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Erotika
Scout e desideri proibiti · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 30 min di lettura

giocare con il fuoco

una ragazza fuori posto a un campo estivo che sembrava un campo di battaglia.

Asiadu01
1 anno fa · 731 letture · 2

Ma nel farlo…

Il suo seno era finito praticamente sul mio braccio.

Premuto. Morbido. Caldo.

E il suo respiro a pochi centimetri dal mio collo.

“Stai tremando?” aveva sussurrato, a volume così basso che potevo anche essermelo immaginato.

“Fatica.”

“Sempre questa scusa.”

E mi aveva lanciato un sorriso che sembrava un bacio dato con la mente.

Poi, con un gesto lento, aveva incrociato le gambe.

Io l’avevo guardata — per sbaglio, giuro — e avevo visto la stoffa della gonna tirarsi un po’ su sopra la coscia. La pelle liscia, l’incavo del ginocchio, il movimento lento e misurato.

Come se sapesse.

Lei sapeva.

“Ti stai distraendo, Clara. Che succede? È troppo il contatto fisico per te?”

Aveva detto quella frase con tono innocente. Ma bastava guardarle la bocca per capire che non era innocente per niente.

E io, che vivevo da anni con la paura di essere scoperta, improvvisamente avevo desiderato che lei mi sgamasse.

Che mi inchiodasse lì, tra quel desiderio assurdo e la mia stessa vergogna.

⸻

Quella notte ho sognato Irene.

Solo la sua voce e le sue mani.

E il modo in cui mi chiamava “Clara, dai…”, con quel tono da chi ha già deciso tutto.

Mi sono svegliata sudata, il cuore impazzito e un peso tra le gambe che non avevo mai sentito così intenso.

E mentre cercavo di calmarmi, ho pensato solo una cosa:

“Se continua così, al campo estivo ci finisco dentro. E non nel modo spirituale.”

Il campo estivo, per chi non lo ha mai fatto, è una roba mistica.

Quindici giorni in mezzo al verde, senza telefono, senza specchi, senza doccia. Solo zanzare, sudore, e tanta, tanta convivenza forzata.

Una squadriglia monta la propria tenda da campo, cucina su due sassi, dorme su tavolacci di legno e si lava nel lago. Un’esperienza che, a detta dei capi, forma il carattere.

A detta mia, lo smonta a picconate e poi ti costringe a rimetterlo insieme sotto il sole cocente con un sorriso.

Ma io, che nel disagio ho sempre saputo galleggiare bene, in fondo lì mi sentivo nel mio elemento.

Correvo, martellavo, tagliavo pali come se fossi nata con una sega a mano in braccio. Clara la caposquadriglia modello, quella che tutti usavano come esempio quando bisognava far vedere come si fa un perfetto nodo parlato sotto la pioggia.

E Irene…

Irene non era da meno.

Anzi.

Lei lo faceva sembrare facile.

Con quella camicia sempre slacciata un bottone in più del dovuto.

Con la pelle ambrata che si scaldava sotto il sole, i ricci raccolti in alto e il seno che si muoveva impercettibilmente sotto il tessuto teso, ogni volta che si chinava a tirare una corda.

E con quelle mani — affusolate, sporche di terra, piene di graffi e segni — che mi si poggiavano addosso molto più spesso di quanto fosse strettamente necessario.

Il secondo giorno, mentre stavo cercando di sistemare la trave della cucina, Irene è arrivata da dietro e ha appoggiato il mento sulla mia spalla. Così, senza chiedere il permesso.

“Hai un odore buono, lo sai?”

Ha sussurrato piano, proprio all’attaccatura del collo.

Il suo respiro mi ha sollevato la pelle.

“Sudore e autan?” ho risposto, per tenere le gambe ferme.

“No, Clara. Proprio tu. Sai di resina e pensieri proibiti.”

Ho sentito una scossa, ma ho riso.

Perché che altro potevo fare?

Prenderla sul serio? Pensare che magari mi stava dicendo qualcosa di vero?

No.

Meglio illudersi con classe, se proprio devo.

Nei momenti liberi, lei mi cercava.

Fingeva di non farlo apposta, ma era sempre nella mia tenda, nella mia cucina, nel mio spazio.

Un giorno si è seduta sulle mie ginocchia.

Letteralmente.

“Oh, scusa, non avevo visto che c’eri tu sotto,” ha detto ridendo, mentre il suo fondoschiena morbido mi schiacciava le cosce.

Io non riuscivo a parlare.

Solo a non morire.

Poi ha aggiunto, piano:

“Comoda però, eh?”

E la sua risata mi è finita addosso come una doccia fredda e bollente insieme.

Perché sì, era comoda.

Troppo.

Aveva curve abbondanti e morbide, e le cosce forti mi circondavano come un abbraccio involontario.

Il tessuto tirava sul suo fondoschiena e la mia mente andava in blackout.

La sera, dopo cena, si metteva seduta con me sul tronco davanti al fuoco e mi raccontava storie inventate.

“E se scappassimo da qui? Solo io e te. In un rifugio sul lago. Niente capi, niente tende, solo vino e pelle nuda.”

Rideva. Sempre rideva.

E io ridevo con lei.

Ma dentro…

Dentro mi stavo innamorando in ogni poro, con un desiderio che mi bruciava tra le gambe.

Mi illudeva?

Probabilmente sì.

Ma in quei giorni sembrava tutto così reale, così vivo, così possibile.

E io, Clara, la brava ragazza, quella perfetta, quella che reprimeva da anni…

Stavo affogando.

Con gioia.

Ci sono luoghi dove il tempo si piega.

Nel campo scout, ad esempio, i minuti si dilatano e le sere esplodono in giornate infinite, fatte di giochi, silenzi, sudore, sguardi e risa fuori posto.

Ogni momento sembra un frammento scollegato, eppure tutto è parte di una tensione costante.

Io non dormivo quasi mai. Ma non per le zanzare.

Irene continuava con i suoi giochi.

Un pomeriggio mi ha beccata nel retro della cucina mentre lavavo le pentole e, senza dire una parola, si è infilata sotto il telo della tenda da campo alle mie spalle.

“Fammi spazio,” ha detto.

E senza aspettare risposta, si è attaccata al mio fianco. Letteralmente, pelle contro pelle, la sua coscia nuda che spingeva contro la mia sotto i pantaloncini corti fradici.

“Hai il sapone ovunque, aspetta che ti pulisco.”

E ha preso il mio braccio.

Ha infilato le dita tra le mie e me l’ha passato sul petto, facendomi schizzare l’acqua sulla maglietta già bagnata.

“Ops,” ha riso, “adesso si vedono i capezzoli.”

Sapeva esattamente cosa stava facendo.

Nel frattempo, i maschi giravano come avvoltoi.

Cinque squadriglie totali. Tre maschili, due femminili.

Io e Irene, capi. Sorelle rivali in un gioco inventato.

E poi loro, le Acquile.

Non erano solo rumorosi: erano molesti.

C’erano leggende su di loro: chi diceva che si facevano le canne nei bivacchi notturni, chi che si erano spinti oltre con una delle ragazze l’anno prima. Nessuno sapeva, nessuno diceva. Ma tutti sapevano.

Il loro caposquadriglia, Kri — che si chiamava Cristian ma aveva deciso che “Kri” era più virile — era il prototipo perfetto del maschio scout. Alto, muscoloso, capelli rasati, camicia sempre sudicia e sbottonata fino all’ombelico.

Sapeva montare una tenda in sei minuti.

Sapeva accendere un fuoco con due rami e un respiro.

Sapeva come farsi odiare in mezzo secondo.

La sua specialità era avvicinarsi alle ragazze con l’aria da chi non ci prova, ma se vuoi ti ci porto io nel bosco.

Le altre cadevano come mosche.

A turno.

Tranne Irene.

Ed era questo che lo faceva impazzire.

Una sera, Kri si è seduto accanto a noi al fuoco.

Io, ovviamente, già rossa solo per avere Irene troppo vicina. Lei con le gambe accavallate, maglietta annodata sopra l’ombelico, occhi puntati al cielo e labbra sempre in movimento.

Kri l’ha squadrata da capo a piedi.

“Ehi, tu… sei sempre in coppia con la Clara? Vi muovete come se foste fidanzate.”

Rideva.

Ma non era una battuta.

“Meglio una ragazza sveglia che un maschio rincoglionito,” ha risposto Irene, senza neanche guardarlo.

Poi, voltandosi verso di me:

“A proposito, stanotte tenda mia o tenda tua?”

Kri è rimasto muto per due secondi. Poi ha sputato a terra.

Le altre ragazze hanno riso.

Io ho riso.

Poi ho tossito.

Poi mi è mancato il fiato.

Irene si era appoggiata a me, il braccio che sfiorava il mio petto, come se niente fosse.

E io sentivo il suo odore, sentivo la sua pelle, sentivo tutto.

E non capivo niente.

La verità è che Irene faceva queste cose con una leggerezza assurda.

Ti accarezzava il ginocchio mentre parlava con un’altra. Ti toccava i capelli dicendo che hai un nodo. Ti diceva che sei carina, ma che sei più carina quando stai zitta.

La verità è che la sua sensualità era ovunque.

Ma non era mai chiara.

Mai esplicita.

Solo… insinuata.

Come il sospetto.

Come il desiderio.

Come l’illusione che qualcuno potesse davvero vedere in te quello che tu hai sempre nascosto al mondo.

Prima di andare avanti…

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