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Quella notte al Nice
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Racconto33 min di lettura

Quella notte al Nice

Dopo una lite con Anita, Stefano cerca una via di fuga e trova conforto in Giada. Una notte di debolezza lo porterà a tradire la persona che ama, proprio mentre lei decide di tornare da lui e ricominciare. Tra bugie, sensi di colpa e tentazioni, Stefano dovrà convivere con un segreto che potrebbe distruggere tutto ciò che voleva proteggere.

Michael035
2 mesi fa · 592 letture · 1

«Solo una giornata lunga», ho mentito, avvicinandomi alla macchinetta del caffè nell'angolo per avere qualcosa da fare con le mani.

Giada mi ha raggiunto. Ha tirato fuori due monete da cinquanta centesimi prima che potessi tirare fuori il portafoglio. «Offro io, ma fa schifo, ti avverto. E comunque non è una giornata lunga, Stefano. Conosco quella faccia.»

Ha schiacciato il tasto dell'espresso. Mi conosceva abbastanza da sapere di Anita, le avevo accennato più volte della mia storia, ma sempre tenendomi sulle generali. Lei però sapeva leggere tra le righe. Sapeva dei periodi in cui sparivo, di quando arrivavo lì la sera tardi con l'aria di chi non ha voglia di tornare a casa.

«Avete litigato di nuovo?» ha chiesto a bassa voce. Non c'era giudizio nella sua voce. Nessuna pietà pelosa. Solo una curiosità rilassata.

«I soliti casini», ho risposto, prendendo il bicchiere di plastica bollente. «Roba sua.»

Giada ha fatto un sorso al suo caffè, appoggiando la schiena al plexiglass della macchinetta. Mi ha guardato di traverso, con un sorriso sottile, quasi compassionevole.

«E tu cosa c'entri, perché se la prende con te?»

«Non lo so, Già, non lo so cosa le prende quando succede», ho detto, per smorzare il discorso. «È che... è complicato. Lei sta passando un momento pesante. Ha dei problemi a casa.»

«Non ne dubito», ha ribattuto lei, dolcemente. «Ma da quando ti conosco, le volte che ti ho visto rilassato le conto su una mano. Stasera sembri proprio spento. Mi chiedo solo fino a quando pensi di farcela.»

​Quelle parole mi hanno fatto un effetto strano. Non me le aspettavo. Anita mi accusava di non capirla; Giada, senza neanche sapere cosa fosse successo mezz'ora prima nel mio monolocale, stava dicendo che ero io quello consumato.

«Le voglio bene», ho detto, ed è suonato quasi come una giustificazione patetica persino a me. «Mi fa male vederla così!»

«Lo so che le vuoi bene», ha risposto Giada, facendo un passo più vicino. Sentivo il suo profumo, qualcosa di semplice, che sapeva di pulito, senza la tensione che c'era sempre nell'aria attorno ad Anita. «Ma volere bene a qualcuno non dovrebbe farti sentire come se stessi affogando. Capisco che lei stia passando un brutto periodo. Quello che non capisco è perché debba diventare brutto anche il tuo.»

L'ha detto con una naturalezza disarmante, guardandomi dritto negli occhi. Non c'era la minima malizia apparente, ma la frecciata era entrata in profondità. La differenza tra l'aria viziata, pesante, carica di risentimento che avevo respirato fino a un quarto d'ora prima e la leggerezza di quella conversazione sul pavimento di linoleum della lavanderia era spaventosa.

​«Signore! Il Colmar nero!» ha urlato la commessa dal bancone della tintoria, sventolando la gruccia avvolta nel cellophane. «Sto chiudendo!»

«Arrivo», ho risposto, quasi risvegliandomi da un incantesimo.

Sono andato al banco, ho pagato il conto e ho preso la giacca. Quando mi sono girato, Giada stava raccogliendo i suoi indumenti lavati e asciugati.

«Io vado», ha detto, infilandosi la borsa in spalla. Mi ha fatto un piccolo cenno con la mano, un gesto amichevole, senza insistere, senza cercare di trattenermi. «Cerca di dormire stasera. O almeno cerca di rilassarti.»

Mi ha fatto un sorriso complice ed è uscita prima di me, facendosi inghiottire dal buio del parcheggio.

​Sono tornato a sedermi nella mia Clio. Ho appoggiato la gruccia sul sedile posteriore e ho messo le mani sul volante, senza accendere il motore. Il mazzo di chiavi della nuova casa era ancora lì, nella mia tasca, pesante come un macigno.

Ho guardato il mio riflesso nello specchietto retrovisore e mi sono reso conto che per venti minuti, parlando con Giada, mi ero completamente dimenticato del peso che mi portavo dietro.

​Sono tornato a casa, ho parcheggiato la Clio nel vialetto sotto casa, prestando un'attenzione maniacale a non strusciare i cerchioni sul marciapiede sbeccato. Mi aggrappavo a questi piccoli gesti di controllo per non pensare al vuoto che mi aspettava di sopra.

Quando ho aperto la porta del monolocale, c'era solo il silenzio. Anita non c'era più, e nemmeno la sua borsa. Sul letto disfatto rimaneva solo l'impronta di dove era stata seduta fino a un'ora prima. Sapevo benissimo dov'era.

Quando l'aria a casa sua diventava irrespirabile e finivamo per scannarci anche noi, le opzioni erano due: o si chiudeva in bagno a piangere, o scappava da Martina, la sua migliore amica storica.

Ho buttato le chiavi sul tavolo, facendole strisciare sul legno. Ho sbloccato il telefono.

«Guarda, se non mi risponde va a finire male,» ho mormorato a denti stretti, nel vuoto della stanza. Il pollice premeva sull'icona del suo contatto con una forza inutile.

Primo squillo. Secondo. Terzo. Poi un quarto.

Stavo già per tirare un calcio alla sedia, quando la linea si è aperta. Neanche un ciao.

«Sono da Martina», ha detto, con un tono secco, quasi metallico.

«Anita, ascoltami. Scusa per...»

«Non ho voglia di parlare, Stefano. Ciao.»

Clic.

Ho fissato lo schermo nero per qualche secondo, ascoltando il battito del mio stesso cuore che rallentava, trasformando l'ansia in stanchezza. In passato, a questo punto, avrei ripreso la giacca, sarei risalito in macchina e avrei guidato fino a casa di Martina. Avrei citofonato, mi sarei preso i suoi silenzi carichi d'odio per mezz'ora, pur di riportarla a casa, pur di farle sentire che io c'ero.

Ma stasera no. Ho buttato il telefono sul letto. Se se n'è andata perché non voleva stare qui, va bene. Ma se l'ha fatto pensando di innescare il solito teatrino, se pensava che sarei corso a prenderla per espiare la colpa di essermi incazzato, questa volta si sbagliava di grosso.

​Mi sono spogliato, mi sono infilato sotto le coperte e ho dormito perché la testa mi stava scoppiando. Non ho neanche cenato.

​Due giorni dopo, la situazione era rimasta congelata in un limbo irritante. Da Anita solo un paio di messaggi di servizio: «Passo domani mattina a prendere lo spazzolino elettrico e il mio pc, mi serve per studiare». Io le avevo risposto con un pollice in su. Una guerra fredda in cui chi cede per primo perde.

Era venerdì sera, la stanchezza mi stava letteralmente consumando. Ero seduto alla scrivania, circondato da libri e appunti di algebra lineare con gli evidenziatori aperti e le pagine piene di schemi. Di fianco ai libri, appoggiato al muro, il tablet mandava in streaming l'anticipo delle venti e quarantacinque: Inter-Torino.

Non avevo proprio voglia di studiare, la testa remava contro. Così ho preso il telefono, ho inquadrato la scrivania — con il libro aperto da una parte e lo schermo del tablet con la partita dall'altra — e l'ho caricata nelle storie di Instagram. Niente frasi. Solo due emoji in basso: la testa che esplode 🤯 e un cuore nerazzurro 🖤💙.

Dopo circa una ventina di minuti, il telefono ha vibrato sulla scrivania.

_.its_giada ha risposto alla tua storia.

​Siamo entrambi malati per l'Inter, io e Giada. Era una delle prime cose che avevamo scoperto di avere in comune mesi fa, quando ci eravamo scambiati due battute per caso davanti ai cestelli della lavanderia.

Ho sbloccato lo schermo.

«Meno male che stasera c'è l'Inter a salvarci il venerdì, altrimenti con quei mattoni ti esplodeva la testa davvero 🤯»

Ho sorretto il mento con una mano. La sensazione di leggerezza che mi trasmetteva era immediata, quasi una boccata d'aria fresca.

«Guarda, sto soffrendo più su questi capitoli che sulle ripartenze del Toro. Ma almeno la partita è una scusa valida per fare una pausa.»

«E fai benissimo. Ti ci vuole un po' di relax... anzi, se posso permettermi, la vera pausa dovresti prendertela domani sera.»

Ho fissato la bolla della chat per qualche secondo prima di rispondere.

«Domani? Che succede domani?»

«Andiamo al Nice con un po' di amici miei, faremo un bel gruppo. Musica, un drink tranquillo, zero pensieri. Se ti va di staccare la spina e uscire da quel monolocale, fai un salto! Più siamo meglio è, e così ti riattivi un attimo i neuroni dopo lo studio.»

Ho riletto il messaggio due volte. Un po' di amici miei. Più siamo meglio è.

​Era solo un'uscita di gruppo, pensavo, un modo innocuo per trascorrere un sabato sera normale, senza rimanere da solo a fissare il soffitto o a fare la guerra dei silenzi con Anita.

«Un'uscita in gruppo al Nice non sembra una cattiva idea... c'è parecchia gente della tua comitiva?»

«Sì, siamo un bel po', tutta gente tranquillissima. Niente di impegnativo, davvero. Tu vieni, ti prendi una birra e non pensi a niente. Se poi ti annoi sei libero di scappare quando vuoi, prometto che nessuno ti tiene in ostaggio ;)»

Mi ha strappato un piccolo sorriso. Nessun obbligo. L'esatto opposto del clima in cui ero immerso da mesi.

«Va bene. Allora aggiudicato per domani sera. Mi fa proprio comodo staccare.»

«Ooh, il lupo solitario esce dalla tana, ahahah. Ci aggiorniamo domani per l'orario allora. Intanto goditi il secondo tempo 🖤💙»

Ho bloccato lo schermo e l'ho riposto accanto ai libri. Per la prima volta dopo giorni ho sentito le spalle rilassarsi. Andare al Nice con un gruppo di persone non era un tradimento, mi dicevo. Era solo la voglia di sentirmi un ragazzo di ventiquattr'anni che si gode un sabato sera, senza dover fare da ammortizzatore ai problemi di nessuno.

Prima di andare avanti…

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