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PAGAMENTO IN NATURA
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Racconto12 min di lettura

PAGAMENTO IN NATURA

Stufa delle continue avance e dei ricatti dell'amministratore di condominio, Franca decide di farsi giustizia da sola. Con la complicità di un amico e un piano ben congegnato, attira l'uomo in casa per un incontro ad alto tasso erotico, tra preliminari espliciti, sesso orale e rapporti senza inibizioni. Quella che sembrava una sottomissione si trasforma rapidamente in una trappola spietata.

Mark Hansen
9 ore fa · 59 letture · 3

PAGAMENTO IN NATURA

Mark Hansen

 

 L'acqua tiepida della doccia scorreva sulla pelle di Franca, che si attardava con insolita lentezza a insaponarsi il corpo, indugiando in particolare sulle curve delle parti intime. Si risciacquò con cura, lasciando che il getto del doccino insistesse laddove il piacere si faceva più acuto, concedendosi qualche minuto di isolamento sensoriale prima di chiudere i rubinetti. Si frizionò con un piccolo asciugamano e ne avvolse un altro intorno alla testa a mo' di turbante, infilandosi infine in un morbido accappatoio per fare ritorno nel tepore della casa.

Il tempo di metter su la moka per un caffè in cucina, e un trillo insistente alla porta interruppe la quiete della mattinata. Franca lasciò sfuggire un sospiro di fastidio.

«Che seccatura! E adesso chi sarà?» borbottò tra sé, avviandosi a passi lenti verso l'ingresso.

Sollevò la cornetta del citofono. «Chi è?»

Due colpiti secchi sul legno della porta risposero al posto della voce.

«Sono il ragionier ***, l'amministratore del condominio».

Franca alzò gli occhi al cielo in un disperato moto di sopportazione, poi girò la chiave e socchiuse la porta di appena venti centimetri. Una fessura calcolata al millimetro, giusto il tempo di mostrarsi in un abbigliamento palesemente inadatto a ricevere visite e di chiarire, senza bisogno di parole, che l'idea di invitarlo a varcare la soglia non era nemmeno contemplata.

«Buongiorno, signorina Franca» esordì l'uomo con un sorriso di circostanza. «Mi scusi se la disturbo, ma le dovrei consegnare questo». E le tese una busta attraverso il varco.

«Che cos'è?» domandò lei freddamente.

«Mi dispiace dirglielo, ma è il sollecito del pagamento delle ultime tre rate dell'affitto» spiegò l'amministratore con un tono viscido.

Franca storse la bocca, visibilmente contrariata: «E me lo deve consegnare di persona? Non può mandare una raccomandata come fa con tutti gli altri condomini che sono in ritardo con i pagamenti?»

«Con lei preferisco farlo di persona; è solo per una questione di riguardo» ghignò lui, ammantandosi di un finto decoro.

Senza aggiungere altro, Franca afferrò la busta, la esaminò per un secondo senza aprirla, la piegò in due e la cacciò con noncuranza in una tasca dell'accappatoio. Nel compiere il gesto, i lembi della spessa spugna si scostarono per un breve istante. L'incidente non passò inosservato: l'amministratore colse al volo l'attimo, e sul suo volto si dipinse uno sguardo di famelica concupiscenza.

«Non la apre nemmeno la busta?» tentò lui, tastando il terreno.

«E perché dovrei? Tanto lo so già che cosa c'è dentro».

L'uomo fece un passo avanti, ammorbidendo la voce in un tono sempre più unto:

«Se mi fa entrare possiamo studiare insieme una soluzione: un pagamento rateale, oppure qualcos'altro… Vedrà che se ci sforziamo una soluzione insieme la troviamo».

Lo sguardo che accompagnò la proposta era un inventario di voglie represse.

«La soluzione è presto trovata» replicò Franca, irrigidendosi d'indispettito fastidio. «Passi la prossima settimana e salderò quanto devo».

L'amministratore parve quasi deluso da tanta efficienza:

«Può andar bene martedì, a questa stessa ora? Diciamo alle dieci?»

«Martedì mattina alle dieci andrà bene. La saluto».

E prima che l'altro potesse abbozzare una replica, la porta sbatté secca, sbarrandogli la visuale. Franca tornò in camera, si sfilò di dosso l'accappatoio, si rivestì con cura e fece ritorno in soggiorno, dritta verso il tavolino dove aveva lasciato il cellulare.

Digitò una rapida sequenza e attese che dall'altro capo rispondessero.

«Piero, ciao. Come stai?… Ho bisogno di un favore, di un grosso favore… Quando possiamo vederci?… Ti va bene oggi pomeriggio alle quattro? Ci possiamo trovare al bar del Centro. Ti va bene?… Ok, allora a più tardi».

 

Al bar, Piero sedeva solitario a un tavolino. Appena vide arrivare Franca, balzò in piedi. Si scambiarono due baci di cortesia sulle guance e presero posto.

«Prendi qualcosa?» domandò lui.

«Solo un caffè».

Piero catturò l'attenzione del barista sollevando due dita.

«Due caffè, grazie». Poi, riportando gli occhi su di lei: «Al telefono mi hai detto di avere bisogno di un favore. Dimmi».

Franca abbassò lo sguardo, tradendo un leggero imbarazzo:

«È una cosa un poco delicata».

«Siamo amici da una vita: di cosa ti preoccupi?» la rassicurò lui con un sorriso.

«Ho un problema con l'amministratore del mio condominio. Tu non dovresti fare altro che farti trovare in casa quando lui verrà».

«Per fare cosa?»

«Niente di particolare: devi rimanere in un'altra stanza e uscire solo quando io ti chiamerò. A quel punto dovrai dire…»

 

Sette giorni dopo, le lancette dell'orologio segnavano quasi le dieci. Franca diede un'occhiata al polso, mormorando:

«È quasi ora».

Si spostò in camera da letto, si spogliò fino a rimanere completamente nuda, aprì l'anta dell'armadio e scelse una veste da camera leggera, indossandola con gesti misurati. Un trillo improvviso alla porta la fece sussultare:

«Cavolo, è già qui!».

Infilò rapidamente un paio di sandali a tacco alto e tornò verso l'ingresso.

La porta si spalancò con decisione.

«Ah, è lei!» esclamò Franca, recitando una finta sorpresa.

«Già! Non eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo visti oggi?» mormorò l'amministratore, varcando la soglia.

«Me ne ero dimenticata. Fa lo stesso; entri comunque. Scusi se l'accolgo vestita a questo modo, ma come le ho già detto…»

«Ma se ne era dimenticata» la anticipò lui con un sorriso ironico.

«Appunto!»

L'uomo scrutò il corridoio, accertandosi che non vi fossero presenze estranee, mentre Franca gli indicava con un cenno della mano la direzione del soggiorno.

«Entri. Vediamo di sbrigarci con questa faccenda» lo incalzò lei, invitandolo a sedersi su una poltrona mentre lei prendeva posto di fronte, sul divano.

Nel sedersi, la veste si scostò quel tanto che bastava a scoprire una gamba, prima di essere prontamente ricoperta.

«Se me lo permette, sta molto bene vestita così» sussurrò l'amministratore con lubrico apprezzamento.

«È una semplice veste da camera».

«Deliziosa! Bene! Veniamo a noi. Ha il mio assegno?»

«No».

L'uomo sgranò gli occhi in una finta sorpresa, mutata subito dopo in un ghigno di perfida soddisfazione:

«No?! E adesso come facciamo?»

«Non saprei, anche perché di soldi in banca me ne sono rimasti davvero pochi. È questo un momento in cui mi trovo in difficoltà» ammise lei, assumendo un'espressione pensierosa. «Lei non mi ha detto l'altro giorno che una soluzione l'avremmo trovata insieme? Che so, un pagamento rateale?»

L'amministratore recitò la parte del saggio consigliere, soppesando le parole:

«Uhm… E se io le dicessi che sarei disposto ad abbuonare una delle tre rate dell'affitto?»

«Sarebbe già una bella cosa! Ma com'è possibile?»

«Semplice: gliela pagherei io».

«Lei?! E perché, per quale motivo?»

«Ma è ovvio: per averne qualcosa in cambio».

Franca abbassò lo sguardo, assumendo l'aria della vittima rassegnata ma pronta a giocare le sue carte fino in fondo. «E cosa vorrebbe in cambio di questo suo generoso e filantropico atto?»

«Ah, questo è ancora più semplice» ghignò l'uomo.

«E sarebbe?» lo incalzò lei con curiosità simulata.

«Avere con lei un incontro di tipo intimo. Molto intimo; non so se mi spiego».

«Credo che lei si sia spiegato perfettamente: lei, in cambio di una rata d'affitto di 400 euro vorrebbe che io le allargassi le gambe».

«Non dica così! La fa sembrare una cosa sporca, senza il minimo di sentimento» protestò lui con finto decoro.

«E infilare il suo cazzo dentro di me» rincarò Franca, senza filtri.

«Se la vuole mettere così. In fin dei conti, è esatto» ammise l'altro, perdendo ogni inibizione.

«Mi scusi, ma mi ha preso per una puttana?» scattò lei, alterandosi ad arte.

«No, per carità! Non la metta in questa maniera. Non è stata lei a dirmi di trovarsi in difficoltà? Io le sto venendo in aiuto e lei, in cambio, viene in aiuto a me».

«Facciamo così: le mie tre mensilità arretrate in cambio di una scopata» propose Franca con cinismo tagliente.

«Non le sembra di chiedere troppo?»

«Ma neanche per idea! Dica un po': le piacerebbe se…» Franca avvicinò un pugno semichiuso alla bocca, mimando inequivocabilmente l'atto del sesso orale, «…glielo succhiassi?»

L'amministratore barcollò sotto il peso dell'eccitazione: «Certamente!»

«Deve sapere che io sono molto brava a fare i pompini».

«L'ho sempre sospettato. Anzi, direi di non avere mai dubbi».

A quel punto, Franca si alzò dal divano, voltandosi di schiena. Con un movimento fluido, sollevò i lembi della veste da camera, mostrando di non indossare alcuna biancheria; afferrò le natiche con entrambe le mani e le divaricò, offrendosi interamente allo sguardo dell'uomo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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