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Erotika
Gemella sorella
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Racconto45 min di lettura

Gemella sorella

Per i #selezionati da Giovanna un racconto lungo e interessante... quelli che piacciono di più a noi, divoratrici di erotici a getto continuo.

sesso italiano
1 anno fa · 1.6k letture · 0

Era sola nello scompartimento e questo le fu dì sollievo, ma ecco che alla prima fermata salirono tre ragazzi sui 20 anni, in divisa, e che da come si comportavano dovevano conoscersi bene tra loro.

Blanca cominciò a sentirsi a disagio, anche perché i tre – per rompere il ghiaccio – cominciarono a farsi invadenti e a farle un sacco di domande personali:

- "Ciao, come ti chiami? Che cosa fai tutta sola a quest'ora?", disse uno.

E un altro:

- "Ma c'è l'hai un ragazzo che ti lascia andare da sola a quest'ora di notte? Evidentemente, non è buono a scoparti, e magari tu cerchi un diversivo...".

Si misero a ridere, mentre Tati era sempre più imbarazzata.

Si guardò per vedere se il suo abbigliamento potesse destare "cattivi pensieri", ma – a parte la sua avvenenza su cui non poteva farci nulla – non aveva nulla fuori posto.

A un certo punto, quello che non aveva ancora parlato si alza e chiude le tendine dello scompartimento. Poi si rimette a sedere, mentre quello che aveva davanti le sfiorò le gambe aprendogliele leggermente.

Blanca non voleva crederci che stava accadendo davvero, e dentro di sé si disse:

- "No, Tati, rilassati, è la tua immaginazione... Hai così voglia di gemello che...".

Ma non riuscì a finire quel pensiero che un'altra mano si aggiunse alla prima

Mia cugina non riuscì a muoversi dalla paura, ma si accorse di essere tutta bagnata nelle parti intime.

Poi, improvvisamente, i tre le tirarono giù i jeans. Avrebbe voluto gridare, chiedere aiuto, ma sapeva che quella carrozza era deserta, e il controllore era già passato, e le sembrava di essere in un sogno.

Ma quando quei maschi – rompendo gli indugi – si tirarono giù i pantaloni e lei vide tre cazzi duri e grossi, allora si scosse e capì che era tutto vero...

Gemella, benché formosa, all'epoca era minuta, e pesava non più di 45 kg. Perciò, quando simultaneamente se li trovò addosso fu presa dal panico. Gridò, supplicando quei maledetti:

- "Oh no, lasciatemi! Non voglio... L'ho fatto solo con Tato mio, e sono solo sua!".

Ma uno dei tre ribatté, sprezzante:

- "Uno che lascia la sua donna da sola, di notte, deve essere una checca... E tu, puttanella, non fare tante storie...".

Per dieci interminabili minuti Blanca lottò con tutte le sue forze, urlò più forte che poteva, e alla fine riuscì a scrollarseli di dosso sferrando un calcio di rabbia nei genitali di uno di quei maiali.

Scappò, terrorizzata, fino a raggiungere un'altra carrozza dove nel frattempo erano salite delle persone.

Per tutto il resto del viaggio non chiuse occhio, terrorizzata che quei delinquenti potessero raggiungerla anche lì.

La mattina seguente, Udine le si presentò sotto un sole splendente, ma nel suo cuore era ancora notte. C'era mancato davvero poco che venisse violentata per "colpa" mia, e solo la forza della disperazione aveva evitato il peggio...

Io, intanto, avevo davanti una giornata di lavoro, ma quel giorno mi ero svegliato di soprassalto. L'avevo sognata che gridava tendendo una mano verso di me, ma era come muta e la sua voce non mi arrivava, e io non riuscivo ad afferrarla... 

Non era normale, quella doveva essere per noi una giornata superlativa e invece nell'aria era palpabile un grande nervosismo. 

Cosa era successo? Guardai l'orologio e mi dissi:

- "Tati è qui... Ancora un po' di pazienza e ci siamo...".

9. Ho aperto gli occhi.

E finalmente giunse l'ora della libera uscita. Gemella era davanti alla porta carraia della caserma insieme ad un gruppetto di ragazze che aspettavano l'uscita dei propri "morosi", come dicono da quelle parti.

Fuori dal cancello, la riconobbi all'istante e le corsi incontro mentre lei stava facendo la stessa cosa.

Ero felice, avevo la mia gemella tra le braccia e avrei trascorso un fine settimana con lei. Che cosa avrei potuto pretendere di più?

Quando però le presi il viso tra le mani per baciarla mi accorsi subito che nei suoi occhi non risplendeva la solita luce, ma la paura. E rimasi impietrito in quella posizione... Un sesto senso, e poi un brivido di terrore... Le domandai, tornando a stringermela al petto, mano nella mano:

- "Blanca... Cosa è successo? Sento che è successo qualcosa di brutto, a me puoi dirlo vita mia...".

E proprio mentre lei mi stringeva la mano più forte e stava per dirmi qualcosa, ecco che alle mie spalle udii degli schiamazzi indirizzati nei miei confronti.

Pensai ai soliti scherzi, ma quando quei miei commilitoni mi raggiunsero mi gridarono:

- "Ehi Claudio, ma allora è veramente la tua ragazza... Certo che potresti insegnarle le buone maniere!".

E giù un'altra risata...

Non ero in vena di scherzi, e lasciai perdere, anche perché mi ero accorto che Tati aveva cominciato a tremare... Pensai avesse freddo, visto che lassù a dicembre cominciava già a fare la neve, e tenendola sottobraccio la esortai:

- "Oh Tati, amore mio, ma tu stai tremando... Perdonami... Hai freddo? Su, dai, andiamo in albergo, sarai pure stanca...".

In realtà, la mia gemella aveva riconosciuto senza ombra di dubbio i suoi "aggressori", ma conoscendomi (come ricorderete, avevo rotto il setto nasale a un compagno di scuola per molto, molto meno) non mi disse nulla...

Era pressappoco la mezza, e avevo fatto bene a scegliere un posticino lontano dalla caserma, infatti non incontrammo nessuno di coloro con cui avevo a che fare tutti i giorni. Lì potevamo stare tranquilli...

Ma in camera avvenne una cosa strana. Visto che avevamo la comodità della vasca, mi feci premura di consigliarle di farsi un bel bagno caldo. Volevo aiutarla a spogliarsi anche per ritrovare la nostra intimità, ma lei reagì facendo un balzo indietro e si coprì il corpo con le mani.

Sorrisi, e volendo fare lo spiritoso esclamai:

- "Oh scusa, credevo che fossimo ancora i gemelli!".

Allora Tati, rendendosi conto della illogicità del suo comportamento, sconfortata manifestò tutto il suo dispiacere:

- "Cazzo, proprio con te che mi vuoi bene... Non volevo Tato... Noi saremo sempre gemelli... Il fatto è che...".

Mi guardò con uno sguardo timorosa di non essere capita, e poi:

- "Il fatto è che stanotte in treno... Hai visto quelli che poco fa ti hanno preso in giro davanti alla caserma? Beh, stanotte erano in treno con me e hanno cercato di DIVERTIRSI, ma stai tranquillo io sono scappata giusto in tempo...".

Restai di sasso. Avevano cercato di violentare Tati! Bastardi! E se fosse successo davvero, ora dove eravamo?

Mi dissi:

- "È stata tutta colpa mia che non ho valutato bene il pericolo che lei, da sola, di notte, poteva correre! Come posso essere stato così stupido a non capire... Non è successo niente... Eccome se non è successo niente... Blanca è terrorizzata...".

Diedi un calcio contro il muro dalla stizza, poi mi calmai e tornai a guardarla... Mi sembrò essere diventata piccola piccola, e aspettava che dicessi qualcosa, come una sentenza, come se la responsabile fosse lei...

Allora, le tornai vicino e la abbracciai con un amore infinito:

- "Tu non ti devi giustificare, vita mia... Non ce l'ho con te, ero arrabbiato con me stesso, perché non ho saputo proteggerti. Ti prometto che non succederà più, non ti lascerò più sola... Se vuoi, ti do i loro nomi e li denunci... E se fossero riusciti a fare di peggio?", le domandai ben sapendo entrambi qual'era la risposta.

Sapevo che quella sarebbe stata una ferita difficile da rimarginare, quell'incontro non lo avrebbe dimenticato per tutta la sula vita, ma sapevo anche che se le avessi chiesto ancora di viaggiare da sola lei lo avrebbe fatto per me. E in quel momento decisi che non glielo avrei mai più chiesto:

- "Ascoltami... Noi ci abbiamo provato, e io ti ho chiesto troppo... La prossima volta, verrò io giù a Roma... Pensa se fosse successo qualcosa di irreparabile... No, non ci voglio nemmeno pensare...".

Ce ne rimanemmo in silenzio per un bel po', dondolando con struggente desiderio di buttarci tutto alle spalle, ma in quell'assenza di parole – prima sommessamente e poi sempre più forte – la sentii piangere. Cercava di trattenersi, ma avrei udito pure uno spillo che le trafiggeva il cuore... 

La guardai, muto, mentre le lacrime scendevano come un torrente in piena.

Fu allora che mi venne spontaneo di fare quel movimento che tante volte, a vicenda, avevamo fatto l'uno con l'altra. Andai a leccare quelle goccioline infinitesimali che la facevano soffrire, come a dirle senza usare una sola parola: "Sono qui, a prendermi e condividere il tuo dolore"...

Piano piano, la crisi passò, e allora le chiesi:

- "Hai fame?".

Ma lei, fece un cenno di no con la testa...

In quei momenti, in effetti, avevamo bisogno di una sola cosa... Scossi come eravamo, dovevamo ritrovare la nostra integrità. Certo – lo ripeto ancora – "non era successo niente", ma ci avevano portato via la nostra spensieratezza e fiducia nel prossimo...

Così, le proposi, con tatto, timoroso di un'altra reazione:

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