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Faccio venire la gemella
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Racconto34 min di lettura

Faccio venire la gemella

Un nuovo saggio dell'intrigante abilità di @lexy22, dal libro: La mia odiosa gemella tettona. Cercalo e godilo su erotika_app

Alessia
6 mesi fa · 2.2k letture · 0

Per bilanciare la situazione, mi dedico a Miriam.

Non che ci voglia molto sforzo. Miriam è un fottuto magnete. Si è seduta al mio fianco, la sedia leggermente ruotata verso di me, ignorando il resto del tavolo. Il pareo a rete bianco che indossa non copre un cazzo: ogni volta che si accavalla le gambe o si sporge per parlarmi, mi sbatte in faccia la visuale del suo seno pieno stretto nel micro-bikini dorato e la pelle morbida delle sue cosce chiare.

"Quindi, al primo anno di università hai fatto strage, immagino," mi dice Miriam, abbassando la voce, le labbra piene piegate in un sorriso languido. Gioca col sottobicchiere bagnato, ma il suo ginocchio è costantemente, deliberatamente premuto contro la mia coscia.

"Diciamo che non mi sono annoiato," le rispondo, sostenendo il suo sguardo scuro e malizioso. Le sfioro il braccio con finta noncuranza per prendere le noccioline. "Ma vedo che anche tu non hai perso tempo. Sei... diversa dall'anno scorso, Miri."

Lei fa una risatina bassa, vibrante, e si sporge ancora un po', lasciando che il profumo del suo olio solare mi invada le narici. "Speravo lo notassi."

Con la coda dell'occhio, vedo la mascella di Anna contrarsi così forte che temo possa spaccarsi i denti.

Giusy, che non sta mai zitta, cerca di coinvolgerci tutti. "Com'è andato il viaggio? Mamma mia, io con mio fratello in macchina sarei impazzita."

"Lascia stare," sbotta Anna, la voce carica di un astio improvviso, tagliente come una lama. Prende il suo bicchiere e lo sbatte sul tavolo. "È stato un incubo. Gio è il solito animale insopportabile. Due ore a sopportare il suo ego smisurato."

Il tavolo cala nel silenzio per un secondo. Mi volto verso di lei, gli occhi ridotti a due fessure. Miriam ritira appena il ginocchio.

"Sempre meglio che viaggiare con una statuina di porcellana perennemente in preda a crisi isteriche," le rispondo, il tono gelido e spietato. "Senza contare i tuoi fottuti cali di pressione in bagno, principessa. Dovresti farti curare, prima di rovinare le vacanze agli altri."

Le ho appena ricordato la sua umiliazione nuda sul pavimento davanti a tutti, mascherandola da preoccupazione fraterna. Anna sbianca. Sotto il tavolino, le sue mani si stringono a pugno sul vestito nero.

"Ehi, datti una calmata, Gio," interviene Gigi, gonfiando il petto asciutto. Mi punta un dito contro, facendo il finto difensore della patria. "Non parlarle così. È pur sempre tua sorella."

"Fatti i cazzi tuoi, Gigi," gli ringhio contro, la voce così bassa e minacciosa che Giusy smette di sorridere. "Non hai idea di cosa parlo. Quindi pensa a bere la tua birra e non ti intromettere."

La tensione è palpabile. Gigi si irrigidisce, pronto a ribattere, ma il trillo del mio telefono taglia l'aria in due.

È un messaggio di nostra madre. Tornate, la cena è pronta.

"Dobbiamo andare," dico, alzandomi di scatto, rompendo il contatto con Miriam.

I saluti sono veloci e carichi di elettricità. Gigi prova ad abbracciare Anna per salutarla, sussurrandole all'orecchio un "ci vediamo domani" che mi fa venire voglia di spaccargli la faccia. Lei si divincola quasi subito. Miriam, invece, mi saluta piazzandomi un bacio lento e umido a un millimetro dalla bocca, le dita che mi accarezzano la nuca. "A domani, Gio. Mi raccomando."

Il tragitto verso casa è un buco nero di silenzio. Camminiamo a due metri di distanza. Il tramonto brucia il cielo, ma tra noi c'è solo ghiaccio.

La cena sotto il portico con i nostri genitori è una recita grottesca. Il rumore delle posate contro i piatti di ceramica è l'unico suono. Anna fissa il suo piatto di pesce senza toccarlo. Ha tolto gli occhiali scuri: i suoi occhi sono due buchi neri di stanchezza, frustrazione e odio puro. Non mi rivolge la parola, non mi guarda nemmeno per sbaglio.

Quando la tortura finisce, saliamo le scale.

Entriamo nella nostra vecchia stanza e chiudo la porta alle mie spalle con un click che suona come una condanna. L'aria condizionata è ancora spenta, il caldo è asfissiante.

Nessuna parola. Nessun insulto. La guerra verbale è esaurita, sostituita da un odio silenzioso e massacrante.

Lei va in bagno a lavarsi i denti e mettersi la sua fottuta maglietta grigia. Io mi spoglio in camera, rimanendo solo in boxer, la pelle madida di sudore. Quando esce, non mi guarda. Si infila sotto il lenzuolo sottile e si gira sul fianco, dandomi la schiena. Faccio lo stesso.

Spengo la luce dell'abat-jour. Il buio inghiotte la stanza.

Siamo sdraiati ai due estremi di quei venti, maledetti centimetri di spazio tra i due letti. Non sento il rumore delle cicale, non sento il respiro di Anna. Sento solo l'immagine di Gigi che le stringe la vita da una parte, e il calore della coscia di Miriam dall'altra.

Il tempo passa, Il buio in questa fottuta stanza è pesante quanto il caldo.

Saranno le tre del mattino. Il lenzuolo è un groviglio ai piedi del mio letto. Sento il respiro di Anna a venti centimetri da me. È irregolare, spezzato. Nessuno dei due sta dormendo, stiamo solo fottutamente fingendo, rannicchiati nei nostri rispettivi angoli per non impazzire.

Ma io non ce la faccio più. Il silenzio mi sta scartavetrando il cervello.

"Smettila di rigirarti," la inchiodo nel buio, la voce ridotta a un graffio basso e roco. "Mi stai facendo impazzire."

Il materasso accanto al mio si immobilizza di colpo. Sento il fruscio del suo lenzuolo che viene tirato su, come uno scudo inutile.

"Fatti i cazzi tuoi, Gio," sibila lei, voltandomi le spalle. "Dormi e lasciami in pace."

"Non ci riesco. E non ci riesci neanche tu," ribatto, mettendomi seduto. L'aria bollente mi accarezza il petto nudo e madido di sudore. Mi passo una mano tra i capelli, puntando gli occhi sulla sua sagoma scura. "Dobbiamo parlare di quello che è successo. Di stanotte nel corridoio. Di stamattina in bagno."

"Io non devo parlare di un cazzo con te," sbotta lei, la voce che trema di rabbia. "Sei un viscido pezzo di merda. Ti ho già detto tutto quello che penso di te."

"Fai la stronza quanto vuoi, Anna," mormoro, sporgendomi in avanti fino a sfiorare il bordo del suo materasso. "Ma il tuo corpo non sa mentire. In bagno tremavi. E ieri sera, dietro quella porta... il tuo respiro lo sentivo fin da sopra il letto.Eri eccitata. Guardarmi fare a pezzi la tua migliore amica ti ha bagnata fino al midollo."

"Taci!" strilla lei a mezza voce, per non svegliare i nostri genitori di sotto. Si gira di scatto verso di me. Nel buio, vedo il contorno del suo petto sollevarsi e abbassarsi freneticamente sotto la maglietta grigia. "Sei un fottuto mostro!"

"Dillo, cazzo!" le ringhio addosso, azzerando l'ultimo millimetro di buonsenso, i nostri visi a un palmo di distanza.Sento il calore della sua pelle. "Ammettilo e basta!"

Il silenzio che segue è un abisso. Anna ansima, le mani strette a pugno sul materasso. Poi, il muro crolla.

"Sì!" sussurra, la voce rotta, sputandomi la parola in faccia con un odio feroce. "Sì, mi sono eccitata! Mi batteva il cuore a mille e non riuscivo a staccare gli occhi da voi! Contento, adesso? Ti fa sentire un grand'uomo sapere che hai mandato in corto circuito il cervello di tua sorella?!"

Incasso il colpo. Sentirglielo dire ad alta voce è una scossa elettrica che mi arriva dritta all'inguine, ma non mi muovo.

"Mi fa sentire un mostro," ammetto, abbassando il tono, la voce che si fa di colpo letale e sincera. "Mi fa sentire un fottuto malato. Ho le mie colpe, Anna. Ho esagerato, ho spinto sull'acceleratore per farti del male. Ma tu non sei innocente. Io non sopporto la tua finta perfezione. Non sopporto questa maschera da principessa intoccabile che ti metti ogni giorno. Odio il modo in cui cerchi disperatamente le attenzioni di quel viscido di Gigi, quando so benissimo che non te ne frega un cazzo di lui."

Anna sbatte le palpebre nel buio. L'arroganza vacilla, colpita nel vivo.

"Tu non sai niente di me," mormora, ma il veleno è sparito. Abbassa lo sguardo sulle proprie mani. "Tu mi fai a pezzi ogni volta che parli. E io... io ti odio per questo. Ma quando ti vedo girare per casa a torso nudo... quando i miei fianchi ti sfiorano in macchina..." si morde il labbro, la voce che diventa un filo impercettibile e vergognoso. "...sento un fottuto calore in petto che mi toglie il fiato. Una morsa allo stomaco che mi fa venire voglia di strapparmi la pelle. E mi fa schifo. Mi fa così fottutamente schifo provare una cosa del genere per te."

Mi si gela il sangue. Non è solo lussuria. È ossessione pura.

Prendo un respiro lentissimo. Se lei ha messo sul tavolo il suo demone peggiore, io devo fare lo stesso.

"Vuoi sapere cosa fa schifo, principessa?" le sussurro, sporgendomi ancora di più nel buio. "Il vetro del terrazzo di questa fottuta stanza. Da fuori, col buio, fa da specchio sulla finestra del bagno."

Anna alza la testa di scatto.

"Ogni estate," continuo, inesorabile, confessando il peccato che mi porto dentro da anni. "Ogni singola sera delle nostre vacanze in cui ti sei chiusa lì dentro per farti la doccia, io sono uscito in terrazzo. E ti ho guardata spogliarti. Ho guardato ogni fottuto centimetro di te riflesso in quel vetro. Ti ho spiata per anni, Anna. Sono malato di te."

La sento smettere di respirare. La rivelazione è pesante, oscena. Sgrana gli occhi nel buio, scioccata. Si ritrae appena,come se l'avessi schiaffeggiata. Ma poi... succede qualcosa di strano. La repulsione che mi aspettavo non arriva. I suoi muscoli si rilassano. La rabbia evapora, inghiottita da una rassegnazione disarmante.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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