I circa duecentocinquanta membri della tribù degli Anerak di buon mattino erano tutti riuniti nello spiazzo al ridosso dei boschi e sotto le loro montagne. La vallata era silente; solo gli uccelli e gli ululati dei lupi lontani si potevano udire. La natura parlava, viveva tutta attorno a loro. A metà spiazzo due grandi corna di adlaki erano state poste come colonne, come accadeva ogni anno per il “rito degli Dèi”, e fra le stesse la Madre degli Anerak attendeva silente i tre “figli” che sarebbero quel giorno divenuti a tutti gli effetti membri integranti della tribù. I sette anziani della tribù, uno per ogni suddivisione interna del popolo stesso, erano in cerchio attorno alla Madre, con i loro bastoni decorati e le immagini di animali impresse sui loro corpi.
Ordak ed altri due suoi coetanei, Idomin e Nortilak, aventi anch’essi venti inverni di età, uscirono dalla loro caverna di appartenenza familiare, scortati dai loro padri a destra e dalle madri a sinistra. L’uguaglianza era l’unica padrona in questo popolo. Alla vista dei ragazzi, la gente della tribù iniziò a far rumore sbattendo i bastoni l’uno con l’altro, e le donne sbattevano le loro mani facendo echeggiare il tutto per la valle. Il breve tragitto dalla grotta fino a dov’era la Madre sembrò eterno per Ordak ed i suoi amici. Ma finalmente furono dopo pochi istanti avanti agli occhi dell’anziana donna. Il cerchio di anziani che si aprì facendoli entrare, soli, nello stesso, si richiuse al loro passaggio. Così iniziò il rito:
La Madre degli Anerak agitò una cordicella con sopra resti ossei di uccelli e iniziò con la stessa a far rumore e lamenti agitando la mano che teneva la cordicella verso ogni ragazzo. Finito ciò iniziò a parlare:
“Oggi avete passati i venti inverni. Oggi, al trentesimo giorno da quando in questa stagione gli orsi si risvegliano, voi divenite Anerak cessando di essere solo i “figli” degli stessi. Padre Sole, Madre Terra e la Sovrana Morte vi guardano e vi hanno benedetto facendovi giungere sino a questo grande giorno.” Alzò poi le mani verso il cielo “Nostro Padre Sole, benedici con i tuoi raggi la nostra Terra e la nostra gente. Benedici gli animali tutti, gli alberi, i fiumi e le piante ed i frutti che le stesse producono. Madre Terra, tu che ti sposi con il Sole e tramite lo stesso dai forti figli, sostentamento di te stessa e di chi vi abita, onora oggi questi nostri “figli”. Sovrana Morte, te che sei giustizia e terrore, ma naturale e inevitabile ragione d’ogni cosa che vive, padrona sia di chi tiene i bastoni decorati, di chi parla con gli Dèi immortali e di chi poco detiene, benedici questi ragazzi che oggi sono innanzi a voi, tenendoli lontani dal tuo mondo ma che in te trovino una benedizione quando le rughe avranno conquistato il loro corpo”. Dicendo ciò, gli anziani si avvicinarono e, tramite un piccolo bastone forato, soffiarono aria sui volti dei ragazzi che, silenti, chiusero gli occhi per poi riaprirli pochi istanti dopo. La gente sorrideva compiaciuta del rito al quale stava assistendo. Tre Anerak in più da quel momento risiedevano nelle nove grotte.
La Madre diede ad ogni ragazzo una collana con un dente di orso delle caverne, che fra quelli che forse accumuleranno nella loro vita, dovrà sempre essere quello centrale.
“Ora, dovete congiungervi da dove siete nati, con la Terra: sentite il suo calore, delle sue grotte esplorate ogni angolo e sentite l’amore ch’ella ha per voi e vi ha donato. Fate di ciò la vostra sapienza infinita”. Così il cerchio si riaprì e tre ragazze entrarono prendendo per mano i tre riconducendoli, fra il battere dei bastoni ed il plauso delle donne, all’interno delle rispettive caverne abitative. Lasciandoli all’entrata, le ragazze tornarono indietro mentre la gente della tribù rimaneva ad osservare fino a che non fossero entrati completamente all’interno delle grotte. Poi, dopo averli persi di vista, la gente della tribù iniziò a danzare e a sbattere ancora i bastoni, affinché il suono accompagnasse i tre nuovi Anerak all’atto più alto del rito.
Ordak avanzava nella caverna fino all’estremità della stessa, dove un cunicolo si apriva. Lo percorse: era breve e le pitture, anche le sue, facevano bella mostra sulle pareti. Avanti a se una pelle di orso delle caverne ostruiva la vista di ciò che era all’interno di una stanza; della stanza dove si doveva recare. Un fuoco però dentro la stessa era acceso. Ordak scansò la pesante pelle d’orso per entrare. Sua madre Dysa, nuda ed unta dagli unguenti che le esperte donne della tribù le avevano spalmati addosso, era seduta accanto al fuoco, la pelliccia d’orso stesa in terra ed alcuni manufatti vicino ad essa
“mamma…”“Ordek, vieni qua” il ragazzo andò accanto a sua madre. La stessa si alzò e Ordak rimase come impietrito. Mai aveva visto sua madre nuda. La donna era splendida, sembrava una divinità, e forse Ordak se lo stava chiedendo se veramente non lo fosse. Il fisico scolpito dal duro lavoro, sembrava un tutt’uno con la roccia della caverna. Le labbra, anch’esse espertamente unte, anche se da un unguento diverso di quello che ungeva il corpo, splendevano alla luce danzante del fuoco. Il sedere duro e perfetto, la parte dov’era uscito venti inverni prima , adorna di non molti peli ma bellissima. I seni grandi e perfetti, erano in armonia per grandezza con il corpo. “Ora figlio devo ungerti io, è l’altra parte del rito. Sei pronto?”
“sì mamma, sono pronto”
Dysa tolse le vesti di suo figlio, sopra come sotto, accennando ad un sorriso non appena vide le sue parti intime
“che c’è mamma”“niente Ordak, ma la Madre Terra ha lasciato agli altri ben poca cosa donando molto a te. Disse Dysa sorridendo a suo figlio mentre, presa una ciotola con dentro gli unguenti che le donne avevano spalmato su lei, iniziava a spalmare il corpo di suo figlio iniziando dal collo.
Ordak sorrise alla frase di sua madre
“così come ha fatto con te mamma, ed anche penso con papà” la donna rise
“rimanga fra me e te figlio, ma papà ha solo il bastone del comando…e quello è l’unico bastone degno oramai” risero entrambi a quella frase.
Il corpo di Ordak si stava svegliando al tocco delle esperte e forti mani di sua madre, specialmente quando, con fare molto lento, la stessa iniziò ad ungere il membro, ora semi eretto, di suo figlio. Ordak socchiuse un poco gli occhi. Dysa sorrise. La mano destra di Dysa scorreva avanti e dietro sul pene di suo figlio per poterlo ungere tutto, mentre l’altra ungeva i testicoli
“oh…mamma”
“penso tu sia pronto ora figlio”“lo credo anche io”
