Ma non di quelle patinate: da sogni lucidi di mezzanotte.

Le curve di Giulia non chiedevano attenzione: la imponevano.

Ogni suo movimento aveva un ritmo naturale, sensuale, come se il suo corpo sapesse danzare anche solo respirando.

Capelli neri, lunghissimi, occhi scuri da gatta. E una bocca…

Una bocca che ti faceva venir voglia di dirle tutto e subito, anche le cose che non avevi mai avuto il coraggio di pensare.

Mi presero sotto la loro ala appena arrivai.

Come se sapessero che venivo da una frattura.

Forse lo sentivano a pelle, o forse erano semplicemente brave ad annusare le anime rotte.

“Con noi ti troverai bene,” disse Maria, sorridendo con quella voce che sapeva di caramelle.

“Qui si fa sul serio… ma ci si diverte anche,” aggiunse Giulia, con uno sguardo tagliente e un accenno di sorriso che mi attraversò come un graffio sottile.

Le osservavo parlare tra loro, capirsi con un’occhiata, toccarsi con naturalezza — una mano sulla schiena, un braccio che sfiorava la coscia — e dentro di me qualcosa si agitava.

Non erano come Irene.

O almeno, non lo erano nel modo in cui mi avevano illuso.

Queste due… mi guardavano. Ma senza farlo pesare.

E io mi lasciavo guardare. Ma con la paura che, anche stavolta, potesse finire male.

Nei primi giorni mi spiegarono tutto: le dinamiche del clan, le uscite, i ruoli.

Io annuivo, cercavo di stare sul vago, di non far trasparire quanto fossi affamata.

Non di attenzioni.

Di normalità.

Solo che, quando ti siedi accanto a Maria e senti il profumo dei suoi capelli mischiarsi con quello del suo seno morbido, quando Giulia ti parla all’orecchio con quel tono basso e profondo che ti scivola lungo la schiena…

beh, l’equilibrio vacilla.

E io, Clara, quella che doveva ricominciare da zero, avevo appena scoperto che il mio zero era ancora dannatamente instabile.

Decisi che stavolta avrei fatto le cose diversamente.

Basso profilo. Niente confidenze, niente illusioni.

Avevo un nome da proteggere. Il mio.

Feci amicizia con Maria e Giulia con il giusto grado di apertura.

Ridevamo, parlavamo, ci raccontavamo episodi di campo — io mentendo sulla metà delle cose, omettendo sull’altra metà.

Ero simpatica, disponibile, sveglia.

Ma blindata.

Il segreto, quello vero, quello che batteva sotto la maglietta ogni volta che una delle due mi sfiorava per caso, doveva restare sepolto.

Nessuna doveva sapere.

Nessuna poteva immaginare che amavo le ragazze.

Che le guardavo troppo. Che fantasticavo.

Stavo zitta.

Sorridevo.

E cercavo di tenere gli occhi dove andavano tenuti.

Fallivo quasi sempre.

Le riunioni di Clan, invece, erano una specie di tortura elegante.

Due ore seduti in cerchio, a discutere su come usare il fondo cassa, a votare mete per la prima uscita, a organizzare i turni di cucina.

Io ascoltavo, presente con il corpo, assente con la testa.

La metà delle voci mi rimbalzava in testa come onde vuote. L’altra metà mi ricordava ogni secondo che, in fondo, ero ancora fuori posto.

Ogni tanto mi sembrava di vedere Irene tra i volti, in una risata simile, in uno sguardo di troppo.

Chiudevo le mani a pugno sulle ginocchia.

Poi respiravo.

Poi tornavo a sorridere.

Quando annunciarono la composizione delle tende per la prima uscita, sentii un brivido improvviso.

“Voi tre: Maria, Giulia e Clara.”

Lo dissero con naturalezza, come se fosse una scelta logica.

E forse lo era.

Ma per me fu un allarme silenzioso.

Dormire con loro.

Dividerci gli spazi, i respiri, i silenzi della notte.

Era l’inizio di una sfida che non avevo scelto.

Le guardai.

Maria mi sorrise con entusiasmo sincero.

Giulia sollevò un sopracciglio, poi accennò un sorriso lento, che sapeva troppo di guanto lanciato.

“Sarà divertente,” disse.

“Sì, finalmente un po’ di girl power,” aggiunse Maria.

Io annuii.

Mentre dentro, il cuore mi si torceva.

Lo chiamano Clan perché dovresti sentirti in famiglia.

Io, invece, avevo appena scoperto che stavo per condividere la tenda con due sogni proibiti e nessuna via di fuga.

E la cosa peggiore?

Che una parte di me… non vedeva l’ora.

E così, in un soffio, eravamo passate dall’autogestione alle ciaspole.

Dall’entusiasmo delle prime uscite al silenzio ovattato di una montagna imbiancata, coperta da un gelo che tagliava l’aria anche solo respirando.

Ma le tende — Dio benedica l’attrezzatura invernale — erano più calde di quanto uno potesse pensare. Bastava essere in tre, respirare a ritmo, dormire vicine… e sembrava quasi casa.

Quasi.

Io ero tesa.

Tesa dal primo istante in cui eravamo arrivate al campo. Dal momento in cui avevo toccato la neve con gli scarponi, fino all’ultima corda tirata della nostra tenda.

Montaggio tenda: tesa.

Pali storti, nodi che non volevo mollare nemmeno con i guanti.

Cucine da campo: tesa.

Mi tremavano le dita, ma non era per il freddo.

Poi, la notte.

La temuta, fottuta, prima notte.

Entrammo tutte e tre in tenda con le torce appese al collo, le guance arrossate dal vento e le mani indolenzite.

Giulia si tolse gli scarponi con un sospiro, lanciando uno sguardo di complicità verso Maria.

Maria rise piano, mentre cercava di slacciare il pile e infilarsi nel sacco a pelo.

Io mi mossi come un automa.

Ogni gesto misurato.

Ogni centimetro del mio corpo consapevole di dove fosse il loro.

Il freddo faceva da scusa perfetta.

Ci avvicinammo.

I nostri sacchi si toccavano.

La stoffa produceva un suono secco e continuo, mentre ognuna si sistemava nella propria posizione.

“Non mi muoverò mai più,” disse Maria, raggomitolata.

“Neanche sotto minaccia,” rispose Giulia, accennando un sorriso con le labbra appena illuminate dalla torcia.

Io non dissi niente.

Mi infilai dentro il mio sacco e chiusi gli occhi.

Ma il sonno non arrivava.

Sentivo i loro respiri.

Il loro calore.

Il loro odore: dolce Maria, quasi di vaniglia e vento. Giulia, più speziata, come pelle dopo il sole.

Mi sentivo esplodere.

E fingere.

Come sempre.

Ripensavo al campo estivo, alla tenda vuota, alle lacrime silenziose.

E ora ero qui, nella stessa posizione, ma con due presenze troppo vive accanto a me.

Una parte di me voleva solo dormire.

Un’altra… sognava che il sacco a pelo si aprisse da solo. Che una mano cercasse la mia. Che qualcuno, chiunque, sapesse senza che io dovessi dire.

Ma rimasi ferma.

Immobile.

Muta.

Perché anche lì, tra le montagne, tra neve e risate, ero ancora la stessa Clara:

quella che osserva.

Che desidera.

Ma non si concede.

E quella notte, sotto gli strati di nylon e silenzi, fu lunga.

Dannatamente lunga.

E troppo, troppo calda.

La seconda giornata fu uguale alla prima.

Stanchezza, freddo, legna bagnata, battute stupide e un tè che sapeva di piedi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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