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Quella notte al Nice
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Racconto33 min di lettura

Quella notte al Nice

Dopo una lite con Anita, Stefano cerca una via di fuga e trova conforto in Giada. Una notte di debolezza lo porterà a tradire la persona che ama, proprio mentre lei decide di tornare da lui e ricominciare. Tra bugie, sensi di colpa e tentazioni, Stefano dovrà convivere con un segreto che potrebbe distruggere tutto ciò che voleva proteggere.

Michael035
2 mesi fa · 592 letture · 1

​Quando finalmente l'orgasmo è arrivato, mi ha travolto come una scossa elettrica. Ho stretto forte i suoi fianchi, affondando contro di lei con un ultimo, lungo respiro, mentre Giada si accasciava sul mio petto, tremando leggermente.

Siamo rimasti immobili per qualche minuto. Sentivo il battito del suo cuore contro il mio, il finestrino appannato dal nostro calore. Lentamente, la nebbia dell'alcol ha iniziato a diradarsi, lasciando spazio a un vuoto totale nello stomaco.

​Ci siamo ricomposti in silenzio. Ho buttato via il preservativo annodato, mi sono tirato su i pantaloni e ho raddrizzato il sedile, mentre lei si rimetteva il top e si sistemava i capelli usando lo specchietto. Stavo per mettere le mani sul volante, quando il display del suo telefono, appoggiato sul cruscotto, si è illuminato.

Vibrava. Sullo schermo c'era scritto Silvia.

​Giada ha guardato il telefono, poi ha guardato me con un sorrisetto languido, e ha risposto, mettendo in vivavoce senza che glielo chiedessi.

«Pronto?»

«Giada, ma dove cazzo sei finita?» ha urlato la voce femminile dall'altra parte, sovrastando a fatica i bassi del locale. «Ti stiamo cercando da venti minuti, ti sei persa in bagno?»

Giada si è passata una mano tra i capelli, la voce carica di una calma pigra e inequivocabile: «No, Silvi. Sono uscita a prendere un po' d'aria.»

«Un po' d'aria? Da sola? Fuori fa un freddo cane! Dai, rientra che stanno mettendo su un pezzo pazzesco.»

«Non credo che rientrerò, tesoro», ha risposto Giada, accarezzandomi lentamente la nuca con le dita della mano libera. «Sto molto bene qui. Anzi... ho appena finito di scaldarmi.»

Dall'altra parte della linea c'è stato un secondo di silenzio totale. Silvia doveva aver capito benissimo il tono, la pausa, l'allusione sfacciata.

«Ah.» La voce dell'amica è cambiata, diventando improvvisamente complice. «Ho capito. Hai trovato... compagnia.»

«Diciamo che mi sono infilata in un'ottima situazione», ha confermato Giada, guardandomi dritto negli occhi con una soddisfazione feroce, predatoria. «Ci sentiamo domani, Silvi. Divertitevi.»

​Ha chiuso la chiamata senza aspettare risposta. Ha gettato il telefono nella borsa, si è girata verso di me nel buio dell'abitacolo e mi ha sfiorato la guancia. «Allora», ha detto, come se non fosse successo niente. «Mi riporti a casa?»

​Durante il viaggio non ho detto nulla. Ho lasciato Giada sotto il portone del suo palazzo senza spegnere il motore della Clio. Mi ha dato un bacio umido e lungo all'angolo della bocca, sfiorandomi la gamba un'ultima volta prima di scendere. Io le ho mormorato una buonanotte distratta, tenendo gli occhi fissi sul cruscotto.

​Mentre guidavo verso casa, il silenzio dell'abitacolo è diventato assordante. Il calore dell'alcol stava svanendo, sostituito da una lucidità gelida e spietata. L'odore di Giada — quel profumo dolce, invadente — era rimasto imprigionato nei sedili e sui miei vestiti. E con l'odore, è arrivata la consapevolezza, pesante come una lastra di piombo: non avevo provato niente. Nessuna liberazione, nessuna catarsi. Giada era stata solo uno specchio in cui avevo riflesso la mia frustrazione, e ora che l'avevo usata per sfogarmi, mi sentivo infinitamente più vuoto di prima. Amavo Anita. L'amavo in un modo così radicato che il sesso con un'altra non aveva scalfito minimamente quel sentimento, lo aveva solo sporcato di un senso di colpa orribile.

Ho parcheggiato sotto casa che erano quasi le quattro del mattino. Ho fatto le scale trascinando i piedi, volevo solo infilarmi sotto le coperte e dormire fino a dimenticare questa serata.

Ma quando ho infilato la chiave nella toppa e ho aperto, il cuore mi è saltato in gola. Anita era seduta al tavolo della cucina, con la testa appoggiata tra le braccia. Indossava una tuta grigia oversize, le ginocchia tirate al petto e una tazza ormai vuota tra le mani. Aveva usato le sue chiavi. In cinque anni non era mai tornata da sola dopo una lite senza prima chiedermi se poteva tornare.

Anita ha alzato la testa quando sono entrato. Non sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi chiari erano stanchi, segnati da ombre violacee.

«Eri stanchissimo, vero?» ha detto, con una voce piatta che mi ha tagliato le gambe. «Ti eri già messo a letto.»

​Sono rimasto pietrificato sulla soglia, con la mano ancora sulla maniglia. Non avevo nessuna difesa preparata. Ero un condannato colto sul fatto, con la camicia mezza sbottonata, i jeans stropicciati in modo innaturale e i capelli in disordine.

«Anita, che ci fai qui?» ho balbettato, chiudendo la porta a fatica.

​Lei si è alzata lentamente. «Ho passato gli ultimi giorni a parlare con Martina. Mi ha fatto a pezzi. Mi ha detto che ti sto distruggendo, che il mio modo di tenerti fuori dal mio dolore è solo puro egoismo. Che devo parlarti, e ha ragione.» Ha fatto un respiro tremante. «Volevo venire qui, svegliarti e parlarti. Volevo spiegarti tutto, per la prima volta. E quando torno scopro che mi hai detto una gran cazzata.»

​Si è avvicinata di qualche passo. Si è fermata a un metro da me e ha arricciato il naso. Il suo sguardo è sceso sulla mia maglietta, sul giubbotto sgualcito.

«Puzzi di alcol», ha mormorato. Poi si è avvicinata ancora di un passo, e ho visto le sue pupille dilatarsi impercettibilmente. «E di profumo. Un profumo dolce. Da femmina, e non è il mio. E hai i vestiti completamente stropicciati.»

​Non ha urlato. Non mi ha tirato uno schiaffo. Ha solo tenuto gli occhi fissi nei miei, cercando una spiegazione logica che non la distruggesse. Non era gelosia cieca la sua: era il disorientamento di chi si rende conto che il terreno sotto i piedi sta franando.

«Voglio solo capire, Stefano», ha sussurrato, e la delusione nella sua voce era peggio di qualsiasi insulto. «Dimmi la verità. Perché mi hai mentito? Dove cazzo sei stato fino alle quattro?»

​Il panico mi ha stretto lo stomaco. Se le avessi detto del parcheggio, della Clio, del sesso, l'avrei uccisa sul posto. L'avrei persa per sempre, proprio la notte in cui era venuta per abbassare le sue difese. Dovevo mescolare abbastanza verità per essere credibile e abbastanza menzogna per salvarci.

«Ti ho mentito perché stavo soffocando, Anita», ho iniziato, e almeno la voce mi è uscita ferma, perché quella era la pura verità. «Quando mi hai scritto stasera, ho avuto il terrore di ricominciare con le liti, con i silenzi, con la sensazione di non essere mai abbastanza per aiutarti. Non ce la facevo più. Volevo solo spegnere il cervello. Non volevo litigare ancora, ecco perché ti ho risposto in quel modo.»

«E quindi dove sei andato?»

«Al Nice. A Roma Nord. C'era un gruppo di ragazzi, conoscenti dell'università. Mi hanno invitato. Volevo solo bere e non pensare a nulla per qualche ora.»

«E il profumo?» ha insistito lei, indicando il mio petto con un dito tremante. «I vestiti?»

​Ho deglutito. «Ero un bel po' brillo. Ho bevuto troppo. In pista c'era un delirio di gente, eravamo tutti pressati. Una ragazza del gruppo mi si è messa a ballare addosso. Era sudata, aveva questo profumo di merda, si è strusciata contro di me cercando di ottenere qualcosa di più. Io l'ho lasciata fare per un minuto, ero fuori di testa.» L'ho guardata dritta negli occhi, mettendo tutta l'onestà che mi restava nell'ultima frase. «Ma mi ha fatto schifo. Mi sono staccato, sono uscito e sono tornato a casa. Te lo giuro su quello che vuoi. Non è successo niente.»

​Anita mi ha fissato in silenzio. Soppesava ogni mia parola, cercando crepe nella mia espressione. Ho visto il suo respiro farsi più veloce. Era ferita dalla bugia, dal fatto che avessi preferito scappare in un locale piuttosto che affrontarla, ma aveva anche l'intelligenza e l'onestà per capire di avermi spinto lei verso l'esasperazione.

Ha chiuso gli occhi e si è passata una mano sul viso. «Potevi dirmelo, Stefano. Potevi dirmi: 'Guarda, stasera esco a bere'. Ti avrei lasciato i tuoi spazi. Non sono la tua carceriera. Odio le bugie. Lo sai che le odio.»

«Lo so. E mi dispiace. Sono stato un codardo», ho detto, accorciando l'ultimo metro di distanza tra noi.

​Le ho preso le mani. Erano gelate. Averle tra le mie mi ha fatto scattare una fitta di tenerezza e di senso di colpa così forte che per un secondo ho temuto di scoppiare a piangere. In confronto ad Anita, Giada era solo un'illusione.

Anita non ha ritirato le mani, ma non mi ha abbratto. Era un armistizio fragile, basato su una bomba a orologeria che tenevo nascosta in tasca.

​«Sono esausta», ha sussurrato lei.

«Anche io», ho risposto, accarezzandole le nocche. «Senti... puzzo di fumo, di gin e di discoteca. Faccio schifo. Vado a farmi una doccia per lavarmi via questa serata di merda. Tu mettiti a letto.»

Anita ha annuito lentamente, guardandomi con una stanchezza infinita. «Poi vieni vicino a me?»

«Sì», ho detto, sentendo il cuore che si crepava sotto il peso della mia stessa bugia. «Mi lavo e ti raggiungo. E domani mattina parliamo di tutto. Di te, di noi. Te lo prometto.»

Sono entrato in doccia, aprendo l'acqua a una temperatura più alta del solito fino ad arrossarmi la pelle, ma non bastava. Ho strofinato il bagnoschiuma sul petto, sul collo, sulle braccia con una foga quasi punitiva, cercando di lavarmi via il sapore di vodka, l'odore chimico del lattice e il profumo dolciastro di Giada.

Prima di andare avanti…

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