«Almeno non prendo puffo come quella volta…»
«Avevo dodici anni! eravamo alle medie.»
Rise, fingendo di colpirmi con la spalla, ma io mi spostai appena e lei finì col darmi una gomitata più forte del previsto.
Scoppiammo a ridere entrambi.
Camminammo piano lungo il marciapiede, tra le auto parcheggiate e il rumore del mare in lontananza. Di tanto in tanto le sfioravo la mano con la mia, finché non la intrecciò senza dire nulla. Il suo pollice cominciò a muoversi contro il mio, piano, come se volesse farmi capire qualcosa che le parole non riuscivano a dire.
«Lo sai che mi fai ridere troppo?» mi disse ad un certo punto, fermandosi.
«Beh, se vuoi posso essere serio.»
«No… cioè, mi fai ridere e sentire bene. È diverso.»
Ci guardammo un attimo. I suoi occhi brillavano dietro gli occhiali, un riflesso verde che sembrava liquido sotto i lampioni.
Mi venne spontaneo abbracciarla. Lei si strinse a me, la testa sotto il mio mento, e restammo così. Era il tipo di abbraccio che non dice “ciao” o “addio”. Dice “sei casa”.
La macchina era parcheggiata in quel posto tranquillo, nascosto tra gli alberi. Nessuno passava mai da lì, ed era diventato il nostro rifugio di fine serata.
Chiara era seduta di fianco a me, il viso illuminato dal cruscotto, i capelli un po’ spettinati e il sorriso dolce di chi non ha fretta.
«Cosa c’è?» le chiesi mentre la osservavo.
«Niente. È solo che… non vorrei mai andare a dormire quando sto con te.»
Mi avvicinai e la baciai. Stavolta con più fame. Lei rispose subito, lasciando cadere la mano sulla mia coscia. Si girò leggermente verso di me, permettendomi di accarezzarla meglio. Le labbra si cercavano con urgenza, ma non c’era fretta. C’era desiderio, quello sì. Ma anche attenzione, lentezza, come se ogni gesto fosse un piccolo passo oltre.
La mia mano salì sotto il suo maglione, accarezzandole la schiena nuda. Sentii un brivido, poi il suo respiro farsi più pesante. Lei non disse nulla, anzi, si mosse per toglierlo. Restò con solo il reggiseno nero, semplice e bellissimo, che sembrava fatto per quella pelle morbida.
«Posso?» le chiesi, la voce appena un sussurro.
Chiara annuì piano, senza parlare.
Le slacciai il reggiseno con delicatezza, quasi temendo di rompere qualcosa. Lo lasciò scivolare giù con lentezza, esponendo il seno, grande e naturale, che si sollevava e abbassava col ritmo del suo respiro.
Non potei fare a meno di guardarla, per un attimo solo, come si guarda un quadro che ti toglie il fiato.
Poi tornai a baciarla, sul collo, sul petto, con la mia mano che la accarezzava con dolcezza e rispetto. Il suo gemito trattenuto fu la cosa più bella che avessi mai sentito.
Le baciai un seno, lentamente. La sentii stringere le gambe attorno a me. Una mano mi salì sulla nuca, l’altra mi accarezzava la schiena sopra i vestiti.
Poi, con gesti lenti e attenti, la mia mano scivolò sotto i suoi jeans, trovando la pelle liscia sotto la biancheria. Lei si mosse piano, come se avesse atteso quel gesto ma non sapesse bene come reagire. La mia mano trovò la strada, e iniziai a muovermi piano, tra i suoi sospiri.
Lei mi guardò. «Ale…»
«Dimmi.»
«Continua. Ma… piano, per favore.»
Le accarezzai l’interno coscia, poi le sfiorai l’intimo, e sentii il suo corpo sobbalzare contro il mio. Aveva gli occhi chiusi, i seni nudi che si muovevano al ritmo del respiro, e la testa appoggiata sulla mia spalla.
Continuai a toccarla piano, poi un po’ più a fondo, guidato dai suoi sussulti, dai piccoli sospiri che le sfuggivano dalle labbra. Si era aggrappata alla mia felpa con una mano, l’altra era posata dietro al mio collo, come a cercare un appiglio per non perdere il controllo.
Il suo bacino cominciò a muoversi lentamente contro la mia mano, quasi impercettibile all’inizio, poi via via più decisa, come se il suo corpo stesse decidendo per lei. Le baciai il collo, poi la mandibola, poi di nuovo la bocca. Lei ricambiava con trasporto, inarcando appena la schiena, lasciando che le accarezzassi il seno con l’altra mano.
«Ale…» mormorò, piano, come se volesse dirmi qualcosa ma non trovasse le parole.
Continuai a toccarla, trovando il punto giusto con le dita, modulando la pressione mentre i suoi gemiti diventavano più ravvicinati. Era bagnata, calda, e bellissima. Sentivo le sue cosce fremere, il respiro spezzarsi.
Si stava avvicinando. Lo sentivo nel modo in cui si stringeva a me, nel tremore che le percorreva le gambe, nelle sue labbra socchiuse che non riuscivano più a parlare. Era lì, proprio lì, sul punto di lasciarsi andare.
Ma proprio quando stava per venire, si irrigidì di colpo. La sua mano afferrò il mio polso con dolcezza ma decisione, e mi fermò.
«Aspetta… no, no, ti prego…»
Si staccò lentamente da me, ansimante, gli occhi lucidi e confusi. Cercava di riordinare i pensieri, ma sembrava più frustrata di me.
«Scusa…» sussurrò, tenendosi il viso con una mano. «Era bellissimo. Ma… non lo so. Mi si è chiusa la testa all’improvviso.»
Rimasi in silenzio. Il mio cuore ancora batteva forte, e le dita tremavano lievemente. Ma non dissi nulla, le accarezzai solo la guancia.
«Va tutto bene,» le dissi a bassa voce. «Te lo giuro, Chiara.»
Lei annuì piano, ma non riusciva a guardarmi.
La aiutai a ricomporsi in silenzio, tirando su con dolcezza il maglioncino che le era scivolato giù dalle spalle, abbottonandolo lentamente come se quei gesti potessero cancellare l’imbarazzo. Lei si sistemò i jeans in fretta, senza dire molto, con il viso ancora arrossato e lo sguardo sfuggente.
«Ti riaccompagno a casa?» chiesi con un tono pacato, quasi temendo che anche le parole potessero ferirla.
Lei annuì piano. «Sì, grazie…»
Durante il tragitto cercai di alleggerire l’aria. Le raccontai una battuta scema, una di quelle che avrei fatto per farla sorridere ai tempi in cui ci mandavamo messaggi fino a tardi, prima ancora di metterci insieme. E funzionò, un po’. Lei rise, anche se sottovoce, e appoggiò la testa contro il finestrino, tirando un sospiro lungo.
«Mi dispiace per prima…» mormorò a un certo punto, mentre le luci dei lampioni le accarezzavano il viso.
«Non devi scusarti, Chiara.»
«Lo so. Ma… avrei voluto riuscirci.»
«Va tutto bene. Quando sarà il momento, lo capiremo insieme.»
Parcheggiai sotto casa sua. Restammo in silenzio ancora qualche secondo. Avrei voluto baciarla, ma non lo feci. Lei mi sorrise con un’espressione dolce e fragile allo stesso tempo, poi scese.
Rimasi lì, con le mani sul volante, a guardare la sua figura allontanarsi nel buio.
Chiara era splendida, affettuosa, sincera. Ma qualcosa non tornava. Era come se ci fosse un muro invisibile tra noi. E io non sapevo se dovevo insistere, aspettare… o arrendermi.
Accesi il motore e tornai verso casa.
La notte sembrava più silenziosa del solito. E i pensieri, troppo rumorosi per lasciarmi dormire.
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