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Quella notte al Nice
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Racconto33 min di lettura

Quella notte al Nice

Dopo una lite con Anita, Stefano cerca una via di fuga e trova conforto in Giada. Una notte di debolezza lo porterà a tradire la persona che ama, proprio mentre lei decide di tornare da lui e ricominciare. Tra bugie, sensi di colpa e tentazioni, Stefano dovrà convivere con un segreto che potrebbe distruggere tutto ciò che voleva proteggere.

Michael035
2 mesi fa · 592 letture · 1

La sera successiva alla fine sono andato al Nice. Quando sono sceso dalla Clio, l'aria notturna era già carica del rimbombo e dei bassi che provenivano dal locale.

​Giada era già lì, vicino all'ingresso, circondata da quattro o cinque persone. Non l'avevo mai vista vestita così. Niente felpe o capelli disordinati: aveva un top nero asimmetrico che le lasciava scoperta una spalla e una parte della schiena, mettendo in risalto il seno, e i capelli raccolti in modo da farle risaltare il collo. Stava ridendo. Quando mi ha visto, ha alzato una mano e mi è venuta incontro.

«Non credevo saresti venuto, sono sincera», mi ha detto, sfoggiando un sorriso aperto, perfetto. Il suo profumo stasera era diverso, più dolce, invadente.

«Avevo bisogno di spegnere il cervello», ho risposto.

«Sei nel posto giusto. Ragazzi, lui è Stefano.»

Le presentazioni sono state una sfocatura di nomi che non ho registrato: un paio di ragazzi con la camicia sbottonata, due ragazze che mi hanno salutato con un cenno. Non importava. Per loro ero solo un tizio qualunque. E quella sensazione di anonimato era come ossigeno puro.

​Siamo entrati. Il locale era un muro di luci stroboscopiche, calore umano e vodka. Ho preso subito da bere, un gin tonic bello carico, e l'ho buttato giù troppo in fretta, per poi prenderne un altro. Giada mi stava vicina, mi parlava all'orecchio per sovrastare la musica, facendomi ridere con battute ciniche sulla gente del locale. Mi sentivo leggero. Scarico da ogni fardello.

​Eravamo in piedi vicino al bar, mentre il suo gruppo stava decidendo se buttarsi in pista, quando ho sentito il telefono vibrare nella tasca dei jeans.

L'ho tirato fuori. Lo schermo illuminato nel buio mostrava il nome di Anita. Un messaggio: «Scusa per i giorni scorsi. Mi manchi. Sei a casa? Posso passare?»

Il respiro mi si è incastrato in gola. Quell'ancora invisibile stava cercando di tirarmi di nuovo giù, nel baratro dei suoi sbalzi d'umore, dei suoi drammi, delle nostre liti estenuanti. Ho guardato Giada, che in quel momento stava sorridendo a una sua amica, con il bicchiere in mano, senza chiedermi niente. Senza pretendere niente.

Le mie dita si sono mosse veloci sulla tastiera: «Sono stanchissimo. Mi sono appena messo a letto, non me la sento. Ne parliamo domani.»

Invio. Schermo bloccato. Infilato in fondo alla tasca. Era la prima volta in cinque anni che le mentivo sul serio. Una bugia fredda, calcolata, nata dalla pura e semplice voglia di non farmi rovinare l'unica ora d'aria che mi ero concesso. Ho mandato giù un altro sorso di gin, sentendo l'alcol che mi bruciava lo stomaco e anestetizzava il senso di colpa.

​«Andiamo?» ha gridato Giada, prendendomi per il polso.

Non ho fatto in tempo a rispondere che mi stava già trascinando verso la pista. La calca era densa. Ha iniziato a farsi spazio tra i corpi sudati, ma non ha seguito i suoi amici. Ha deviato. Ci ha spinti verso il centro esatto della folla, dove il fumo artificiale era più fitto e le luci tagliavano il buio a scatti nevrotici. Intorno a noi c'erano solo sconosciuti. I suoi amici erano spariti.

​Si è girata verso di me. Ballava muovendosi a tempo con un ritmo lento e martellante, e lo faceva guardandomi dritto negli occhi. Era magnetica. Sapeva esattamente cosa stava facendo. Si è avvicinata fino a far sfiorare i nostri petti, costringendomi ad abbassare la testa per sentirla.

Ha preso le mie mani, fredde per il ghiaccio del bicchiere, e se le è appoggiate sui fianchi. I suoi occhi, resi scurissimi dalla penombra, non mi lasciavano scampo. «Così non mi perdi», mi ha sussurrato a un millimetro dalle labbra.

Le mie dita hanno stretto istintivamente la stoffa del suo top. Il calore della sua pelle mi è salito lungo le braccia. Era un invito sfacciato. Giada non mi stava solo offrendo una via di fuga, si stava offrendo come il premio per essermene andato. Ballava contro di me, strusciando il bacino contro le mie gambe in modo lento, esasperante. Le sue braccia mi sono scivolate dietro il collo, intrecciando le dita tra i miei capelli.

​Ogni barriera che avevo era crollata. L'alcol mi pompava nelle tempie, la musica mi vibrava nello sterno, ma era il modo in cui mi guardava a fregarmi. Mi guardava come se in quel momento fossi l'unica cosa che desiderava al mondo. Mi faceva sentire potente, voluto, leggero.

Quando ha annullato l'ultimo millimetro di distanza e ha premuto la bocca sulla mia, ho avuto una frazione di secondo di esitazione. Un riflesso condizionato, l'immagine di Anita nella mia testa. Ma Giada non mi ha dato il tempo di pensare: ha dischiuso le mie labbra, baciandomi con desiderio. E io ho ceduto.

​Ho chiuso gli occhi e ho risposto a quel bacio, tirandola contro di me per i fianchi, perdendomi in un sapore che sapeva di vodka e di sbagli irreparabili. Abbiamo continuato a baciarci in mezzo alla pista, ignorando chi ci spintonava, in un groviglio di lingue, morsi leggeri e respiri affannati. È stato un bacio molto intenso. Poi la sua mano destra è scesa dal mio collo. Ha accarezzato il mio petto, sfiorando il tessuto della maglietta, giù lungo l'addome, fino a fermarsi esattamente tra le mie gambe. Ha premuto il palmo contro la cerniera dei miei jeans, stringendo da sopra la stoffa. Ha sentito perfettamente la mia eccitazione, dura, incontrollabile, figlia della debolezza e di quell'atmosfera carica di tensione.

Giada ha sorriso contro la mia bocca. Un sorriso impercettibile, trionfante. Aveva vinto.

Si è staccata di pochi centimetri, con le labbra lucide e il respiro corto, tenendo la mano ben ferma lì dov'era. Mi ha sfiorato l'orecchio con le labbra.

«Andiamo a ballare da un'altra parte?» ha sussurrato, per poi mordermi delicatamente il lobo.

​Ho messo in moto la Clio con le mani che mi formicolavano. Giada era lì con me e ha iniziato a darmi indicazioni.

«Gira alla prossima a destra», ha detto, tenendo una mano appoggiata sulla mia coscia mentre guidavo. «Lì c'è un parcheggio sterrato, dietro ai campi da calcetto. A quest'ora non c'è mai nessuno.»

Ho seguito le sue istruzioni in silenzio. Guidavo in una specie di trance. Il senso di colpa era tenuto a bada dalle due dosi di gin e dal negroni che avevo in corpo. Quando ho spento i fari sotto l'ombra dei pini, il buio ha inghiottito l'abitacolo. Non ho fatto in tempo a tirare il freno a mano che Giada si era già sganciata la cintura di sicurezza.

Non ha perso un secondo. Con un movimento fluido e spudorato, si è sfilata il top nero dalla testa, lanciandolo sui sedili posteriori. Nel buio dell'abitacolo, la pelle delle sue spalle e del suo seno nudo brillava pallida, illuminata solo dal bagliore lontano di un lampione. Si è sporta verso di me, sbottonandomi i jeans con una fretta affamata. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, si è chinata: «Voglio succhiartelo!»

​Il calore umido della sua bocca mi ha fatto sussultare. Ho buttato la testa all'indietro sbattendo contro il poggiatesta, chiudendo gli occhi. Giada sapeva perfettamente come muoversi, usava le mani e la bocca con un ritmo che non lasciava spazio a nessun pensiero. Mi stavo godendo il momento, ma allo stesso tempo mi vergognavo. Sentire quelle labbra e quella lingua leccare e scivolare giù e su dal mio cazzo, sapendo che non era Anita a farlo, mi disgustava, ma allo stesso tempo non volevo fermarmi.

​Dopo qualche minuto, quando il mio respiro è diventato troppo pesante, si è fermata. È risalita con il viso verso il mio, sfiorandomi le labbra.

«Mettiti qui, sul sedile del passeggero», mi ha sussurrato contro la bocca, con la voce roca. «Abbiamo più spazio.»

​L'ho assecondata senza dire una parola. Lei è scesa per farmi spazio, io ho scavalcato la console centrale con l'impaccio dell'alcol addosso, abbassando lo schienale del sedile. Lei mi ha seguito subito. Ho preso un preservativo dal portafoglio e lei lo ha aperto con i denti, l'ha srotolato su di me con una manualità svelta e poi, senza esitare, è salita a cavalcioni sulle mie gambe.

Quando è scesa su di me, riempiendosi, ha emesso un gemito basso, soddisfatto. Da quel momento ha preso il controllo totale.

​Si muoveva sopra di me con un'energia inesauribile, come se non ne avesse mai abbastanza. Si piegava in avanti, schiacciando il seno contro il mio petto, e mi baciava. Baciava in continuazione, con la lingua, con i denti. Le sue labbra sapevano pesantemente di vodka, di gin lemon e di fumo. Io le stringevo i fianchi, assecondando le sue spinte, perdendomi in quell'attrito e nel rumore dei nostri corpi che sbattevano contro la pelle sintetica dei sedili della Clio. «Ah! Sì! Stefano... quanto ti ho desiderato... lasciati andare, dai», mi ha detto.

​Il sesso sembrava non finire mai. L'alcol che avevo in circolo anestetizzava i nervi, prolungando il rapporto molto più del normale. Ogni volta che sentivo l'apice avvicinarsi, la sensazione sfuggiva via, trattenuta da quel leggero intorpidimento da sbronza. Ma a Giada andava bene così. Continuava a cavalcarmi al buio, affondando le unghie nelle mie spalle, il respiro sempre più spezzato, la pelle sudata che scivolava contro la mia. Era un sesso disperato per me, e un trionfo per lei.

Prima di andare avanti…

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