Quel giorno Carla aveva diverse commissioni urgenti da sbrigare e un marito che, al momento, non poteva nemmeno aprirsi una bottiglia d’acqua da solo; due incombenze difficili da conciliare, soprattutto perché soltanto una delle due poteva essere trascurata.
Carla prese il cellulare dal tavolo della cucina e selezionò il numero di sua madre.
– Ciao, mamma. Avrei bisogno di un grosso favore: potresti venire qui da me, oggi pomeriggio, per un paio d'ore? Devo uscire per delle commissioni e non mi va di lasciare Mario da solo nello stato in cui si trova… No, le ustioni non sono ancora guarite: l'acido è una brutta bestia! Dovrà tenere quelle fasciature per altre due settimane, almeno… Puoi essere qui per le due? … Grazie, mamma.
Quando il campanello suonò, Carla era già vestita e pronta a uscire. Afferrò la borsetta dal bracciolo del divano e andò ad aprire.
– Ciao mamma. Puntualissima! – esclamò Carla, accogliendola con un bacio rapido su entrambe le guance, mentre la porta rimaneva socchiusa.
– Come sta Mario? – domandò la donna con sincero e compassionevole interesse.
– Non bene. Ha mangiato qualcosa. Poi dopo pranzo è crollato, tanto che si è buttato sul letto vestito. Adesso credo che dorma.
– Meglio così.
– Non dovrebbe crearti problemi.
– Ma quali problemi! – minimizzò Franca.
– Tu puoi fare quello che vuoi; se ti va di guardare la televisione, di leggere qualcosa…
– Non stare a preoccuparti: ho io tutto sotto controllo. Vai a fare le tue commissioni.
Un altro scambio di baci suggellò l'accordo, e Carla svanì oltre la porta, chiudendola alle proprie spalle.
Rimasta sola nel soggiorno, Franca si sistemò sul divano, depose la borsetta sul tavolino, afferrò il telecomando e accese il televisore, ma l'offerta televisiva del momento le parve subito insoddisfacente. Cambiò canale una prima volta, poi una seconda, quindi con una frequenza che si sarebbe potuta scambiare per accanimento. La programmazione del pomeriggio non mostrava alcuna intenzione di venirle incontro.
– Che palle! – sbuffò.
Una rivista sul tavolino le offrì un’alternativa modesta ma immediata. Cominciò a sfogliarla, lasciando acceso il televisore per non privarsi del tutto di una compagnia che disprezzava.
Una voce scosse l'appartamento:
– Carlaaa!
Franca bofonchiò tra sé:
– Uh, s'è svegliato!
Posò la rivista e si avviò verso la camera da letto.
– Carla, ma dove sei? – echeggiò di nuovo la voce.
– Arrivo, arrivo, – rispose lei, svoltando nel corridoio.
Nella penombra della camera da letto, Mario giaceva supino e imprigionato nei propri abiti: jeans attillati, felpa leggera e, soprattutto, imponenti bendaggi che gli avvolgevano entrambe le mani quasi fino al gomito, azzerando qualsiasi funzionalità delle dita. Vedendo apparire la sagoma della suocera anziché quella della moglie, sgranò gli occhi.
– Ah, è lei! Carla non c'è? Dov'è?
– È uscita.
– Ah, già, è vero! Mi aveva detto che doveva andare per uffici.
– Hai bisogno di qualcosa? Fame? Sete? Vuoi che ti porti da bere?
– In verità dovrei andare in bagno.
– E vacci. Che aspetti? Mario sollevò le mani fasciate, avvilito.
– E secondo lei con queste mani come faccio?
Franca aggrottò la fronte, colta da quella improvvisa rivelazione.
– Uh, accidenti! È un bel problema! A questo non avevo pensato.
– Fa niente. La tratterrò fino al ritorno di Carla. Non dovrebbe metterci molto.
– Come vuoi. Io sono di là, in soggiorno. Chiama se hai bisogno.
E con la stessa rapidità se ne tornò in poltrona, lasciando il genero a fare i conti con la propria disperazione.
Era passata più di un'ora quando Franca si espresse in uno sbadiglio profondo. Controllò nuovamente l'orologio con aria afflitta.
– Ma si può sapere quando torna a casa mia figlia? – borbottò, proprio mentre la suoneria del suo cellulare spezzava il silenzio.
Rispose al volo:
– Ciao… Qui tutto a posto… Farai tardi? Quanto tardi? … Va bene, non ti preoccupare: qui me la cavo io. A dopo.
Chiusa la comunicazione, Franca andò subito a riferire la notizia a Mario.
Rientrata nella stanza da letto, trovò Mario con la testa sollevata a metà.
– Ha telefonato Carla?
Lui accolse la sua comparsa con una speranza che durò il tempo di una domanda.
– Che ha detto? Sta arrivando?
– Ha detto che ha avuto un imprevisto e che farà tardi.
– Accidenti! Questa non ci voleva!
– Perché dici così?
– Perché non ce la faccio più a trattenerla. Almeno avessi indosso il pigiama! Potrei sfilarmelo da solo; invece con questi calzoni, e soprattutto con queste mani! – esclamò, agitando di nuovo gli avambracci fasciati dalla garza.
– In effetti potrebbe essere un problema. Ma dimmi, proprio non ce la fai più a trattenerla?
– Sono al limite; ancora qualche minuto e me la faccio addosso.
– Senti, tirati su e andiamo in bagno. In qualche modo vedremo di fare.
– Spero di farcela: con tutte le medicine che prendo mi gira di continuo la testa.
– Non ti preoccupare: ti sorreggo io.
Detto fatto, Franca lo aiutò a raddrizzarsi e a infilare le ciabatte.
– Come andiamo?
– Bene, bene! In realtà pensavo peggio.
Sostenuto per un braccio, Mario fu condotto fino all'orlo del water. Rimase in piedi, diviso tra un imbarazzo mortale e una sottile curiosità antropologica su come la suocera avrebbe sbrogliato quel nodo gordiano.
– E adesso che facciamo? – domandò con un filo di voce.
– Cosa ti devo dire, facciamo! – sentenziò lei.
Con piglio deciso, Franca sollevò la tavoletta, rimase un istante interdetta, poi, passando il braccio attorno al fianco del genero, calò la mano dritta sulla patta dei suoi jeans. Gli calò la cerniera, e si insinuò all'interno, ma lo spessore del tessuto e l'elastico tirato degli slip opposero una resistenza feroce.
– Accidenti! Non riesco quasi a infilare la mano! E l'elastico di questi slip è così stretto!
– Ehi, piano, piano. Così non andiamo da nessuna parte. Forse è meglio che lei mi tiri giù i calzoni e… tutto il resto.
– Sì, credo che tu abbia ragione. Credo che sia meglio fare così.
– La pregherei di non guardare.
– Ma stai tranquillo! Cosa credi, che sia la prima volta che ne vedo uno?
– Certo che no! Ma di sicuro sarebbe la prima volta che vedrebbe il mio!
Senza curarsi dei pudori, Franca gli slacciò la cintura e, con un colpo secco e implacabile, fece franare calzoni e biancheria all'altezza delle caviglie.
Quello che si rivelò fu un cazzetto penzolante non più grosso di un pollice.
Nel più totale imbarazzo e al limite dell'umiliazione, Mario manifestò le proprie intenzioni:
– Ecco! Così posso sedermi sulla tazza. Appena ho finito la chiamo per rivestirmi.
– Non vorrai mica farla da seduto come le donne? Quando mai s'è vista una cosa simile! – protestò lei con sdegno.
– Ah, no? Ma allora come?
– In piedi! Come fai di solito. Lascia fare a me.
Ignorando ogni residuo di decoro, Franca afferrò l'appendice del genero tra pollice e indice, ritraendo la pelle fino a scoprirgli il glande con la professionalità di un'infermiera di campo.
– Ma che cosa sta facendo? – boccheggiò Mario.
– Quante storie! La vuoi fare sì o no?
– Ma si rende conto?
– Di cosa?
– Che lei è mia suocera, e che in questo momento mi sta tenendo il cazzo in mano, e per giunta dopo avermelo scappellato?!
– Quante storie! Ma hai idea di quanti ne ho presi in mano, per non dire da altre parti? E poi quest'affarino tutto molle hai il coraggio di chiamarlo cazzo? Su, dai, datti da fare!
