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Erotika
Club Tlazo · Cap. 4
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Capitolo 4 di 8 17 min di lettura

Sera

Le ragazze vengono condotte all'interno della discoteca dalle guardie.

William Kasanova
1 anno fa · 349 letture · 0

Due mani presero ogni ragazza per la vita e le trascinarono ad altrettante riproduzioni di are sacrificali, facendole urlare di terrore. Provarono a dimenarsi, a fuggire, ma non poterono nulla contro la forza delle guardie.

«La bionda legatela a tette in su, che quelle meraviglie devono essere ben esposte,» ordinò il capo, sarcastico, «mentre l’altra puttana prona, che mi sembra avere un culo che mi scoperei per ore».

Corde di qualche materiale vegetale, precedentemente che pendevano dagli anelli, vennero usate per bloccare polsi e caviglie delle ragazze, che si trovarono a gambe e braccia aperte, con l’inguine sul bordo mentre le teste restavano per metà appoggiate e per metà oltre la pietra di plastica. Guardando alla sua destra, Eleonora vedeva il viso di Miriam bianco per il terrore, un contrasto spaventoso con i suoi capelli color fuoco.

«Ottimo lavoro,» disse il capo, quindi gli uomini lo seguirono per andarsene.

Rimaste sole, le due ragazze non fiatarono per diversi secondi, finché Miriam non disse, la voce che tentennava: «É… è tutto uno scherzo… vero, Ele, che… che è tutto uno scherzo… vero?»

Eleonora non ebbe il coraggio di rispondere. Se fosse accaduto quello che temeva, avrebbe capito perché la guardia aveva sostenuto che Cristina era quella fortunata…

 

Stanza di Eduardo Jiménez, ore 23:10

Cristina non sapeva se essere estasiata o delusa: non avrebbe mai immaginato potesse esserci tutto quel lusso in una stanza da letto, ma al contempo si sarebbe aspettata di vedere una jacuzzi od una piccola piscina oltre una porta, o quadri dal valore di qualche milione di euro in quella di uno con i soldi come Jiménez. Nonostante questo, solo il letto doveva valere più di quanto costasse tutta la stanza che occupava a casa dei suoi genitori, compreso televisore e impianto stereo: la testiera e la pediera sembravano fatte di platino e le coperte di lino o qualche altro cazzo di tessuto prodotto con i peli di animali che vivevano a cinquemila metri di quota o in via d’estinzione. Entro poco, comunque, avrebbe scoperto com’era scoparci sopra un milionario…

La guardia che l’aveva in custodia la condusse nei pressi del letto. «Spogliati,» le ordinò.

Cristina lo guardò con un sorriso di scherno. «Che c’è? Vuoi vedere com’è fatta una bella figa? Sono di proprietà del tuo capo, adesso,» aggiunse, sogghignando.

«E so che “il mio capo” ti vorrà trovare nuda,» ribatté l’altro, dimostrando ben poco interesse allo spettacolo che si stava prospettando.

Cristina iniziò ad ancheggiare e a muoversi le mani sul corpo, fissando la guardia negli occhi e mettendosi la lingua tra i denti, intenzionata a togliersi la soddisfazione di sedurla mentre si spogliava. La ragazza trattenne un moto di rabbia nel notare che l’uomo la guardava con lo stesso interesse che avrebbe avuto verso un appendiabiti.

Gettando gli abiti sul letto, in meno di un minuto la bionda si ritrovò nuda. La guardia si limitò a osservarla come a controllare che non avesse null’altro addosso, poi le ordinò di porsi davanti alla pediera.

«Adesso che fai, mi scopi mentre aspettiamo lui?» provò ancora a provocarlo, ma non ebbe altra risposta che veder comparire nelle mani della guardia un paio di manette. La ragazza fu stupita quando lui le chiese un polso e, una volta ottenuto, i due anelli si chiusero e Cristina si trovò ammanettata al letto.

«E…» cercò di domandare, ma non seppe cosa aggiungere tanto era confusa.

«Aspetta qui,» disse l’uomo, indicando con un dito il tappeto ai piedi del letto. «Qui!» ribadì, facendo credere alla ragazza che non fosse la prima volta che faceva qualcosa del genere e che ripetere il concetto fosse meglio.

Cristina lo vide voltarsi e uscire senza aggiungere una parola, lasciandola sola.

Si sedette sul tappeto a gambe incrociate, nuda, sbattendo le palpebre confusa. «Che cazzo…» esclamò, chiedendosi cosa stessero facendo le altre due. Di certo non si potevano trovare in una situazione tanto assurda.

 

Tempio di Tlazolteotl, ore 23:10

Miriam l’aveva ripetuto tante di quelle volte, ormai, da essersi convinta che quello era uno scherzo. Non poteva essere altrimenti: nel giro di qualche minuto, Jiménez, la vecchia e le guardie sarebbero entrate applaudendo e ridendo, dicendo che quella era la prova da superare e che lei ed Eleonora avrebbero ricevuto una Golden Card ciascuno, un vestito nuovo e avrebbero passato la notte a bere Dom Pérignon o qualche altra cosa che bevevano i ricchi.

Anche Eleonora voleva crederci, ma quando si guardava attorno non poteva evitare di pensare che nessuno costruiva la riproduzione di un tempio azteco per uno scherzo, per quanto immaginava che qualunque storico avrebbe storto il naso nel vedere quella stanza. «Miri, io credo che…»

In quel momento la porta di legno cigolò, bloccando le parole di Eleonora in gola.

Miriam provò a guardare verso la porta, ma la vista era letteralmente bloccata dal suo corpo. «Sono loro, Ele?» domandò, sebbene suonasse più come una preghiera.

La bionda provò ad alzare il capo, ma le sue dannate tettone erano proprio davanti alla porta. Solo dopo qualche secondo si rese conto che era entrato un uomo. Qualcuno che aveva già visto, ma non era una delle guardie, e nemmeno il calciatore… era… era un attore, si ricordò. Aveva girato un film qualche tempo prima e aveva vinto un premio per la…

I suoi pensieri svanirono quando si accorse che l’uomo, l’attore, non indossava i vestiti e il suo uccello, che stava menando, era in erezione.

Aprì la bocca per dire qualcosa, ma si scoprì tanto sconvolta che le fu impossibile spiccare parola.

«Ele, cosa sta succedendo?» domandò l’amica, allarmata dall’espressione della bionda, tirando le corde che le bloccavano i polsi.

Furono le parole dell’attore a risuonare nel locale. «But what two nice harlots we have this time,» commentò, sorridendo. «The redhead, then, is a fucked dickwrecker…»

Il panico fece breccia nell’anima di Miriam. «Ele! Cosa sta succedendo? Ele!» strillò, terrorizzata, poi una sberla la colpì ad una chiappa, strappandole un urlo di dolore, poco distante da quella che gli aveva assestato il direttore del negozio.

«Good, slut, scream! Horny me!» gridò l’uomo dietro di lei.

Un attimo dopo la rossa sentì qualcosa di caldo e grosso scivolarle con violenza nella passera. «No! No! No!» Ma l’implorazione divenne un urlo di dolore dopo pochi secondi: Eleonora vide una mano afferrarla per i capelli e tirarli, sollevando la sua amica dalla pietra di plastica fino a staccare il seno dal piano.

«Miriam! Miriam! No!» urlò a sua volta, e solo dopo un attimo si accorse che un secondo uomo era entrato nella stanza, e questa volta avvicinandosi al suo, di inguine.

La ragazza riprese a strillare, dimenandosi come se questo potesse strappare le funi che la bloccavano, ma questa volta per proteggere sé stessa. Inutilmente, però.

Il secondo uomo, che una briciola di mente ancora lucida della ragazza riconobbe come un cestista, la guardò muoversi, sorridendo soddisfatto. Disse qualcosa in una lingua che Eleonora non conobbe, poi afferrò le grosse tette che sembravano budini impazziti, che si muovevano da un lato all’altro del petto della ragazza, stropicciandoli, saggiandone la morbidezza, dimostrando con la lascività che era comparsa sul suo volto quanto apprezzasse.

«No! Ti prego, no!»

Come se questa volta l’avesse compresa, l’uomo lasciò i seni, ma questo solo per afferrare le cosce della ragazza e sollevarle i glutei dal piano. Eleonora era troppo sconvolta per capire cosa stesse succedendo, ma quando percepì un oggetto caldo e umido contro il suo ano trattenne il respiro, incredula. Un attimo dopo i suoi occhi si spalancarono mentre l’uomo entrava nel buco che il suo ex amava tanto possedere quando la scopava, schiaffeggiandola sul seno e dicendole che era una lurida tettona.

Prima di andare avanti…

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