Siamo due mostri. E lei lo ha appena realizzato.
"Siamo fottuti," mormora, passandosi una mano tremante sul viso sudato.
Poi, abbassa le spalle. La sua postura cambia completamente, perdendo ogni oncia di arroganza, di fierezza da "poser".Sembra improvvisamente minuscola.
"Forse..." inizia, la voce esitante, lo sguardo perso nel vuoto tra i nostri letti. "Forse il problema è che io non mi sfogo mai, Gio."
Corrugo la fronte nel buio. "In che senso?"
"Nel senso che io faccio la grande. Faccio quella che fa girare la testa a tutti. Gigi, l'università... i social." Fa una risata amara, pietosa. "Ma è tutta finzione. Io non ho mai avuto un fidanzato. Non ho mai fatto niente con nessuno."
"Questo lo so," le rispondo piano.
"No, Gio. Tu non capisci." Anna si stringe le ginocchia al petto. La sua voce ora è un sussurro carico di una vergogna così intima che mi fa tremare le mani. "Io non mi sfogo mai. Quel vibratore... quello che hai trovato ieri in camera mia.Io... io l'ho comprato mesi fa. Ma non l'ho mai acceso."
Il mio cuore perde un battito. "Cosa stai dicendo?"
"Sto dicendo che non l'ho mai usato," ammette, chiudendo gli occhi con forza, due lacrime di puro imbarazzo che le sfuggono nel buio. "Non mi sono mai data piacere, Gio. Mai. Non... non so come si fa. Non mi viene naturale. Ho troppa paura di perdere il controllo, e così accumulo tutto questo schifo dentro finché non esplodo. Sono una fottuta bambola vuota, avevi ragione tu."
Resto paralizzato. Il cervello va in tilt.
L'esibizionista. La principessa intoccabile con le curve esplosive che fa sbavare ogni maschio nel raggio di chilometri,la stronza che mi ha fatto credere di doversi nascondere per toccarsi... è completamente, disperatamente vergine anche a se stessa.
Non si è mai sfiorata. E ora, seduta a venti centimetri da me, me lo sta confessando, mettendomi tra le mani un potere di controllo assoluto, letale e fottutamente definitivo.
L’'aria calda della stanza mi si secca in gola.
"Annina," chiamo nel buio, la voce ridotta a un sussurro che quasi non riconosco.
Sento il suo respiro bloccarsi. È da quando eravamo bambini che non la chiamo così.
"Annina... lo hai qui con te?"
Il fruscio violento delle sue lenzuola mi fa capire che si è irrigidita di scatto. "Cosa?" sibila, la voce sulla difensiva, il panico che le riaccende per un attimo la rabbia. "Perché cazzo me lo chiedi? Che vuoi fare, umiliarmi ancora?"
Non rispondo subito. Mi alzo dal mio letto e azzero l'ultimo abisso che ci separa, sedendomi sul bordo del suo materasso. Il legno scricchiola sotto il mio peso. Lei si ritrae d'istinto, tirandosi le ginocchia al petto sotto il lenzuolo leggero, sgranando gli occhi scuri nel buio.
"Non voglio umiliarti," le sussurro, ignorando il suo scatto indietro. Allungo una mano. Trovo la sua spalla, tesa come una corda di violino, e inizio ad accarezzarla. Il mio tocco è leggerissimo, lento. Le sposto una ciocca di capelli umidi dal collo. "Sto cercando di farti respirare, Anna."
"Toglimi le mani di dosso, Gio," ringhia a mezza voce, ma non si sposta di un millimetro.
La mia mano scivola sulla sua guancia, accarezzandole lo zigomo con una tenerezza che contrasta in modo folle con tutto quello che ci siamo urlati addosso oggi.
"Ascoltami," le dico dolcemente, chinandomi verso di lei. Il mio tono è calmo, protettivo, da fratello maggiore. E la cosa assurda è che, in mezzo a questo schifo, sono fottutamente sincero. "Stiamo impazzendo perché sei un vulcano pronto a esplodere, e hai il terrore di farlo. Ti fa schifo l'idea di toccarti perché non lo senti naturale, hai paura di perdere il controllo e non sai come gestirlo. È il primo scoglio, Annina. Ed è una montagna enorme da scalare da sola."
Il suo respiro trema contro il palmo della mia mano. Le mie dita continuano ad accarezzarle i capelli. La vedo letteralmente sgonfiarsi nel buio sotto quel contatto.
"E allora?" mormora lei, la voce incrinata, le lacrime che minacciano di scendere di nuovo.
"E allora ti aiuto io," rispondo, la voce ferma. "Se non lo senti naturale farlo tu, se hai paura della tua stessa mano... te lo faccio fare io. Senza che tu debba sfiorarti. Ti faccio da vibratore umano, Anna. Tu devi solo chiudere gli occhi e lasciarlo uscire."
"Sei pazzo!" sibila lei, tirandosi indietro con un sussulto, l'orgoglio che cerca di riprendere il comando. "Sei completamente fuori di testa! Sei mio fratello, Gio! Ti rendi conto di cosa cazzo mi stai chiedendo?!"
"Ti sto offrendo una via d'uscita," ribatto, senza alzare la voce, continuando ad accarezzarle il braccio nudo. Sento i brividi che le increspano la pelle. "E so che lo vuoi. Guarda come tremi. So che ti fidi di me, quando non faccio lo stronzo arrogante."
Anna mi fissa nel buio. Il suo petto si alza e si abbassa a un ritmo folle sotto la maglietta grigia. Combatte. Cerca l'odio, cerca il disgusto, ma la mia vicinanza, la mia voce calma, quella maledetta coccola rassicurante che da piccoli la faceva smettere di piangere... stanno sgretolando l'ultima barriera.
Chiude gli occhi, stringendo le labbra fino a farle sbiancare. Un gemito di resa, pietoso e spezzato, le sfugge dalla gola.
"È... è nella tasca laterale della mia borsa," sussurra, la voce così bassa che devo leggere il movimento delle sue labbra per capirla. "Quella nera. Sul pavimento."
Non me lo faccio ripetere due volte.
Mi alzo dal letto in silenzio, recupero la borsa nera vicino all'armadio e infilo la mano nella tasca. Le mie dita si chiudono sulla plastica liscia e fredda del piccolo oggetto. Lo stringo nel pugno e torno verso di lei.
Anna si è rannicchiata sul lato estremo del materasso singolo, stringendo il lenzuolo contro il petto. Mi sdraio accanto a lei. Lo spazio è inesistente. I nostri corpi si sfiorano per forza. Mi infilo sotto il suo lenzuolo, l'aria bollente intrappolata tra di noi.
Senza chiederle il permesso, passo un braccio forte attorno alla sua vita e la tiro dolcemente, ma inesorabilmente, contro di me. La sua schiena si scontra con il mio petto nudo. Trattiene il fiato, rigida come un pezzo di legno.
"Rilassati," le sussurro all'orecchio, il respiro che le solletica la pelle umida del collo. La stringo un po' di più, avvolgendola in un abbraccio che è metà gabbia e metà scudo. "Non farti prendere dal panico. Facciamo così, stabiliamo delle regole. Ti fa sentire più sicura avere delle fottute regole?"
Lei annuisce impercettibilmente contro il mio braccio.
"Bene," mormoro, la mia mano libera che si posa piatta sul suo ventre, appena sopra l'elastico degli slip. Sento i suoi muscoli contrarsi. "Regola numero uno: io posso toccarti con le mie mani solo dalla cintura in su. Niente mani sotto la cintura. sotto, userò solo questo." Sfioro la plastica del vibratore contro la sua coscia nuda. "Sei d'accordo?"
Anna deglutisce a fatica. Il caldo della stanza, il buio, il mio corpo incollato al suo e la perversione logica di quell'accordo la stanno portando sull'orlo del baratro.
"Sì," sussurra, la voce che è poco più di un sospiro arreso nel buio. "Sì, va bene."
"Perfetto," le rispondo, il battito che mi rimbomba nelle orecchie come un tamburo di guerra. La mia mano scivola dal suo ventre e risale lentamente, agganciando l'orlo della sua maglietta grigia. "Allora iniziamo."
La sento rigida contro il mio petto. È un pezzo di legno, paralizzata dal tabù, dalla vergogna e da quell'eccitazione che non ha mai saputo gestire. Se mi fiondassi su di lei come un animale, assecondando solo la mia fame, la spezzerei e lei si chiuderebbe per sempre.
Ma io non sono un ragazzino alle prime armi. Ho spogliato abbastanza ragazze da sapere esattamente come si disinnesca il panico e si accende il desiderio. E con lei, con la mia fottuta ossessione, voglio fare un capolavoro.
"Shhh... respira, Annina," le sussurro, la voce bassa, calda, un ronzio che le vibra direttamente contro la pelle del collo.
Inizio ad accarezzarla con una dolcezza che non sapevo nemmeno di possedere. Le sfioro le spalle, le bacio la linea della mascella, scendendo lentamente lungo il collo sudato. Il mio respiro si mescola al suo. La mia mano destra, quella libera, scivola lungo il suo fianco. Afferro l'orlo della maglietta grigia fradicia di sudore e, con una lentezza calcolata, inizio a tirarla su, scoprendole il ventre piatto.
Anna sussulta, trattenendo il fiato, ma non mi ferma.
Spingo la stoffa fino a incastrarla sotto le sue ascelle, liberando definitivamente il suo petto nel buio. La poca luce che filtra dalle tapparelle illumina la sua pelle lucida.
"Sei uno spettacolo," mormoro contro il suo orecchio, prima di far scivolare entrambe le mani sui suoi seni nudi.
Il contatto è elettrico. Inizio a impastare quella carne morbida, pesante e abbondante. Non sono delicato, ma sono fottutamente attento. Le stringo il seno con ardore, sollevandolo, riempiendomi i palmi della sua pienezza, per poi far scivolare i polpastrelli sui capezzoli. Sono già durissimi, turgidi e sensibilissimi. Li stuzzico, li stringo leggermente tra pollice e indice, tirandoli con una passione che mi fa bruciare il sangue nelle vene.
"Gio..." piagnucola lei nel buio. È un suono pietoso, carico di un imbarazzo che la sta divorando, ma il suo corpo la tradisce. Si inarca contro le mie mani, spingendo il petto verso l'alto per cercare ancora più attrito, ancora più contatto.
"Lasciati andare, principessa," la assecondo, la voce rocca di lussuria. Le mordo dolcemente il lobo dell'orecchio. "Smettila di pensare. Senti come sei calda... senti come mi stai chiedendo di toccarti. Ti piace farti viziare così, vero?"
