Così, un giorno, di nascosto da tutti, con la nostra consueta abitudine di tenerci per mano, ci ripetemmo, all'unisono:
- "Perché noi non siamo normali!".
Ci volevamo dare forza l'un l'altra, e con quella certezza ci intrufolammo nello studio di zio.
Il quale, appena ci vide in quell'atteggiamento e con l'umore sotto i piedi che implorava consiglio da lui, ci disse:
- "Avanti... Sputate il rospo. Cosa avete combinato stavolta? Tua madre (lo disse rivolgendosi a Tati) stasera mi è sembrata più allegra del solito. Il che non è da lei...".
Lo disse con un sorriso ironico appena abbozzato, e in realtà era successo che parlando con mia madre quest'ultima le aveva dato la notizia della mia prossima partenza...
Ebbene, senza tanti fronzoli, Blanca mise al corrente suo padre - fin nei minimi dettagli - di quello che mi aspettava...
O meglio, "ci" aspettava... Perché, raccontando ogni cosa, alla fine esclamò:
- "E io come faccio? Tato è la mia vita, io morirei così lontano da lui...".
Sentii la sua mano che mi stringeva ancora più forte quando chiese a zio, come ultima spiaggia:
- "Ma tu non conosci nessuno per evitare questa cosa inutile? Tanto lo sanno tutti che è un anno perso... Un anno delle nostre vite che ci rubano!".
Finì la frase in un crescendo, quasi urlando, e ricominciò a piangere...
Generalmente zio, come me d'altronde – gli unici uomini della sua vita –, non poteva vederla in un simile stato e se poteva (mettendosi spesso e volentieri contro la moglie) finiva per cedere ed accontentarla. Ma stavolta non si lasciò impietosire e le tenne testa:
- "Blanca, non dire stupidaggini... Nella mia posizione, dovrei brigare e fare esonerare il tuo gemello (ormai anche lui aveva cominciato a chiamarmi così) per un capriccio? Non è mai morto nessuno durante il militare! E poi vi farà bene stare un po' lontani! Forse tua madre, stavolta, non ha tutti i torti...", tagliò corto.
A quelle ultime parole, mi tornò davanti agli occhi un'immagine di tantissimi anni prima, quando – per la prima volta nella nostra ancora giovane vita – fummo separati in occasione delle vacanze estive e Tati ne soffrì molto. Tanto che, in quell'occasione, arrivò a dirmi:
- "Credo che non potrò sopravvivere... Addio Claudio... Se non ci vediamo più, non guardare le altre femmine!".
Allora eravamo piccoli, e quella era stata la reazione di una , ma da quei giorni non era cambiato nulla, e noi eravamo ancora lì, a vivere la possibilità di un'altra dolorosa separazione...
Sopra pensiero, sentii che gemella mi diede un'altra forte stretta. Mi riscossi, proprio nell'istante in cui rispondeva al genitore:
- "No. Non ci farà bene, ci farà malissimo, perché noi siamo gemelli. E va bene, facciamo finta che non ti ho mai disturbato. Però, allora, siccome non possiamo stare lontani tutto questo tempo, io ogni fine settimana andrò su da lui... Abbiamo già pensato a tutto noi, visto che non possiamo contare su nessuno. Non vogliamo soldi da nessuno. Abbiamo fatto dei lavoretti che venderò e così mi compro il biglietto per il treno... E tutto il resto!".
Zio rimase in silenzio, meditabondo. Aveva capito benissimo il senso di quelle parole della figlia: "...E tutto il resto". Cioè, che – senza più impedimenti – saremmo andati a letto insieme... Per la prima volta, lontani da casa...
Non disse più nulla in proposito, ma dal suo atteggiamento nei nostri confronti, che tornò benevolo come sempre, intuii che in fondo era pure contento di quell'occasione che si stava volgendo a nostro favore.
Di tutt'altra opinione fu invece zia, la quale non si era ancora stancata di far si che Blanca fosse definitivamente allontanata da me.
In buona fede, fu zio a metterla al corrente dei nostri progetti, felice che stavamo trovando la nostra strada. E una sera, che ci trovavamo insieme a cena a casa loro, senza che in quel momento nessuno le avesse dato motivo, disse, come fosse un interrogatorio:
- "Che cosa vorresti fare tu, Blanca? Tu non ti muovi da qui. E tu (rivolta stavolta a me) vai a Udine che così ti raddrizzano le ossa...".
Senza volerlo, marito e moglie avevano detto la stessa cosa, ma gemella era troppo "orgogliosa" per lasciarsi "sconfiggere" così platealmente, ma soprattutto la cosa importante era di mettere in chiaro che ormai eravamo padroni delle nostre di noi stessi.
Le urlò in faccia:
- "Io vado dove voglio. E non lascerò solo Tato. Rassegnati, lui è il mio gemello, quello vero, non i nostri fratelli! Io voglio soltanto lui!".
E questo era solo l'inizio...
4. Come manna dal cielo.
Il conto alla rovescia era partito, ed io avevo giurato a me stesso che in quei giorni neanche un respiro avrei fatto senza di lei, perché – come diceva il poeta – "del doman non v'è certezza".
In casa, avevamo troppe distrazioni, e così una sera di tardo autunno – mentre eravamo seduti in giardino, spalla a spalla – Blanca mi disse:
- "Tato, non ti piacerebbe trascorrere questi ultimi giorni soltanto io e te? Ci guardano tutti con mille occhi e non siamo liberi di farci i fatti nostri...".
Era il mio stesso pensiero, ma non le avevo detto nulla per non aggiungere altro sale sulla ferita già sanguinante. Ma siccome adesso era stata lei a porgermi quella domanda, accostando la mia guancia alla sua le risposi con un velo di malinconia:
- "Altroché se mi piacerebbe, vita mia, ma come? E dove? Abbiamo di nuovo tutto il mondo contro!".
Tacqui, e in quel silenzio sentivamo soltanto rimbombare dentro i battiti dei nostri cuori che stavano andando in confusione. Ci sentivamo così impotenti che a un certo punto la mia gemella mi guardò fisso e mi disse, con un tono di voce dal quale capii che stavolta avrebbe fatto sul serio se solo io fossi stato d'accordo:
- "Se tutto il mondo è contro di noi, l'unica cosa da fare è andarcene! Non abbiamo chiesto noi di arrivare insieme e forse qualcuno lo ha voluto. Ci aveva fatto vedere quanto è bello vivere così in una sola anima, ma adesso...".
La ascoltavo come inanimato, e dopo aver elaborato quel messaggio capii che non voleva dire di scappare di casa. Tati voleva che ci dessimo la morte se non avessimo potuto continuare a vivere il nostro sogno. Altro che Giulietta e Romeo!
Le risposi:
- "Sei sicura di volerlo? Io sono pronto a seguirti ovunque. Sono certo che in qualunque posto dell'universo andremo ci sarà un posto tranquillo per tutti e due. Ma cosa direbbe mammina? Non si merita un dolore così grande...".
"Mammina" era uno dei nomignoli con cui chiamavamo Maria Grazia, l'altra cugina più grande di noi di sei anni che fin da subito era diventata la nostra consigliera...
Così, tentai un accordo, e le proposi:
- "Ascolta, gemellina. Diamoci un po' di tempo fino alla mia partenza. Se non riusciremo a trovare una soluzione secondo i nostri desideri, faremo come hai detto tu...".
Di sicuro, non le avrei permesso di fare un gesto simile quando io ero già lontano, perché non sarei stato in grado di rimanere qui senza più la sua presenza...
Quella notte, come tante altre, ci addormentammo ognuno nella sua casa, ognuno nel suo letto, immaginandoci che quella solitudine era nulla rispetto a ciò che ci aspettava, e l'indomani ci recammo a casa di mammina a raccontarle della sera precedente.
Disperati ma determinati, poiché quella poteva essere per noi davvero una delle ultime giornate che vedevano il sole...
Avevamo pensato a tutto nei dettagli e nei tempi. Perfino a riscrivere le lettere necessarie a disporre le nostre ultime volontà.
Ma Maria Grazia, che per fortuna era riuscita a mantenere la lucidità che in quel frangente a noi mancava, ci diede un ceffone ciascuno. Poi, ci urlò dietro:
- "Ma siete diventati matti? A tutto c'è rimedio... Per esempio, intanto vi serve un posto dove stare. Mi prenderò la colpa anche di questo, ma a casa vostra non potete rimanere. Mi pare una buona idea, invece, di farvi un gruzzoletto per quando Claudio sarà a Udine. Fatemi pensare un po', ma intanto voi non fate sciocchezze!".
Ci abbracciammo tutti e tre, perché – come dicevamo quando eravamo più piccoli – anche adesso sarebbe stato "uno per tutti e tutti per uno"...
Nel frattempo, a casa Blanca era sempre più stanca e inquieta, e io con lei, finché non ci venne a trovare – attesa come la manna dal cielo – Tata.
Noi gemelli speravamo, anzi eravamo sicuri nel nostro cuore che non ci avrebbe delusi anche lei, e così – in un angioletto e non visti da nessuno – le gettammo le braccia al collo lasciandoci andare in un pianto di nervi.
Poi, con la scusa di una passeggiata, uscimmo tutti e tre per il quartiere. Ci sedemmo al nostro bar preferito, e lì non si poté più sfuggire alla verità. Maria Grazia, ci guardò un'altra volta, prima uno e poi l'altra, e infine ci prese le mani, fece un sospiro e ci disse:
