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Cristalli di sale
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Racconto10 min di lettura

Cristalli di sale

In una casa sospesa sul mare, una donna cerca il proprio ritmo perduto. Una notte, un uomo smarrito arriva alla sua porta: due solitudini si riconoscono, si avvicinano, e in un incontro inevitabile ritrovano un respiro comune, fatto di desiderio, verità e ritorno a sé.

Silver Rea
4 mesi fa · 483 letture · 0

La mia mano seguiva un ritmo involontario sul mio seno, un’onda che tradiva l’attesa crescente, mentre lui, con una calma quasi sfacciata, continuava a raccontare, come se volesse prolungare quel filo teso tra noi.

Non riuscii più a trattenermi, gli andai vicino e le nostre bocche si unirono. 

Le sue braccia mi avvolsero con una fermezza che non lasciava dubbi, e sentii il suo corpo rispondere al mio con una forza crescente.

Lo guidai verso il letto, mi adagiai sopra.

Mi liberò dei vestiti con una lentezza quasi cerimoniale, come se ogni gesto fosse un tributo.

Si chinò su di me, e la sua vicinanza divenne un varco, una soglia luminosa.

La sua presenza intensa mi tolse ogni difesa; i suoi movimenti misurati mi strappavano suoni che non riconoscevo come miei.

Gli sfioravo il collo con una delicatezza ferina, e tra un respiro e l’altro lasciava parole che mi incendiavano dall’interno.

Scivolai lungo il suo corpo, dopo averlo sottomesso fra le mie gambe e iniziai ad esplorarlo come si esplora un antica terra.

Il suo vibrare mi trasformò in un ancella devota, un ascolto profondo del mio desiderio..

Le mia labbra cercavano ciò che vibrava in lui, e la mia venerazione lo attraversava come un canto primordiale.

Una corrente d’aria entrava dalla finestra, rinfrescando appena il calore che emanavamo, ma più ci avvicinavamo più sembrava che ogni contorno tra noi si dissolvesse.

Il mio bisogno di sentirlo ancora più vicino non diminuiva, e lui lo percepì: tornò a stringermi, e il tempo si distese come un tessuto elastico, senza margini.

Mi guardava dritta negli occhi, come se quel semplice gesto fosse una presa di possesso silenziosa, un’affermazione che non aveva bisogno di voce.

C’era una verticalità magnetica nel suo sguardo, una promessa che mi attraversò come un filo teso.

Lasciai che le sue mani scivolassero lungo il mio corpo, seguendo traiettorie lente, quasi pignole, e un brivido, netto, lucente, mi percorse la schiena, precipitando poi verso il centro di me come una corrente che cerca la sua baia.

Le sue dita si muovevano con una dolcezza che aveva qualcosa di feroce, un’attenzione minuziosa che tendeva la pelle e la mente.

Ogni gesto era una sollecitazione, un accordare corde vive, un richiamo che vibrava sotto la superficie.

Le mie mani cercavano la sua bocca, e il calore del suo respiro sulle mie dita accese un fremito che si allargò come un’onda. 

I suoi occhi, completamente aperti, brillavano di una fame muta, una supplica che non chiedeva pietà ma complicità.

Sembravano gridare senza suono, come se volessero essere colmati, accolti, consumati.

Sollevai il bacino in un gesto istintivo, quasi un’offerta, e sentii il calore interno espandersi, diventare palpabile.

Le mie dita sfiorarono la mia pelle, raccogliendo un’umidità che parlava da sola, e iniziai a muovermi con un ritmo che cresceva, che si faceva più deciso, più necessario.

La stanza sembrava trattenere il fiato mentre danzavo davanti a lui, e le sue mani, posate tra le mie cosce, aprivano lentamente la soglia, come se stessero rivelando un segreto custodito da troppo tempo.

La mia lingua cercò la sua pelle, tracciando percorsi irregolari, un gioco di avvicinamenti e fughe, una cartografia tiepida che seguiva la sua forma.

Lui si mosse verso di me, risalendo lungo il fianco, sfiorando il costato, lasciando dietro di sé una scia di brividi che correvano come scintille.

Ogni passaggio era un pellegrinaggio, un attraversamento lento e deliberato, fino a raggiungere la zona dove il respiro cambia ritmo e la mente è più feribile.

Quando arrivò all’inguine, non seguì la via più ovvia, deviò, come chi guida sul ghiaccio e perde per un attimo il controllo, controsterzando, sfiorando, mancando di un soffio la traiettoria.

Era un indugio studiato, una preparazione crudele e dolcissima a qualcosa che stava per accadere.

L’attesa diventò lama, un colpo sospeso nell’aria.

Poi arrivò.

Un gesto dal basso verso l’alto, calibrato con una precisione quasi bastarda, non lento, non veloce, semplicemente inevitabile.

Una carezza che non affonda ma non resta in superficie, un’onda che ti sfiora e poi si ritrae proprio quando vorresti trattenerla.

Il mio respiro si spezzò, e il corpo seguì quel movimento come se fosse stato chiamato per nome.

La sua mano cercò il punto dove il mio battito era più evidente, e il tocco che seguì fu secco, mirato, un colpo che fece vibrare l’aria.

Il gemito che mi salì in gola rimase intrappolato lì, come un cristallo che si incrina senza rompersi. 

Un secondo colpo arrivò subito dopo, come una punizione dolce, e sentii la mia eccitazione risalire come un’onda che non si può contenere.

Le sue dita raggiunsero la mia bocca, ignorando la traccia lucida che scivolava sulla pelle, e mi offrirono un sapore che aveva qualcosa di proibito e necessario.

Entravano a piccole dosi, come se volesse farmi assaporare ogni frammento di quel momento, mentre avvicinava la sua bocca alla mia senza toccarla, rubando il mio respiro come un ladro esperto.

Il ritmo cresceva, oscillava, si faceva irregolare, e quando un bacio mi sfuggì, un bacio rubato, famelico fu come infrangere una regola non detta.

Mi costrinse a seguirne la traiettoria, a raccogliere con la lingua la traccia che scendeva sulla guancia, fino a ritrovarci con le bocche vicine, intrecciate in un respiro condiviso. 

Le mie dita si chiusero sulla sua pelle, cercando ancoraggio, mentre l’altra mano trovava la sua e la stringeva con una forza che non lasciava spazio al dubbio.

Le nostre mani erano un nodo, un patto sigillato nella carne.

Il ballo si fece più intenso, più altalenante, e sentii il mio corpo inarcarsi, cercarlo, brancolare verso di lui come se fosse l’unico punto fermo in una stanza che girava.

C’era un’impetuosità eloquente nei suoi movimenti, una resa che non aveva bisogno di parole.

Ci consegnammo l’uno all’altra con una sincerità indecente, fino all’ultimo spasimo, fino all’ultima contrazione che ci attraversò come un’eco condivisa.

Restammo così, intrecciati, senza urgenza, respirando come dopo una lunga traversata.

La casa attorno a noi sembrava sospesa, come se trattenesse il fiato insieme a noi.

E in quel silenzio, in quel tremito che ancora ci percorreva, ritrovai un ritmo che credevo perduto, un respiro che riconobbi come mio e nostro allo stesso tempo.

E lui, in quello stesso istante, sentì qualcosa che gli era mancato per troppo tempo, la certezza di essere nuovamente desiderato, visto, scelto.

Lo percepii nel modo in cui il suo corpo si rilassò appena, come se una parte di lui, quella più nascosta, più ferita, trovasse finalmente un luogo dove poter tornare a esistere senza timore.


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Scritto da
Silver Rea

Io mi muovo come acqua calma...non arrivo mai di colpo, non travolgo, non faccio rumore. Ho bisogno di tempo per sentire, per capire, per lasciare che le cose mi attraversino senza forzarle. Le parole, per me, non sono mai un gesto automatico...sono un respiro, un atto di presenza, un modo per restare fedele a ciò che sento davvero. Scrivo perché nella scrittura ritrovo me stessa...la mia parte più vera, più nuda, più libera... https://dannatamenterea.blogspot.com/ - https://letteredalmare24.blogspot.com/

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