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Erotika
È solo per allenamento · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 16 min di lettura

Assenza di intimità

il protagonista è scontento della sua vita sessuale e si confronta con la sua migliore amica che le dà dei consigli

Asiadu01
1 anno fa · 570 letture · 3

Eppure, era proprio quando pensavo a tutto questo che la frustrazione si faceva sentire.

Perché Chiara… non si lasciava andare.

Era insicura. Molto più di quanto il suo corpo lasciasse pensare.

Aveva paura di non piacere davvero. Di non essere “brava”. Di deludere.

Ogni volta che provavamo a spingerci oltre, lei si chiudeva.

Mi accarezzava il viso, mi baciava piano, mi diceva che mi amava.

Ma il corpo lo tratteneva.

E io… io ci stavo male.

Ma la amavo.

E ogni volta pensavo che forse bastava aspettare.

«Quindi ti ha stoppato sul più bello?»

Luna si era accovacciata sul divano con le gambe nude piegate sotto il suo pigiama corto, un vecchio maglione largo che lasciava intravedere la spalla e mezza coscia. I suoi capelli castani erano ancora arruffati, gli occhi svegli ma pigri, come se si stesse ancora godendo il calore delle coperte.

«Non è che mi ha stoppato…» provai a spiegare mentre le porgevo il cappuccino che le avevo portato.

«Ah no? E com’era? Una pausa tecnica? Time-out per eccesso di zuccheri?»

Mi guardava con quel suo sorrisetto di chi si diverte troppo a tormentarmi.

«Era solo… dolcezza. Cioè, non è facile per lei. È insicura. Ci tiene. Vuole andarci piano.»

Luna sbuffò, affondando le labbra nella schiuma del cappuccino.

«Sì, ok. Però se ci va più piano finisce che torna indietro.»

«Non è un problema. L’importante è che ci siamo. E che ci piacciamo.»

«Voi due vi piacete da troppo. Forse vi siete idealizzati a forza di guardarvi a distanza…»

Si fermò un secondo, osservandomi sopra la tazza.

«…e ora non sapete che farvene dell’altro dal vivo.»

Scossi la testa, mentre lei si sistemava meglio sul divano. Il maglione si alzò un po’, rivelando la linea delle sue cosce che si incrociavano con naturalezza. Non sembrava nemmeno farci caso. Ma io sì.

«Comunque,» continuò, «non mi hai detto se almeno l’hai fatta impazzire di baci.»

Sorrisi appena, grattandomi la nuca.

«Sì. Quello sì. Cioè… penso. Tremava un po’.»

«Mmh…»

Luna allungò una gamba e mi diede un colpetto col piede sulla coscia.

«Allora vedi? Non sei messo così male. Dai, che magari sei solo arrugginito. A volte serve solo un po’ di… pratica.»

Lo disse con leggerezza, ma le sue parole rimasero sospese nell’aria come una nuvola.

Poi abbassò lo sguardo, sorseggiando ancora il cappuccino, mentre io cercavo di ignorare quel leggero senso di calore che mi saliva sotto la maglietta.

Vibrazione.

Il mio telefono sul tavolino tremò e si accese.

Chiara.

Aprii il messaggio e per poco non mi strozzai col caffè.

“Scusami per ieri… Non volevo farti sentire rifiutato. Non sei tu. Mi manchi.”

Sotto, una foto.

Lei allo specchio, con una canotta bianca trasparente e niente sotto. Si mordeva il labbro.

La luce della finestra le accarezzava il corpo e il riflesso faceva risaltare le sue curve in modo devastante. Era una foto di quelle che non lasciavano spazio all’immaginazione, ma allo stesso tempo sembrava ancora dolce. Come solo lei sapeva essere.

Sentii lo stomaco stringersi. La testa svuotarsi. E qualcos’altro risvegliarsi.

«Oooh…»

Luna si sporse verso di me, cercando di sbirciare lo schermo.

«Che succede? Lei ti manda cuoricini o tette vere?»

«Luna!»

Cercai di bloccare il telefono, ma troppo tardi. Lei rise, senza nemmeno bisogno di vedere davvero.

«Dalla tua faccia, direi opzione B.»

Scoppiai a ridere, imbarazzato, mentre cercavo di ricompormi.

«Sta cercando di… farsi perdonare.»

«Beh, a modo suo funziona. Sei diventato tutto rosso.»

Poi si alzò dal divano, stiracchiandosi con lentezza. Il maglione si sollevò ancora un po’, e per un attimo vidi la curva scoperta del fianco.

Lei si voltò, fingendo indifferenza.

«Attento, Ale. Con tutte queste distrazioni… potresti fallire di nuovo.»

«Quindi la signorina ti vuole rivedere già stasera?»

Luna era tornata a sedersi sul bracciolo del divano, gambe incrociate e tazza vuota tra le mani. Mi fissava con un sopracciglio alzato.

«Mi ha scritto che le dispiace, che vuole recuperare… e sì, ha detto di vederci stasera.»

«Uh. Not bad.»

Fece schioccare la lingua, quasi ironica, poi si chinò in avanti, accorciando la distanza tra noi.

«Allora vedi di non deluderla… né me.»

«Te? Che c’entri tu?»

La guardai di sbieco, anche se un sorrisetto mi tradiva.

«Beh, diciamo che tifo per te. Ma anche per lo spettacolo. E da fuori, è tutta una bella soap.»

Si alzò, scrollando le briciole del cornetto dal maglione, e si diresse verso la cucina.

«Vai, Romeo. Ricaricati. E porta le mani giuste.»

«Cioè?»

«Hai capito benissimo.»

Mi fece l’occhiolino e sparì dietro l’angolo, lasciando la scia del suo profumo leggero e una risata appena trattenuta.

Scossi la testa, afferrando il mio zaino. Uscire da casa sua era sempre come emergere da una bolla parallela: in quella casa sembrava tutto più sfocato, più leggero… più pericoloso.

⸻

La sera

L’aria era più fresca del previsto. Il cielo era terso, ancora azzurro scuro, con qualche stella timida che iniziava a spuntare. Camminavo verso il punto d’incontro con le mani in tasca, cercando di respirare piano per calmare l’agitazione.

Quando la vidi, il cuore mi fece un salto.

Chiara era appoggiata al lampione del parcheggio, in jeans e un maglione largo che sembrava disegnato apposta per lei: morbido, semplice, ma così aderente nei punti giusti da far perdere la testa.

I suoi capelli biondi e mossi erano raccolti in una treccia morbida, lasciando scoperte le spalle. Gli occhiali brillavano sotto la luce, e il sorriso… quel sorriso bastava a spegnere ogni ansia.

«Ehi,» disse appena mi vide, con un tono basso, quasi timido.

«Sei arrivato prima tu, per una volta.»

«Ti aspettavo da stamattina.»

Le sorrisi mentre mi avvicinavo. Lei fece un passo verso di me, e per un secondo ci fu silenzio. Nessuno parlò.

Poi lei abbassò lo sguardo.

«Mi dispiace per ieri.»

«Non devi. Te l’ho detto, Chiara. Non devi sentirti in colpa.»

«Lo so… è che…»

Si morse il labbro, poi mi guardò di nuovo.

«Voglio solo che tu sappia che… voglio esserci. Con te. Solo che a volte ho paura. Ma non di te. Di me.»

Allungai una mano e le toccai il viso con dolcezza. Lei chiuse gli occhi, si avvicinò ancora.

E ci baciammo. Un bacio lento, senza urgenza, solo labbra che si cercavano, che si riconoscevano.

La serata era cominciata.

«Allora, il re del cookies mi porta a mangiare un gelato?» chiese, dopo un attimo di silenzio.

Sorrisi. «Solo se la regina del puffo promette di non cambiare gusto a metà.»

«Non ci giurerei.»

Partimmo, tra chiacchiere leggere e la musica bassa alla radio. Non c’era fretta, non c’era tensione. Solo noi due, e quel sottile filo di desiderio che cominciava a riannodarsi, più delicato ma anche più profondo.

La gelateria era la solita, quella piccola all’angolo del lungomare, con le luci calde e i tavolini tondi fuori. Non era niente di speciale, eppure con lei tutto sembrava più bello, anche un cono gelato mangiato all’aperto.

«Quindi… pistacchio e cioccolato bianco? Sei prevedibile,» le dissi, mentre uscivamo dal locale.

«Tu invece sei sempre lì con il gusto cookies. Bambino fino all’anima.»

Prima di andare avanti…

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