In azienda da mio zio ho passato tre ore a sistemare il database delle giacenze, poi sono corso in stazione a prendere il regionale delle sette e venti. Quando vivi poco fuori Roma, in quel limbo tra la campagna e la tangenziale dove i palazzi hanno le facciate scrostate e l'aria puzza sempre di freni surriscaldati, il tempo si misura nei ritardi dei treni e nella stanchezza accumulata.
Nella tasca interna avevo un nuovo mazzo di chiavi, lucido. Un appartamentino più grande, un balcone vero, una cucina dove non dovevi girarti di traverso per aprire il frigorifero. L’avevo bloccato ieri sera versando la caparra. Volevo tirarlo fuori stasera, magari mentre cucinavamo due straccetti al salto, e dirle semplicemente: «Andiamo via di qui».
Invece, appena ho girato la chiave nella toppa del mio monolocale, ho capito subito che il piano era già morto.
Anita era seduta sul bordo del letto, con le gambe rannicchiate e il telefono in mano, ma lo schermo era nero. Non lo stava guardando. Aveva ancora addosso la divisa del centro commerciale — quella polo nera con il logo ricamato sul petto che odiavo vederle addosso — e i capelli, di quel biondo chiaro e naturale che sembra sempre prendere la luce anche al buio, le cadevano in disordine sulle spalle. Lei è bellissima, di quella bellezza semplice che non ha bisogno di trucchi, col viso pulito e gli occhi chiari che cambiano colore a seconda dell'umore. Ma stasera il suo viso era rigido, teso.
«Ehi», ho detto, appoggiando lo zaino sul tavolo accanto al portatile aperto.
Non ha risposto. Ha solo fatto un respiro lungo, tagliato male, dal naso.
«Da quanto sei qui? Perché non mi hai scritto?» ho chiesto, cercando di tenere la voce neutra.
«Un'ora. Forse due. Non lo so.» La sua voce era piattissima.
Mi sono avvicinato, mi sono chinato per baciarla sulla tempia, ma lei ha spostato il capo di pochi millimetri. Un gesto minimo, impercettibile per chiunque altro, ma io sto con lei da quando aveva diciott'anni, dalla sera della sua festa, e conosco ogni singola sfumatura dei suoi rifiuti.
«Che è successo, Ani?»
«Niente.»
«Amore, dai. Si vede.»
Ha sbattuto il telefono sul materasso. «Ho detto niente, Stefano. Devi per forza fare l'investigatore ogni volta che sto giù?»
«Non sto facendo l'investigatore, sto solo cercando di capire cos'hai. Perché devi tenermi sempre fuori?» Ho sentito la stanchezza salirmi dritta al cervello. Un dolore acuto dietro gli occhi. «I tuoi?»
Anita si è alzata di scatto dal letto. È più bassa di me di una testa buona, minuta, ma quando si incattivisce sembra riempire tutta la stanza. «Sì, i miei. Chi altro sennò? Mio padre è arrivato a casa alle tre del pomeriggio che non starebbe in piedi manco legato a un palo. Mia madre ha cominciato a urlare, a prenderlo a parolacce perché ha speso anche i soldi della bolletta della luce al bar, lui l'ha spinta facendola quasi cadere e lei ha chiamato i carabinieri per paura che alzasse les mani. Ti basta? Ti basta come riassunto o vuoi anche i dettagli?»
Ho chiuso gli occhi per un secondo. Sempre lo stesso copione. Sempre la stessa spirale di degrado in cui lei affonda senza che io possa tirarla fuori, perché ogni volta che provo ad allungare una mano, lei me la morde.
«Potevi dirmelo subito», ho detto a bassa voce. «Io non ho la palla di vetro per capire che problema hai ogni volta. Non so se sono i tuoi genitori o qualche altro problema. Perché devi aggredirmi così?»
«E che dovrei fare? Chiamarti per dirti 'Amore i miei si stanno scannando, vengo da te' e fare finta che vada tutto bene?» ha urlato, incrociando le braccia. «Facile per te. Tu torni dalla tua università, dall'azienda di tuo zio, dalla tua famiglia dove le persone si parlano normalmente.»
«Ma cosa c'entra la mia famiglia adesso?»
«C'entra che non capisci un cazzo, Stefano!» ha urlato, e la sua voce ha rimbombato in quel buco di stanza. «Tu pensi sempre di dovermi salvare. Con quella faccia da cane bastonato, con quel modo di guardarmi come se fossi una poverina a cui fare la carità! Tu non sai cosa si prova. Non ne hai la minima idea. E soprattutto non puoi fare niente. Niente!»
A quelle parole, qualcosa dentro di me si è spezzato. Non è stata una rabbia improvvisa, è stata una crepa che si è aperta dopo mesi di pressione accumulata, di serate passate a consolarla, di notti in bianco a preoccuparmi per lei mentre studiavo per gli esami.
La mano mi è scesa d'istinto nella tasca della giacca. Ho stretto il mazzo di chiavi nuovo così forte che gli angoli di metallo mi sono affondati nel palmo, facendomi male. Non l'ho tirato fuori. Sarebbe stato ridicolo. Sarebbe stato come regalare un vestito da sera a qualcuno che sta affogando nel fango.
«Io non capisco?» ho detto. Stavolta non ero riuscito a tenere la voce bassa. «Io non capisco, Anita? Sono cinque anni che vivo in funzione dei tuoi crolli! Cinque anni che mi metto da parte perché Anita ha i problemi a casa, Anita stasera sta male! Ti sono stato vicino in ogni singolo momento!»
«Nessuno ti ha chiesto di farlo!»
«Ma vaffanculo!» ho urlato, e mi è uscito così forte che penso mi abbiano sentito anche in strada. «Vaffanculo, Anita! Non puoi continuare a usarmi come un sacco da boxe ogni volta che a casa tua succede un casino! Non puoi pretendere che io stia qui a guardarti mentre piangi, e poi, quando provo a darti una mano, dirmi che non capisco e che non devo intromettermi!»
Anita è rimasta immobile. Gli occhi chiari le si sono riempiti di lacrime, ma non erano lacrime di tristezza, erano lacrime di rabbia. Ha serrato le labbra fino a farle diventare bianche.
«Io non ti sto chiedendo di aiutarmi», ha detto, con un tono così freddo da farmi male al petto. «Ti sto solo dicendo di lasciarmi stare.»
«E allora sai che c'è?» Ho preso il portafoglio e il telefono dal tavolo, senza manco riallacciarmi le scarpe da ginnastica che avevo lasciato all'ingresso. «Fai come cazzo ti pare. Rimani qui, chiuditi dentro. Io non posso aiutarti se sei tu la prima a decidere che non vuoi farti aiutare. Mi sono rotto il cazzo.»
«Dove vai?» ha chiesto, e per la prima volta nella sua voce è passata un'ombra di paura, subito mascherata dall'orgoglio.
Non le ho risposto. Ho sbattuto la porta dietro di me con una violenza che ha fatto tremare il pianerottolo, e sono sceso giù per le scale a rotta di collo, senza neanche aspettare l'ascensore.
Fuori piovigginava, pioggerellina sottile che ti s'incolla ai vestiti. L'aria di periferia puzzava di umido e di gas di scarico.
Ho infilato le chiavi nel quadro della mia Clio rossa — la tenevo immacolata come se fosse l'unica cosa sotto il mio controllo — e ho acceso il motore. Sono partito a scatto, guidando a vuoto per le strade asfaltate di fresco della periferia, con il tergicristallo che tirava via l'acqua a scatti e il riscaldamento al massimo per togliermi di dosso quel freddo umido che mi era entrato dentro.
Mentre continuavo a guidare senza una meta precisa, la luce bianca e sferzante della lavanderia mi ha colto di striscio. Mi sono ricordato che quattro giorni fa ci avevo lasciato un giubbotto della Colmar a cui tenevo parecchio, macchiato d'olio durante una cena con amici.
Ho accostato la Clio sul marciapiede, ho spento i fari e sono entrato, grato per qualunque distrazione mi impedisse di tornare con la mente a pensare ad Anita.
L'aria dentro era calda, satura di un profumo chimico di lavanda e vapore. E lì, seduta su una sedia di plastica azzurra vicino alle lavatrici industriali, c'era Giada.
Non la vedevo da quasi un mese. Ci eravamo incrociati lì per caso parecchie volte nell'ultimo anno, per via di orari sballati e bucati incastrati tra lo studio e il lavoro, e pian piano si era creata una strana confidenza, informale. Giada ha la mia età, studia lettere e ha dei capelli di un biondo scuro, quasi castano, che tiene spesso legati in modo disordinato. Non è una ragazza che ti fa girare la testa per strada come fa Anita... Anita ha quella bellezza nitida, quasi dolorosa, con quegli occhi chiarissimi che ti colpiscono direttamente. Giada è più comune, ma ha uno sguardo acuto, sveglio, e un modo di muoversi che non mette mai in soggezione.
È stata lei ad alzarsi appena si è accorta di me. Ha appoggiato l'evidenziatore sul libro che stava leggendo.
«Stefano? Ma che ci fai qui a quest'ora?»
Ho provato a tirare su un angolo della bocca, ma doveva sembrare più una smorfia. «Devo recuperare una giacca prima che chiudano. Tu?»
«Avevo accumulato un po' di panni sporchi, così ho fatto tutto un carico e via. Mi mancavano dieci minuti di asciugatura e ne approfittavo per ripassare, stavo per andare via.» Mi ha squadrato. Il suo sguardo non si è fermato sul mio viso: è sceso sulle mie mani ancora contratte, sul respiro corto, sulle spalle insaccate nel giubbotto. «Stai bene? Sembri parecchio stressato.»
