- "Ti voglio dentro, tutto, fino alla fine".
Fuori di me, mi sollevai un poco con il membro in tiro perfetto e la penetrai.
Blanca mi strinse le gambe dietro i miei lombi, tanto che ebbi difficoltà a muovermi e a pomparla, ma l'importante fu che di lì a poco sentii prepotente lo stimolo di eiaculare...
Fu davvero un attimo, nel quale come un lampo mi resi conto di quello che stavamo facendo. Niente pillola ne preservativo, e dunque stava per accadere un "disastro". Eh sì, perché in breve tornai a valutare negativamente la possibilità di evitare il militare con un mezzo tanto assurdo... Certo, nonostante la nostra giovane età, un figlio lo desideravamo tanto, ma poi?
Tentai disperatamente di divincolarmi, ma la ferrea volontà di Blanca vinse. Le venni dentro, fino a scaricare completamente le palle nel suo utero. Oltretutto, erano giorni e giorni che non scopavamo, e quindi ero bello carico...
Sfinito io e felicissima lei, tornammo ad abbracciarci e a farci coccole, mentre lei mi disse:
- "Speriamo che vada tutto bene... Sono nei giorni più fertili, ma non si sa mai...".
6. Una cocente delusione.
Avevamo fatto tutto per bene, e adesso non potevamo che attendere il corso della natura.
Per il primo mese di militare anche solo fare una telefonata mi fu complicato – allora non esistevano i cellulari –, e di Blanca non ebbi notizie.
Lo stesso era pure per lei, che – spalleggiata da Maria Grazia – non era tornata a casa ma continuava a lavorare per il nostro scopo.
Un mese può sembrare tanto o poco allo stesso tempo, ma per noi che non eravamo abituati a una separazione così lunga cominciava a diventare insopportabile.
Peraltro, entrambi ci distruggevamo dentro, poiché il responso che più ci stava a cuore non arrivava.
Tati aspettava con ansia i primi sintomi della gravidanza, ma nulla: ciclo mestruale regolarissimo, niente nausee... Insomma, come se avessimo usato una qualche forma di anticoncezionale...
Non poteva confidarsi certo con sua madre, anche perche lei non sapeva nemmeno che da tempo avevamo regolari rapporti completi. E poi, cosa le avrebbe potuto dire? Che avevamo progettato di concepire un figlio? L'avrebbe ammazzata...
Così un giorno si fece accompagnare da Tata e andò a fare il test di gravidanza in ospedale. Gli spiegò che cosa avevamo escogitato per risolvere il nostro "problema", e lei – pur rimanendo dalla nostra parte – le rispose:
- "Voi siete matti. Ma vi voglio bene lo stesso...".
I risultati si rivelarono un'autentica doccia fredda: non c'era nessun in arrivo per noi!
Era disperata, anzi ancora di più. Cosa poteva fare adesso? Doveva decidere tutto da sola, ora che io ero lontano... Mi avrebbe dovuto dire che avevamo fallito, e si sentiva schiacciata da questo peso... Poteva farlo telefonando in caserma, ma anche lì come si presentava? Lei, era "soltanto" mia cugina per chi non ci conosceva, e magari non me l'avrebbero neanche passata...
L'unica cosa che le era rimasta da fare era ciò a cui aveva pensato fin dall'inizio, e in verità ci provò sulla strada del ritorno. Infatti, lasciata Maria Grazia, mentre aspettava il trenino che la riportava a casa – questo me lo raccontò lei stessa, in seguito – si gettò in mezzo ai binari per mettere la parola fine a tutto, ma proprio pochi minuti prima dell'arrivo del treno (per fortuna) si spaventò e scappò via...
Una volta, nei giorni seguenti, ripensando a quei momenti, si disse tra se e se:
- "Sono proprio una stupida! Non sono capace di fare niente... Non sono stata capace di dare un figlio a Tato che ne aveva bisogno, e non sono stata nemmeno capace di farla finita...".
Poi ci pensò sù e scoppiò in lacrime:
- "Avrei fatto morire di crepacuore il mio gemellino! Come avrei potuto fare quel gesto lasciandolo da solo? C'è un patto tra noi, e non posso tradirlo...".
A Udine, intanto, io stavo completando l'addestramento, mentre – ripresasi di nervi – Tati aspettava febbrilmente di potermi parlare.
Come da tradizione, dopo il giuramento potei usufruire di tre giorni di licenza, e senza perdere tempo corsi da lei.
Per l'esattezza, fu lei a venirmi ad aspettare alla stazione... La vidi da lontano e la riconobbi ancora prima che il treno si fermasse. Sceso al volo le corsi incontro, abbracciandola.
Non bisogna mai dimenticare, per capire bene ogni cosa, quella nostra "sensibilità" che ci rendeva unici – e che non venne mai meno – facendoci sentire ogni sofferenza e preoccupazione dell'altro. Percui, io percepii immediatamente che qualcosa non andava. Ma eravamo troppo felici per farci rovinare quegli istanti...
Così, solo nel nostro rifugio che ci aveva messo a disposizione Tata, Blanca crollò emotivamente per l'ennesima volta e mi raccontò nei dettagli ogni singolo avvenimento da quando io ero partito.
Si sentiva in colpa per non essere rimasta incinta, e allora io feci di tutto per rincuorarla. E insinuai il dubbio:
- "E se non dipendesse da te ma da me? Comunque, Tati, è normale che la prima volta possa succedere... Oltretutto, eravamo pure stressati... Dai, non ti preoccupare, vedrai che prima o poi... Tu, invece? Ti stai preparando? Credo che dovremo concentrarci sulla seconda ipotesi. Appena rientro comincerò subito a cercare un piccolo albergo che ci possa accogliere senza chiedere troppe spiegazioni...".
7. Di nuovo insieme.
Per quei giorni, i gemelli rinacquero a nuova vita. A Roma o a Udine poco importava, ma adesso l'importante era che si stava di nuovo insieme....
E fu bellissimo dimenticare la lontananza. Posai a terra lo zaino e mi sedetti, stanco, sulla prima seggiola che trovai dietro di me, ma non feci in tempo a emettere un profondo sospiro dì sollievo per essere finalmente a casa che Blanca mi salì sopra a cavalcioni. Faccia a faccia, mi gettò le braccia al collo.
Entrambi emozionatissimi come fosse stato il primo incontro, restammo così a fissarci – io, perso nei suoi incantevoli occhi slavati e color nocciola – e a ritrovare la familiarità dei rispettivi tratti somatici.
Fuori dal tempo, non so per quanto rimanemmo inerti in uno stato che fu interrotto soltanto dal pianto incessante e angosciato di Tati. La quale, apparentemente senza un motivo, esplose.
Mi fece una gran pena, trascinandomi nella sua stessa disperazione.
Infine, mi spintonò e mi disse:
- "Tu non immagini nemmeno come sono stata male... Senza di te, è stato l'inferno, come... Come se mi mancava il cuore! Non ce la posso fare, Tato, a tirare avanti per altri undici mesi!".
Era proprio così. Nei trenta giorni precedenti, infatti, anch'io avevo vissuto una sensazione identica alla sua, e prendendola per i polsi mi avvicinai a lei che quasi le nostre labbra si sfiorarono.
Avrei dovuto essere felice, ma invece avevo lo stomaco sottosopra come se qualcuno me lo stesse mangiando... E le risposi:
- "Oh, gemellina mia, che tristezza! È vero, abbiamo vissuto dei momenti terribili, e io ho sentito... Sì, sentito come solo noi due possiamo sentire... Ho sentito cosa stavi facendo, e ho pregato che qualcuno o qualcosa ti fermasse... Almeno fino al mio ritorno... Ricordi il nostro giuramento? Così come siamo arrivati insieme, insieme ce ne andremo! Siamo come due anelli incrociati l'uno nell'altro e che nessuno potrà mai separare! Perciò, se ti dovesse succedere qualcosa, sappi che io sono pronto a volare via per venire a raggiungerti!".
Queste mie parole, non riuscirono a farci stare meglio, ma almeno ci diedero la possibilità di sfogarci.
E un'unica cosa ci avrebbe ridato pace, trasformando quelle chiacchiere in un'energia inesauribile: il dono reciproco di noi stessi, fino in fondo...
Uno sguardo ci bastò per intenderci, e senza muovere un passo da quella posizione cominciammo ad amarci...
Blanca, quel giorno, indossava un paio di pantacollant elasticizzati – dai quali però non riuscivo a capire se sotto avesse o meno il suo solito perizoma – e una felpa con cappuccio che non lasciava trapelare nulla.
Io, invece, ero arrivato vestito da militare: pantaloni e camicia grigio-verde...
Iniziai a respirare affannosamente per la smania di "metterle le mani addosso", fino a che non ce la feci più e le afferrai la felpa.
In un attimo, mentre lei stava su con il busto eretto, gliela sfilai dalla testa, e man mano che la sollevavo mi si cominciò a svelare tutta la sua bellissima candida carnagione.
Mi succedeva sempre così quando la spogliavo: il cuore accelerò i battiti, e le mie mani presero a tremare, finché non giunsi a scoprirle tutto il torace...
In quell'istante mi calmai... Avevo due magnifiche tette sotto i miei occhi, lasciai andare la felpa e la presi per i fianchi.
Solo adesso potevo dire di essere davvero "a casa", perché il mio vero rifugio - la mia vera "casa, da sempre - era il corpo di Blanca.
Tremante, le confidai:
- "Dio, quanto mi sei mancata, quanto mi sono mancate anche loro...".
E, con le mani aperte sulla sua schiena a palpeggiarla centimetro dopo centimetro, me la avvicinai lentamente fino a raggiungere quelle tette così incredibili – una quinta più o meno – e nel pieno del loro radioso splendore.
