Mi gettai tra le sue cosce, affondando il viso in quella fessura. Il sapore era intenso, muschiato, un mix di sudore, acqua e desiderio primordiale. Iniziai a leccarla con foga, la lingua che scivolava su e giù, cercando il piccolo bottone di carne che era il suo clitoride. Lei inarcò la schiena, le dita che si conficcavano nel fango e nell'erba, emettendo piccoli gemiti che venivano coperti dal rumore dell'acqua.
"Oh Dio... continua... non fermarti," gridava lei, scuotendo la testa da un lato all'altro.
Risalii lentamente il suo corpo, baciando l'interno delle cosce, l'ombelico, i seni turgidi, risalendo fino alla sua bocca. Mentre ci baciavamo di nuovo, sentii che il mio cazzo era tornato a essere duro come il marmo. La punta del glande era appoggiata proprio sul suo buchetto, che sembrava pulsare, accogliendo l'invito.
Forse fu l'istinto, o forse la pressione dell'acqua che ci spingeva l'uno contro l'altra. Spinsi.
Ci fu un attimo di resistenza, un muro invisibile che sembrava opporsi alla mia entrata. Lei ebbe un sussulto, un piccolo grido di sorpresa che si trasformò in un sospiro profondo quando, con un colpo secco, penetrai in lei. Entrai tutto, sentendo le pareti della sua vagina stringermi in una morsa calda e stretta, un contrasto quasi insopportabile con il freddo che ci avvolgeva.
"Fa male?" chiesi, fermandomi per un istante, con il cuore che batteva come un tamburo.
"No... no, è... è strano. È bellissimo," rispose lei, avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, tirandomi a sé.
Iniziai a muovermi. Lentamente all'inizio, poi con ritmi più serrati. Ogni spinta creava un suono umido, uno squelching ritmico che si mescolava allo scroscio dell'irrigatore. Il mio cazzo scivolava dentro e fuori di lei, lubrificato dall'acqua e dalle sue secrezioni. Potevo sentire i miei testicoli che schiaffeggiavano contro il suo perineo, un suono sordo e carnale.
Il piacere era accecante. Vedevo i suoi occhi socchiusi, il viso arrossato, i capezzoli che puntavano verso l'alto. Lei era eccitata quanto me; sentivo le sue pareti vaginali contrarsi ritmicamente attorno al mio membro, come se volessero morderlo.
"Più forte... spingi più forte!" implorò lei, la voce rotta dal desiderio.
Accelerai il ritmo, perdendo ogni controllo. I nostri corpi erano diventati un'unica massa di carne bagnata e calda. Sentivo l'odore dell'erba calpestata e il sapore del sale sulla sua pelle. Ogni spinta mi portava più vicino al precipizio. La sensazione di essere dentro di lei, di possedere quell'intimità segreta, era più potente di qualsiasi cosa avessi mai provato.
Improvvisamente, lei ebbe un sussulto violento. Le sue gambe si strinsero con forza attorno ai miei fianchi e un grido acuto le uscì dalla gola.
"Sto... sto arrivando!" urlò.
Vidi il suo corpo tremare, le contrazioni della sua vagina che stringevano il mio cazzo con una forza incredibile. Era il suo primo orgasmo, un'onda d'urto che travolse entrambi. Quell'intensità fu la scintilla finale. Sentii il piacere esplodere alla base del mio bacino, un calore immenso che travolse ogni mia difesa. Spinsi un'ultima volta, a fondo, e eiaculai dentro di lei, sentendo il seme scorrere caldo nelle profondità del suo utero.
Rimanemmo così per diversi minuti, immobili, con i polmoni che bruciavano e l'acqua dell'irrigatore che continuava a piovere su di noi, lavando via il sudore e i resti della nostra passione. Il silenzio tornò a regnare nel campo, interrotto solo dal tac-tac-tac della macchina.
Ci guardammo. Non c'era più la stessa innocenza negli occhi. Eravamo passati dall'altra parte, avevamo varcato una soglia da cui non si torna indietro.
"Cosa diciamo se ci chiedono perché siamo bagnati?" chiese lei, con un filo di voce, mentre si staccava lentamente da me.
"Diciamo che ci siamo divertiti con l'irrigatore," risposi, aiutandola a rialzarsi.
Ci vestimmo in silenzio, i movimenti lenti, quasi rituali. I vestiti ci sembrarono improvvisamente pesanti, come se portassero il peso di un segreto troppo grande per le nostre spalle di tredicenni. Mentre camminavamo verso la cascina, sentivo ancora il calore di lei dentro di me, e lei camminava con un'andatura leggermente diversa, consapevole di ciò che era accaduto tra le file di mais.
Tornammo tra le famiglie, tra le urla dei bambini e l'odore di cucina, ma per noi il mondo era cambiato. Il sole continuava a bruciare, ma noi avevamo trovato un modo per sopravvivere al calore, un segreto oscuro e bellissimo che avremmo custodito per sempre, nascosto tra le foglie verdi e l'acqua fredda di quell'estate del sessantadue.
Mentre entravamo nel cortile, lei mi sfiorò la mano per un istante, un contatto rapido, quasi invisibile.
"Ci torniamo domani?" sussurrò.
"Sì," risposi. "Domani."
Andammo a mangiare, seduti a tavola con i genitori, ascoltando le loro lamentele sul raccolto e sul prezzo del grano. Io guardavo il suo profilo, i capelli ancora leggermente umidi, e sorridevo internamente. Sapevo cosa c'era sotto quel vestitino di cotone; sapevo come suonava il suo piacere e come sapeva la sua pelle. Eravamo diventati complici di un crimine invisibile, due piccoli predatori in un mondo di adulti che non avrebbero mai immaginato cosa fosse successo nel cuore del campo di mais.
La notte, nel mio letto, sentivo ancora il brivido dell'acqua e il calore della sua vagina. Il buio della stanza sembrava più denso, più vivo. Chiusi gli occhi e rividi l'immagine di lei inginocchiata davanti a me, l'acqua che le scivolava sul seno e lo sguardo di sfida nei suoi occhi. Quell'estate non era stata solo una stagione di caldo soffocante; era stata l'estate della carne, l'anno in cui avevo scoperto che il piacere poteva essere così violento e totale da cancellare tutto il resto.
Sognai l'irrigatore che ruotava, un cerchio infinito di acqua e desiderio, mentre il tac-tac-tac continuava a scandire il tempo, portandomi verso un domani dove lei sarebbe stata di nuovo mia, nuda sotto il sole, in un mondo dove esistevamo solo noi due e la fame insaziabile della nostra giovinezza.
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