Deglutisco.
Provo di nuovo a leggere qualcosa dalle mie cartacce. Dunque... è tempo di occuparsi dello studio di Massa: “La vigna e la croce.”
Oh no, non ce la faccio!
Mio marito si affaccia e dice che sta uscendo. Che bello, così posso mettermi nel letto con la coperta sulla faccia, così mi creo la privacy quando mi masturbo. Devo sistemare il problema.
La porta sbatte.
Sì!
Prima però vorrei la benedizione del dio del vino, quindi vado in cucina. Un bicchierino di rosé mi scalda sempre. Come se ce ne fosse bisogno...
Un altro.
Ora sì.
***
Sono passati solo due giorni e ci cercano di nuovo. Non è strano: Giulia vuole recuperare il rapporto con suo fratello — mio marito — e noi stiamo qui solo per poche settimane all'anno. Quindi lui ha accettato e ora stiamo andando a cena con loro.
Per non comportarmi male mi sono preoccupata di parlare alla mia psicologa dell'altro giorno e lei mi ha rassicurata.
“Un ragazzo a quell'età è al massimo della seduttività,” mi ha detto. “Soprattutto verso una donna poco più grande di lui, ancora bella, che fa la professoressa e da molti anni non fa la zia. È facile. Mescola i ricordi dei giorni in cui sei stata protettiva con lui alla curiosità et voilà, ecco lo sguardo ammiccante che ti ha fatto bagnare tutta. Ricordati che sei un'adulta e, se proprio non puoi trattenerti: tre parti di gin e una di vodka con una parte di Lillet Blanc. Mescoli finché il vetro non scotta dal freddo et – voilà! – ecco che puoi annegare in un sogno tutto bagnato dove sei la cavalla del tuo nipotino e, per non sentirti in colpa, hai anche la scusa che eri ubriaca. Il Vesper Martini è puro alcol che ti scende in gola e taglia ogni inibizione come un rasoio sul velluto.”
Tu che leggi non ci credi? E che mi importa. La mia psy mi parla sul serio così e l'ho scelta proprio per quello.
Niente preliminari. Niente pippe.
Lei dice la verità.
E ora mi devo preparare per andare a cena con i miei cognati e il mio nipotino cattivo. La mia voce interna urla: “Che? Sei tu, la zia cattiva.”
Oh, è verissimo.
Scusa, Christian.
Eccolo, estratto dal buio dell'armadio come un segreto che scotta: il vestito rosso. Quello che misi una notte per... non ha importanza per chi, ora.
Ma pure in quell'ambiente era troppo. Uno stile da corpetto vittoriano che trasforma tutto: le mie tette qui dentro esplodono, sembrano appartenere a un’altra donna, e se inizi a respirare come una cagna in calore il tessuto non ti tradisce, resta immobile. Certo, dovrò annegarlo sotto una giacca come minimo. Ne trovo una col rivestimento screziato di rosa, piccoli fiori che sembrano una scusa. Cerco di non pensarlo come una strumento di tortura, ma come un indumento.
Un indumento maledettamente scomodo.
Oh, i nastrini che scendono lungo i fianchi...
“Allarga la schiena,” dice la voce cattiva dentro di me.
Oh, le stringhe mentre le allaccio...
Le mani mi tremano un poco, un piccolo corto circuito nervoso.
Più stretto.
Ancora più stretto.
Siamo al ristorante. Tu forse non lo sai com’è, ma quaggiù da noi entri e ti servono anche alle cinque del pomeriggio. È molto presto. Christian è venuto con un regalo per me un'altra volta. È un libro che serve ai miei studi e l'ho cercato sia in Italia che qui, in lungo e in largo senza risultato. Mi chiedo di dove abbia saputo che mi serviva. Comunque devo pagarglielo perché è accademico e costa una fortuna.
Prendo la mia borsetta e dico: “Quanto ti devo, caro?”
Lui fa no con la testa e mi mette in difficoltà, davvero. Stiamo mangiando ma l'unica cosa a cui penso è l'umidore tra le mie gambe. Per un tratto mi pare che mi piaccia ma ora diventa fastidioso. Non lo mostro, lui mi fissa e pare che si aspetti qualcosa.
E ora mi accorgo che il mio telefono lampeggia. Proprio lui mi ha scritto:
“Non devi pagarmi. Mi basta che lo usi.”
La vocetta che vive in me dice: “Ora datti una calmata perché tutti i nipoti fanno regali alle zie, nessuno vuole la tua bocca piena di rossetto da troione!”
Esatto. Proprio così. Sicuramente ha una ragazza diciottenne, acqua e sapone.
La vocetta urla: “Non confondere la gentilezza con il desiderio, idiota!”
Mi sembra che il mio corpo gli abbia già confessato qualcosa, anche se sono seduta composta. Il problema non è mangiare. È restare ferma.
La vocetta dentro di me continua a insistere: “Con ogni probabilità, tu per lui non incarni altro che autorevolezza. Perché sennò ti avrebbe portato un libro di quel genere? Su, ti stima. Non rovinare tutto.”
È la voce della ragione, o forse solo quella della paura di perdere il controllo. Quell'indumento sotto la giacca mi stringe i polmoni, mi ricorda che sono io quella che deve restare composta, quella che deve dare l'esempio. Ma il calore tradisce la teoria. Lui è lì, immobile, con quel regalo che pesa sul tavolo più di quanto pesi il mio silenzio, e quel messaggio sullo schermo che ha appena abbattuto l'ultima barriera del decoro.
“Ma cosa stai facendo qui a Marzo?”
La domanda di Giulia mi ha colta di sprovvista.
“Studio, come sempre. Faccio ricerca.”
“Posso farti una domanda personale?”
Dico: “Certo.”
La domanda è stata quando mi deciderò a fare figli e ho liquidato velocemente il discorso. Anche perché, sto pensando... se mi vengono uguali al tuo, che pare mio marito da giovane quando ci siamo sposati ed era super-sexy, come farò a non finire con una camicia di forza?
Guardo Christian mentre quel pensiero mi morde lo stomaco. È lì, seduto di fronte a me, e il contatto delle mie cosce non fa che dare ragione alla mia paura. Sembra che lui stia aspettando una mia mossa. La vocetta che prima parlava di autorevolezza ora è soffocata dal battito del mio cuore. Spengo il telefono per non rischiare che il piccolo demonio tenti ancora di mettere in campo la sua seduttività in modi troppo audaci.
Non ci portano mai il caffè. Mio marito dice: “Chiediamo il conto e andiamo a prenderlo da un'altra parte.”
È un enorme sollievo. Almeno ora sta per finire. Poi mio marito cambia idea: “Andiamo a prenderlo a casa nostra.”
Non so se è il caso, ma lui non sopporta i locali aperti dopo cena, le lucine, la gente, le chiacchiere che si allungano...
Siamo seduti nella nostra sala. Mio nipote ascolta musica, isolato dalle cuffie: è di nuovo ciò che dovrebbe essere. O forse sono io a guardarlo dall'angolazione giusta, ora. Però continua a seguire i miei movimenti con la coda dell'occhio. Il piccolo demonio finge di dormire.
“Zia...”
Lo guardo aspettandomi che mi chieda lo zucchero.
“Quando ripartite?”
“Mercoledì.”
Mi guarda spiazzato. Gli chiedo perché.
“Zio l'altro giorno ha detto che tu non ci sei mai andata a fare il bagno al fiume V.”
Si tratta dell'ultimo fiume non inquinato. “Ma l'ho fatto al fiume ad Ascoli, è uguale.”
“Sì, quanti anni fa?” lo chiede irridente.
Oh, piccolo porco!
“Non ti piacerebbe nuotare insieme a me?”
Dico: “Non so nuotare.”
“Ti insegno io, sono disponibile.”
Disponibile.
Guardo mio marito, dice: “E vai. Tanto che devi fare sempre sopra ai papiri?”
L’umidore di prima non se n'è andato, è solo diventato più pesante, un segreto che batte sotto il vestito rosso e la giacca. Christian mi ha appena sfidata davanti a tutti e mio marito si è fatto da parte.
La voce cattiva dice: “Che fai adesso? Ti vai a buttare al fiume oppure cerchi una scusa e mantieni un minimo di decenza?”
Le rispondo: “Dai, mi conosci.”
Christian si alza: “E se anneghi, ti salvo io.”
Salvare.
Mi sta dicendo che ha voglia di vedermi lottare, di vedermi perdere il fiato, per poi essere lui l'unico a decidere quando ridarmelo. E vabbè, per una volta mi affido io a lui.
