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Gemella sorella
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Racconto45 min di lettura

Gemella sorella

Per i #selezionati da Giovanna un racconto lungo e interessante... quelli che piacciono di più a noi, divoratrici di erotici a getto continuo.

sesso italiano
1 anno fa · 1.6k letture · 0

Il racconto che ora vado a pubblicare non si può definire esattamente "Racconto di fantasia" o "Racconto reale", poiché – come tutti quelli di questa serie – sono un po' una via di mezzo tra le due situazioni.

Sono passati più di 40 anni dai fatti di cui vi parlerò, e quindi anche la memoria non sempre mi sostiene nei dettagli meno importanti, percui molti dei dialoghi non sempre riportano ciò che allora fu detto, mantenendo comunque le dinamiche di ciò che furono i nostri rapporti più intimi.

1. Premessa.

Quando io avevo 18 anni il servizio di Leva era ancora obbligatorio e un "dovere" per ogni cittadino maschio. 

Per un anno, riuscii – con la scusa che dovevo completare gli studi – a procrastinare questa scomoda incombenza, ma poi fui costretto ad affrontare il problema. E nel peggior modo possibile...

Infatti, ecco che – tenuta – un giorno mi fu recapitata la cosiddetta "cartolina".

All'epoca, io e Tati (ricorderete che questo era il nomignolo che suo padre aveva affibbiato a mia cugina) eravamo appena usciti e riusciti a superare una situazione a dir poco incredibile – il matrimonio forzato e non voluto di lei e a cui sua madre l'aveva obbligata con l'inganno –, percui queste vicissitudini ci avevano uniti – a dispetto di chi, invece, avrebbe voluto dare un colpo mortale alla nostra unione – più che mai.

Era praticamente impensabile, quindi, per i "gemelli", vivere sradicati l'uno dall'altra...

Oltretutto, il nostro legame si manifestava anche – come ricorderanno i miei lettori – attraverso un'unione sessuale e un'intesa "spirituale", che ci aveva condotti a "sentire dentro" – reciprocamente – dal più piccolo disagio al più grande pericolo per la nostra "coppia".

Perciò, questa "notizia" della mia – come si diceva una volta con un termine pomposo – "chiamata alle armi" giunse a destabilizzare il nostro equilibrio psicologico che stavamo faticosamente ritrovando.

Tutto andò più o meno così: leggetemi e capirete quest'altro episodio della travagliata storia dei "gemelli"...

2. Cartolina precetto.

Ebbene, era come tante ed io stavo al telefono quando suonò al cancello del nostro villino l'addetto alla consegna delle raccomandate. 

Ero solo in casa con la mia gemella, e quindi fu giocoforza che andasse lei ad aprire.

Da dove stavo udii la sua voce – concitata e confusa – che diceva:

- "No, non è possibile, ci sarà stato certamente uno sbaglio... Tato non può...".

Intuii pure che si trattava di qualcosa di importante che mi riguardava, ma non ebbi il tempo di pensare ad altro perché sentii sbattere forte il cancello e subito dopo la porta di casa mia si spalancò.

Ricorderete, infatti, che a quel tempo mio padre – un ingegnere civile – aveva costruito un villino bifamiliare per noi e per la famiglia di suo fratello, cioè mio zio e papà di Blanca.

Dunque, Tati entrò come una furia. Aveva le lacrime che le offuscavano la vista, tremava in un modo difficile da descrivere ma che solo lei sapeva fare, e disperata mi porse – senza dir niente e con il braccio teso in avanti – un foglio. Poi mi abbracciò, e posando il capo sulla mia spalla sottovoce mi spiegò:

- "Oh, mio piccolo gemello! Devi partire per il militare... Ti hanno mandato a Udine".

Sembrò essersi calmata, ma dopo un lungo silenzio mi prese le mani e ricominciò a parlare affannosamente:

- "Tato è una tragedia. Capisci? Un anno lontani... Non è mai successo, nemmeno quando mia madre mi aveva spedito in collegio... Nemmeno quando mi aveva dato a Firmino... Chi ci penserà a te? No, non voglio! E se incontri un'altra? Io muoio già adesso al pensiero...".

Mi crollò il mondo addosso... Quelle parole così accorate mi fecero correre un brivido lungo la schiena per il loro reale significato, e nello stesso tempo sentii Blanca venir meno... Le sue braccia mollarono la presa su di me, e come un sacco vuoto la vidi scivolare a terra, proprio si miei piedi. Era svenuta...

Cercai di rianimarla come meglio potrei, e stavo quasi per attaccarmi nuovamente al telefono per chiamare Tata (la cugina medico) quando per fortuna si riebbe. 

Gemella non aveva dimenticato la "tragedia". Si mise una mano all'altezza dello stomaco e poi di corsa andò verso il bagno, e io dietro di lei. Vomitò dal nervoso così tanto da farsi uscire quasi gli occhi dalle orbite, e tutto stava succedendo per "colpa" mia...

Non mi vergogno a dirlo, ma - per dimostrare forse più a me stesso che a lei quanto la amassi - la accompagnai al lavandino e mi misi con cura a lavarle il viso, per dimostrarle quanto fosse importante per me.

Eravamo ancora soli in casa, e la portai nella mia stanza, dove ci chiudemmo dentro e dove si ripeté quel "rito" che tanto amavamo e che eravamo soliti compiere quando avevamo un problema. 

Seduti a terra a gambe incrociate, faccia a faccia, ci tenevamo le mani di modo che i palmi di entrambi si toccavano...

Chi ci avesse osservato, avrebbe visto semplicemente due individui immobili e silenti, ma non era così. A noi – fin da piccoli, per un imperscrutabile "gioco" del destino – non servivano le parole per comunicare, poiché ci fu dato (come già detto) il dono di "sentire" – cosa che nessun altro possedeva e possiede tuttora in famiglia – le emozioni dell'altro.

E in quel momento, io "sentii" gemella che gli si stava spaccando il cuore...

Forse, direte: ma che esagerazione!, ma era proprio così. La conoscevo (e la conosco) bene, e percepivo che lei mi diceva: Tato, non andare!

Sentivo anche l'impulso irrefrenabile di prendere Blanca e scappare via, ma stavolta non sarebbe servito a nulla. 

Così, provai – sebbene non ci credessi io per primo – a convincerla che tra di noi non sarebbe mai cambiato niente.

Aprii la bocca, senza rendermi conto di quello che dicevo:

- "Blanca, non devi fare così, vita mia. Non rendiamo tutto più difficile. Un anno passa presto. Cercherò di venire a casa ogni volta che mi sarà possibile...".

Parlavo a testa bassa poiché sapevo che se l'avessi guardata negli occhi non sarei stato in grado di sostenere quella situazione. 

Ma quando ebbi terminato e alzai di nuovo il capo, vidi uno "spettacolo" orribile: Tati mi stava fissando, forse non aveva mai smesso di farlo in tutto quel tempo, e piangeva e io non me ne ero accorto, impegnato com'ero a convincere entrambi... Non l'avevo mai vista così stremata psicologicamente e credo che non ho mai più visto nessuno distrutto da tanto dolore.

Provai ad asciugarle le lacrime alla nostra maniera – e cioè leccando quelle gocce amare che copiose scendevano da quegli occhi che mi avevano catturato sin da quando eravamo nati –, ma fu come asciugare l'oceano con un foglio di carta assorbente.

Alla fine mi rassegnai e – alzandomi per andarle ancora più vicino – incontrai le sue braccia tese che mi cercavano.

Sapevo bene che la sera, a centinaia di chilometri di distanza, uscendo in libera uscita non sarei mai potuto andare da lei, e nemmeno la domenica mi sarebbe bastata per raggiungerla.

Le baciai la fronte e infine crollai anch'io e le confessai:

- "Tati mia, non ce la faccio più. Ho provato ad essere forte per me e per te, ma non sono capace... È vero, questa è una tragedia, hai ragione tu come sempre, e non me la sento di minimizzare. Oltretutto, il nostro sesto senso non ci permette di fingere... Ti ricordi quando tua madre ti aveva mandata in collegio ed io sono venuto a riprenderti? Beh, stavolta è diverso...".

In quel momento, mi venne un'idea:

- "Però, potresti venire su il sabato e la domenica e staremo insieme... Che ne dici? Dobbiamo parlarne subito con zio, lui ci può consigliare come ha sempre fatto...".

Grazie alla mia proposta, Gemella sembrò essersi un attimo risollevata, ma rimase in silenzio a pensare. Poi, all'improvviso, vidi il suo sguardo illuminarsi e di scatto rispose:

- "Claro che si!".

Ma subito dopo ripiombò nello sconforto. Mi guardò sull'orlo di una nuova crisi di nervi e riprese:

- "E se mia madre non vuole? Sai quello che pensa di noi... Quando saprà che devi partire sarà contenta quella strega!".

Non so perché, ma quella volta ero sicuro che nessuno avrebbe potuto mettersi in mezzo. Chiosai:

- "Stai tranquilla... Appena arrivo su, cercherò un alberghetto senza pretese. Sarà il nostro rifugio... Tu però dovrai fare tutto da sola stavolta... Voglio dire, prenderai il treno da sola...".

E lei:

- "Fosse quello il problema!".

Da allora e fino alla mia partenza, io e Tati impiegammo gran parte del tempo a fare dei lavoretti artigianali da vendere, e con cui creare un piccolo "fondo cassa" da utilizzare per i viaggi e i soggiorni di lei...

3. Il “piano di battaglia”.

Il Distretto Militare mi fissò la data della partenza: dovevo presentarmi in caserma il 6 novembre, e quindi non avevamo tempo da perdere.

Più che mai, in quei giorni – se ciò fosse stato possibile – eravamo ancora più uniti, a dispetto di buona parte delle nostre famiglie che continuarono ad ostacolarci, nonostante fossero ormai chiare da tempo le nostre intenzioni.

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