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POMERIGGIO AL CINEMA
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Racconto9 min di lettura

POMERIGGIO AL CINEMA

Mark Hansen
4 ore fa · 44 letture · 0

Marzia, la mia vicina di casa, mi aveva sempre fatto arrapare. Quelle rare volte in cui mi capitava di incrociarla sul pianerottolo mi veniva duro, manco avessi avuto ancora quindici anni. Viaggiavo allora con la fantasia: m'immaginavo di infilare il cazzo tra quelle sue tette rotonde e superbe, farlo andare avanti e indietro fino a schizzarle sul collo. Metterle una mano tra le cosce, afferrare quella sua fica gonfia, sollevarla, sbatterla su un materasso, spalancarle le gambe e inforcarla nel culo, con sentimento… Ma le mie, come ho già detto, erano solo fantasie: Marzia era sposata al cavalier ***, uno stronzo fatto e finito, di quaranta e fischia anni più vecchio di lei. Che cosa ci facesse una manza come lei con uno così rinsecchito e prossimo al tavolo dell'obitorio era facile da intuire: ci stava per i soldi, per i dindini. Rimaneva in attesa che tirasse le cuoia, così da ereditare un gruzzolo che, a quanto si diceva in giro, doveva essere più che cospicuo. C'è anche da dire che pure lei non aveva fatto della cordialità il suo cavallo di battaglia: solo buongiorno o buonasera quando ci si incontrava; un rapporto di vicinato freddo e senza alcuna possibilità di sviluppo; fanculo!

Un pomeriggio, mentre attraversavo in auto un quartiere della città che conoscevo poco e con una cattiva reputazione, li vidi camminare a braccetto sul marciapiede. L'impressione era quella di una badante a spasso con un vecchio rincoglionito; nessuno li avrebbe presi per marito e moglie.

Spinto dalla curiosità, accostai e parcheggiai senza curarmi del divieto di sosta. Scesi dall'auto per seguirli, pronto a vestire per un pomeriggio i panni da investigatore alla Philip Marlowe.

Mantenendo le distanze e bene attento a non farmi scoprire, andai loro dietro per un centinaio di metri, finché non li vidi svoltare all'interno di un passaggio coperto che tagliava a metà l'edificio. Affrettai il passo, poiché con quella loro improvvisa manovra il timore di perderli era concreto; infatti, appena girato l'angolo e varcato l'ingresso del passaggio, di loro non trovai più alcuna traccia.

Porca troia! mi dissi, e cominciai a percorrerlo avanti e indietro. Allungavo il collo, sbirciavo oltre le vetrine dei negozi, ma sembravano evaporati nel nulla. Eppure dovevano essere ancora lì. Ero stato ben rapido dopo la loro svolta: impossibile che mi avessero distanziato fino a uscire dall'altro lato della galleria, a meno che non si fossero messi a correre; eventualità che esclusi a priori.

A un tratto notai una porticina cui, pur essendoci passato davanti più volte, non avevo fatto caso. La infilai e mi ritrovai in un corridoio male illuminato. Le pareti erano tappezzate di locandine cinematografiche. I titoli che lessi non lasciavano spazio a dubbi: era l'ingresso di un cinema a luci rosse, uno di quei pochi rimasti dove non si va per apprezzare la qualità delle pellicole, ma più, protetti da una buona dose di anonimato favorito dalle tenebre, per socializzare, diciamo così.

Al termine del corridoio si apriva una stanza e vi trovai una donna sulla cinquantina, grassa, strabordante di carne in un vestitino attillato; il capello cotonato e il trucco carico, di un rosso acceso. Era seduta su una sedia dietro un tavolino. Come mi vide, mi guardò con curiosità. Immaginai che stesse di me facendo qualche valutazione: se fossi un pervertito, un guardone, o solo uno che cercava una tabaccheria e che aveva sbagliato strada. Di certo non poteva immaginare che in quel momento io fossi nelle vesti di segugio.

– Da solo? – mi domandò, staccando un biglietto.

– Stavo cercando degli amici… – risposi, sforzandomi di rimanere nel vago.

– Lì dentro ne trovi quanti ne vuoi! – mi disse, come a volermi rassicurare.

– Una donna giovane… con un signore anziano, distinto… Sono già entrati?

Non mi rispose, fece solo un cenno con la testa in direzione dell'entrata.

Ci siamo! mi dissi. I due porconi sono qui!

– Sono dieci euro… Vuoi anche le caramelle? – indicandomi un piccolo espositore.

– Perché no? – e ne presi un pacchetto di gommose al gusto limone.

– Fa dodici in tutto.

Pagai, mi voltai ed entrai nell'imbocco della sala, chiuso da una pesante tenda di velluto. Varcato il primo sbarramento precipitai nel buio pesto. Avanzai a tentoni fino a trovare un secondo drappeggio, lo scostai e feci un altro passo in avanti. Lo schermo proiettava la sua luce sulla sala, ma attorno a me l'oscurità era fitta come bitume.

Non vedo una minchia, mi dissi, e considerai che fosse opportuno rimanermene fermo, rasente la parete, per qualche minuto, in attesa che mi si adattasse la vista.

Guardai verso il fondo della sala. In quel momento sullo schermo vi erano due uomini e una donna. La scena, a dire il vero, poteva anche essere divertente: i due maschietti che si spompinavano a vicenda e con gusto, mentre la donna con una espressione a metà tra la rabbia e lo sconforto li stava a guardare a braccia conserte. Di sicuro un film d'essai, considerai, un'opera di forte valore culturale e artistico… ma non ebbi modo di continuare con le mie dotte e argute considerazioni, in quanto fui distratto da una presenza alla mia destra. Qualcuno mi si era affiancato e rimaneva immobile. Ebbi quasi l'impressione che ansimasse.

Non sapendo che fare mi concentrai su quanto avveniva sullo schermo: i due ometti ora avevano iniziato a darselo nel culo e la fanciulla era scoppiata in lacrime; devo dire un momento alquanto commovente.

– Ehi… – udii una voce maschile, quasi un bisbiglio, che cercava la mia attenzione.

– Cosa c'è? – risposi meccanicamente e un poco in apprensione poiché ancora non riuscivo a mettere a fuoco e tutto quanto ero in grado di ravvisare era solo una sagoma indistinta.

– Me lo fai un pompino?

Compresi che quel tizio che avevo di fianco aveva tirato fuori l'uccello e me lo stava proponendo.

– Ma anche no! Mi dispiace ma io sono uno all'antica, uno cui piace ancora la fica, – risposi.

– Almeno una sega!

– Ma levati dai coglioni! – e poiché oramai ci vedevo quasi del tutto, mi allontanai, lasciando quel tizio con l'uccello in mano a menarselo da solo.

Raggiunsi un angolo della sala, da dove potevo distinguere la disposizione degli spettatori a sedere. Erano tutti isolati, ognuno a distanza di sei sette posti uno dall'altro. Solo in un punto, in corrispondenza di un corridoio laterale tra le fila vi era un movimento diverso, quasi un piccolo assembramento: tre figure, sedute una di fianco all'altro, e dietro di loro altre tre o quattro distanziate ma attente a quanto avveniva davanti a loro e pronte a fare ingresso sulla scena.

Mi avvicinai e potei distinguere a partire da sinistra il cavalier ***, sua moglie, e uno sconosciuto che, con la testa leggermente reclinata all'indietro, emetteva flebili gemiti di soddisfazione.

Trovati! mi dissi, il mio lavoro investigativo aveva dato i suoi frutti.

Mi avvicinai e presi anch'io posizione dietro al terzetto. Non mi ci volle molto a capire quanto avveniva e quali fossero le modalità procedurali. Il posto alla destra di Marzia era destinato a chi voleva farsi fare una sega. Finito con uno ne arrivava un altro, come se si fosse in una catena di montaggio. Il cavaliere aveva solo il ruolo di spettatore… o forse di supervisore, di colui che certificava che il lavoro fosse eseguito a regola d'arte.

Ma tu pensa che razza di depravato, il cavaliere! Per eccitarsi porta al cinema la moglie e le fa fare segotti a degli sconosciuti… Ma se è così, chi sono io per dargli un dispiacere? Per non fargli godere della vista del cazzo del suo vicino di casa mentre quella gran figa di sua moglie lo lavora a dovere?

A quel punto non mi restava che inserirmi anch'io in quel contesto, e per non fare la figura del maleducato e non passare davanti a qualcuno arrivato prima di me, domandai:

– Chi è l'ultimo?

Un tizio si voltò nella mia direzione e alzò timidamente il dito.

Bene! mi dissi. Ora non resta che aspettare.

L'attesa durò più di tre quarti d'ora, e finalmente arrivò il mio turno. Mi sedetti di fianco a Marzia e mi sbottonai i calzoni, sperando che le fosse rimasta della forza nel braccio e che il movimento di polso fosse ancora ottimale. Tirai giù cerniera e mutande e mi mostrai in tutto il mio splendore. Lei lo afferrò e cominciò a menarmelo. Mentre mi gustavo quell'andirivieni pensavo alla faccia che avrebbe fatto se avesse voltato la testa verso di me e mi avesse riconosciuto… Toh, guarda, il mio vicino di casa, quel rompicoglioni del quinto piano; e io gli sto tenendo il cazzo in mano!

Ma lei rimaneva con lo sguardo fisso sullo schermo. A parte la mano, tutto il suo corpo pareva imbalsamato.

Oramai ero quasi prossimo a una degna e gaudente conclusione, quando sentii il cavaliere rivolgersi a Marzia, ma non afferrai se fosse un avviso o un comando:

– È ora di andare. Questo è l'ultimo. Procedi!

Un istante dopo, e con mio sommo giubilo, compresi che quelle frasi secche stavano a significare che Marzia poteva esibirsi nel gran finale, cioè, basta con le malinconiche seghe, e via con un ricco pompino. Infatti, sempre senza guardarmi, si abbassò e me lo prese in bocca. Quante volte avevo sognato quel momento, anche se mai lo avrei immaginato in quel contesto.

L'eccitazione era tanta, troppa, e non ci misi molto a venire. Lei si tolse un attimo prima, e schizzai ovunque, inzaccherandomi pantaloni e camicia. Appena terminato loro due si alzarono e presero l'uscita, lasciandomi con il cazzo molle e gocciolante, mentre mi maledicevo per non avere con me una salvietta o un fazzoletto. Ma chi andava a pensare che mi sarei trovato in una situazione del genere?!

Uscito dal cinema e di nuovo alla luce, mi guardai gli indumenti e considerai che mi trovavo in uno stato pietoso. Corsi alla mia auto, e feci in tempo a vederli salire su un taxi e allontanarsi. Tolsi dal tergicristallo la multa che già avevo messo a bilancio, salii in auto e mi avviai a casa; in quello stato non potevo andare da nessuna altra parte.

Verso sera mi accorsi che il frigorifero era vuoto e che da mangiare non avevo una minchia. Pertanto mi affrettai ad andare al vicino emporio per comprare qualcosa. prima che chiudesse

Rientrato con il mio pacchettino sotto il braccio, incontrai sull'ingresso Marzia, anche lei di ritorno dalle compere. E come tutte le altre volte quasi non mi degnò di un saluto, producendosi con un leggero cenno della testa e un sorriso di circostanza a denti stretti, da perfetta figa di legno.

Entrammo nell'atrio e ci dirigemmo all'ascensore. In quanto gentiluomo la feci passare per prima. Mentre salivamo continuavo a rimuginare: ero tentato di rivelarmi come l'ultimo della serie di spettatori di quel cinema. Immaginavo l'espressione che avrebbe fatto vistasi scoperta, e la faccia che avrebbe fatto il marito quando lei glielo avrebbe detto. Probabile che in quel modo avrei rovinato tutto. Forse, addirittura, quei due avrebbero traslocato per la vergogna. No, mi dissi, tanto oramai sapevo dove trovarla, in quel cinema a luci rosse; e questo tutte le volte che avessi voluto farmi fare una sega o, se fossi stato fortunato, e fossi capitato di nuovo al momento del congedo, anche un pompino.

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Mark Hansen

Sono Mark Hansen e scrivo storie per chi vuole passare dalla pagina allo schermo. I racconti che trovate qui sono la versione in prosa delle mie sceneggiature originali. Per ogni storia è disponibile il copione integrale (per coppie o gruppi amatoriali) con dialoghi pronti da recitare e indicazioni per la regia.

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