- "Ragazzi, ci siamo. Ho pensato bene a quello che mi avete detto e credo di aver trovato la soluzione".
Era visibilmente emozionata, e con fatica riprese a parlare:
- "Ricordate di quel casale a Castel Fusano dove nonno aveva quel pezzetto di terra? Beh, anni fa' l'avevo ristrutturato ma non ci è andato più nessuno... Pensavo che potreste stare lì a lavorare. E perché no, a vivere da gemelli. Non vi posso vedere così sbattuti. Tu, Tati, sembri il fantasma di te stessa. E tu, Tato, pensa solo a proteggerla. E basta con quelle brutte idee, siamo ancora tutti così giovani!".
Non ci sembrò vero che almeno un problema era stato risolto.
Il giorno dopo, senza dir niente a nessuno, andammo a vedere il posto, facemmo i bagagli e ci trasferimmo lì con l'essenziale. Non avevamo ancora un letto, né un tavolo e nemmeno la cucina – che acquistammo usati –, ma per noi era meglio di un castello, perche finalmente lì dentro si stava riaccendendo la speranza.
Cominciammo a lavorare instancabilmente, e ogni tanto – con un piccolo banchetto clandestino – ci mettevamo per strada a vendere le nostre cose.
Devo dire che ottenemmo un buon successo, forse anche perché alla gente che si fermava a guardare Tati raccontava – impietosendola – la nostra storia e a cosa ci servivano quei soldi...
5. Un aiuto dalla natura.
Il tempo scorreva veloce, e purtroppo giunse l'antevigilia della mia partenza.
Quel giorno Blanca si era svegliata di cattivo umore, e io la sentivo girarsi e rigirarsi nel letto. Insieme, restammo così a farci coccole, teneramente assopiti nel calore dei nostri corpi nudi.
Quando si accorse che anch'io ero sveglio, cominciò a dire:
- "Ecco, domani sarà tutto solo un bellissimo ricordo... Lo sapevo che dovevamo fare come avevo detto io... È un incubo, Tato, spero di svegliarmi e che sia davvero un brutto sogno... Tu non hai paura di stare da solo? Il fatto è che noi non siamo mai stati abituati...".
La ascoltavo, e cercavo di "nutrirmi" della sua voce. Temevo che lassù, con il tempo, me la sarei persino dimenticata. Che orrore!
Infine mi dissi che stavo esagerando, ma non riuscivo a uscire da queste paure.
Le risposi:
- "Gemellina mia, perché questo? Dobbiamo ringraziare Tata che ci ha dato questa opportunità, ma forse è stato peggio... Ora la solitudine ci morderà più forte che mai. E tu come farai? E se tua mamma cercherà di fare un'altra porcheria delle sue? Non ci posso proprio pensare...".
Con Blanca riuscivo sempre a essere me stesso, ma ciò trascinava entrambi nel baratro più profondo.
Volevo averla sempre al mio fianco, così cominciai a baciarla. Era il segnale muto di un desiderio che stava per esplodere in entrambi... Ci amavamo, e quel giorno non avremmo fatto altro che fare l'amore. Esattamente come avevamo fatto tante altre volte negli ultimi quattro anni, ma stavolta con un qualcosa di più. Perché quando gemella capì cosa volevo, si illuminò e mi gridò talmente forte da stordirmi:
- "Siiiii... Come abbiamo fatto a resistere fino ad ora?? Facciamolo, Tato!!! Così poi tu gli porti i documenti e non dovrai stare lassù un anno intero...".
Portargli i documenti? Ma cosa dovevamo fare esattamente? Cosa stava progettando la vulcanica mente della mia gemella?
Sulle prime non riuscii a focalizzare, ma poi – quando guardai le mie mani posate sopra le sue tette – mi si riaccese il cervello... E di colpo reagii basito:
- "Oh Tati, ma ti rendi conto di cosa significa? Usarlo SOLO per i nostri bisogni? E se dovesse nascere con qualche problema?".
In realtà, Blanca mi stava proponendo di fare un figlio perché in questo modo avrei potuto chiedere l'esonero o almeno l'avvicinamento a Roma.
Dio solo sa quanto anch'io desideravo un bimbo con lei! Sangue del nostro sangue, che avrebbe portato su di sé le "stimmate" del grande amore dei suoi genitori. Ma non era giusto in quel modo. E a 19 anni. E se poi il suo progetto non andava a buon fine? Avrebbe dovuto portare da sola tutto il peso della gravidanza, e magari mia "zia-suocera" l'avrebbe fatta abortire approfittando della mia lontananza...
Cominciò a battere con "cattiveria" i pugni sul cuscino e – con le lacrime che cominciavano di nuovo a solcare il suo bel viso – a dire:
- "Merda, merda, merda! Che schifo di mondo... Nessuno capisce quanto ci amiamo! Da sola a casa non ci torno. Ti prego Tato, tentiamo...".
Eravamo due pazzi, ma anch'io avevo troppa voglia di qualcosa che ci avrebbe legati per sempre (e detto a posteriori, che avrebbe tenuto lontane tante sofferenze postume), e quindi cominciammo a darci da fare.
Tra una carezza e un tenerissimo bacio cominciammo a toccarci, e arrivò l'eccitazione e con essa - senza amplesso, ma solo toccandoci reciprocamente - un primo orgasmo di lei.
Conoscevamo la nostra anatomia alla perfezione, e con maestria ed eleganza esaudivamo i reciproci desideri. Mi presi cura di lei, facendole un ditalino bellissimo, i nostri corpi erano scossi da mille sensazioni quando Tati si accucciò tra le mie gambe prendendo in bocca il mio pisello.
Mi guardò, facendomi capire con gli occhi che non aveva nessuna intenzione di risparmiarsi ma che quel giorno mi avrebbe messo tutta la grinta di cui era capace e mi avrebbe fatto un pompino come non mi aveva fatto mai.
Allora io le sussurrai:
- "E allora leccami la cappella! Chissà poi quando ti ricapiterà...".
Mi fece andare su di giri in pochissimo tempo, con le mani e con la bocca, alternando movimenti forti e delicati, "giocando" con il mio prepuzio e il filetto fino a portarmi sulla soglia del Paradiso.
Blanca ci sapeva fare, e fu dura resistere, soprattutto quando si dedicò a leccare il perineo. Lì, l'asta ebbe uno scatto repentino, e sulla punta del glande si affacciarono le prime gocce traslucide di precum...
Con la sola forza di una mano la allontanai dal suo giocattolo preferito, e rotolandoci confusamente tra le lenzuola presi possesso del suo ventre.
Mentre lei mi carezzava amorevolmente la nuca, mi dedicai con passione al monte di venere – ornato di una rada peluria castana –, che ricoprii di un'infinità di baci, respirando profondamente per assorbire in me tutto il dolce effluvio della sua fichetta.
Scesi, con la lingua – come mi piaceva sempre fare – in quell'interstizio magico compreso tra la coscia e l'inguine, e Tati proruppe in una risatina prolungata e squillante. Mi disse:
- "Mi fai il solletico, ma continua, ti prego... È così bello... Non so proprio come farò senza la tua bocca...".
D'altronde, io non avevo nessuna intenzione di fermarmi, e mi spostai più al centro, sulle grandi labbra. Fin dalla prima volta che le avevo viste me ne ero innamorato, forse a causa della loro conformazione, grassottelle e toste, che quando inavvertitamente sfioravo con le mani fredde la superficie assumeva la caratteristica puntinatura "a pelle d'oca"...
Mi piacevano così tanto quelle grandi labbra – chiuse su se stesse nonostante in appena quattro anni fossero già state notevolmente usate – che vi indugiai sopra lappandole.
Ormai sapevo cosa piacesse di più e cosa di meno alla mia gemella, e cosa significavano le smorfie che di tanto in tanto si dipingevano sul suo volto. Così, insistevo – con bonaria malizia – quando la vedevo andare in estasi, "torturando" la parte più sensibile ed evitando di avvicinarmi troppo presto al punto focale...
Poi, però, naturalmente, quelle meravigliose valve di carne si schiusero senza che nessuno le toccasse, e lasciarono strada alle mie dita che vi furono come risucchiate in mezzo.
C'era già un discreto laghetto, che mi permise di raggiungere con facilità ed aprire le labbra più interne.
Là dentro, senza peraltro essere ancora entrato in vagina, il sapore di Blanca era inconfondibile, buono, tanto che – con la bocca a ventosa – mi ci soffermai di nuovo a lungo per succhiare quella grazia di dio.
Le tenni aperte con due dita, e nel frattempo risalii rapito da quel lembo di carne che custodiva il meglio.
Come lei aveva fatto con il mio prepuzio, adesso ero io a giocare con il suo. Lo schiacciai verso il basso, ed ecco il grilletto saltare fuori.
Nella sua fisiologia, Tati lo aveva bello grosso, direi quasi "appariscente".
Non ci volle molto perché lo afferrassi con le labbra e con delicatezza cominciassi a succhiarlo.
Cosicché, la mia gemella gemette dal profondo:
- "Oh siiii... Mi fai morire! Che bello Claudio, voglio essere tua prigioniera... ".
E subito esplose in un secondo orgasmo.
Blanca è una di quelle rare femmine che sanno squirtare, perciò mi schizzò fino in gola i suoi umori, aiutata anche dal sottoscritto che per non perdersi nulla e cercare di tenerla ferma le piantò le mani nei fianchi.
Deglutii tutto, e mentre la mia femmina ancora respirava con affanno lesto le ficcai due dita in fica spingendole in profondità.
Era così bello che l'eccitazione di entrambi raggiunse livelli mai sperimentati prima. Tati, allora, tirandomi a sé gridò forte:
