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Faccio venire la gemella
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Racconto34 min di lettura

Faccio venire la gemella

Un nuovo saggio dell'intrigante abilità di @lexy22, dal libro: La mia odiosa gemella tettona. Cercalo e godilo su erotika_app

Alessia
6 mesi fa · 2.2k letture · 0

"Ah!"

Un urlo acuto, strozzato, le squarcia la gola. Scivola a terra, accasciandosi sulle piastrelle fredde.

"Anna! Cazzo!"

L'adrenalina sessuale, l'arroganza, l'odio... tutto viene spazzato via in un millesimo di secondo, sostituito da un terrore puro e ghiacciato. Mi inginocchio all'istante davanti a lei, il cuore che mi esplode nel petto.

Si è rannicchiata su se stessa, le mani premute convulsamente dietro la testa. I suoi capelli scuri e bagnati le coprono il viso, ma i singhiozzi arrivano immediati. Non è il pianto stizzito o teatrale della Anna che conosco. È il pianto rotto, disperato e spaventato di una ragazzina.

"Fammi vedere, togli le mani," le ordino, la voce che mi trema, cercando di scostarle le dita per controllare il danno.

"Toccami e ti ammazzo!" strilla lei, la voce rotta dal dolore e dal panico. Alza il viso verso di me. Ha gli occhi spalancati, le guance rigate da lacrime calde che si mescolano all'acqua della doccia. È terrorizzata.

E in quel momento, la realtà mi investe con una violenza devastante.

È rannicchiata a terra, completamente nuda. Il suo corpo perfetto è esposto, vulnerabile in un modo che mi fa mancare l'aria. Le sue ginocchia sono piegate al petto, ma non bastano a nasconderla. A ogni singhiozzo disperato, i suoi seni pesanti e madidi d'acqua sussultano, i capezzoli duri per il freddo e lo shock. La pelle ambrata delle sue cosce, le curve morbide dei fianchi... ogni fottuto centimetro di lei è una visione oscena e bellissima, in totale contrasto con la situazione drammatica.

Il mio corpo è ancora teso, il cazzo duro contro i jeans, pulsante per il contatto di un secondo prima, eppure mi sento il pezzo di merda più grande dell'universo.

Vede il mio sguardo scivolare su di lei, anche solo per un istante, e questo la distrugge definitivamente.

"Vai via!" urla, la voce incrinata, stringendo le braccia attorno al petto per cercare disperatamente di coprire quelle forme abbondanti che fino a un minuto prima mi stava schiacciando addosso. "Vai via, mostro! Mamma! Chiamala! Chiama la mamma, Gio, mi fa male! Cazzo, mi fa male!"

Il suo grido disperato rimbomba nel bagno. Mi alzo in piedi di scatto, barcollando all'indietro, come se mi avesse appena pugnalato allo stomaco.

La guardo un'ultima volta, nuda, rannicchiata in un lago d'acqua e lacrime, distrutta. Non le rispondo. Faccio dietrofront e mi precipito in camera, la mascella contratta, pronto a correre giù per le scale con un senso di colpa che mi divora le viscere, e con un'immagine scolpita a fuoco nella mente che non mi farà dormire per il resto della fottuta vacanza.

La botta in testa si è rivelata una stronzata, ma il pranzo è un funerale silenzioso.

Siamo seduti al tavolo del portico. Nostra madre le ha subito dato del ghiaccio e Anna si è calmata dopo un po’, eppure però successe l’inaspettato, quando mamma chiese come fosse successo, lei non mi butto in pasto ai cani, anzi, senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto, ha recitato la sua parte alla perfezione. "Sono scivolata sull'asciugamano bagnato. Niente di che."

Mi ha coperto. Non le ha detto che l'ho schiacciata contro il muro, che le ho strappato via l'arroganza fino a farla tremare nuda sul pavimento. Ma il silenzio tra noi due adesso è tossico. È un filo spinato teso sopra il tavolo. Sento il suo respiro. Noto il modo in cui deglutisce a fatica l'acqua. Sotto il tavolo, le nostre gambe sono a pochi centimetri di distanza, ed entrambi stiamo attenti a non sfiorarci come se l'altro fosse radioattivo.

Subito dopo pranzo, nostra madre ci sbatte fuori. "Andate a fare un giro sul lungomare, andate a cercare i ragazzi."

Anna si chiude in bagno per cambiarsi. Quando esce, indossa un vestitino nero, corto, sottilissimo, che le fascia le forme in modo quasi illegale, e i suoi soliti occhiali da sole scuri per nascondere gli occhi ancora gonfi. È tornata la bambola di plastica, la "poser". O almeno, ci sta provando disperatamente.

Camminiamo fianco a fianco verso la spiaggia. Non parliamo.

Poi, li vediamo. Sono seduti al tavolino del bar dello stabilimento, il nostro solito punto di ritrovo da dieci estati a questa parte.

"Gio! Anna!"

La prima a urlare è Giusy. Si alza di scatto e ci corre incontro. È un ciclone di energia carnale, come sempre. Indossa un paio di pantaloncini di jeans tagliati cortissimi e il pezzo sopra di un costume a triangolo rosso che fatica a contenere il seno. Mi butta le braccia al collo, stringendomi contro la sua pelle calda e sudata di sole. "Cazzo se siete mancati! Guardati, sei diventato enorme!" ride, dandomi una pacca sfacciata sul petto prima di stritolare Anna.

Ma i miei occhi sono già oltre la sua spalla.

Gigi si sta alzando dal tavolino. Venticinque anni di pura fottuta arroganza. Ha il fisico asciutto, scolpito, la pelle scura e quella mascella squadrata che sembra perennemente contratta. Cammina verso di noi con quella lentezza studiata di chi sa di avere gli occhi di tutti addosso.

E dietro di lui, si alza Miriam.

Se Giusy è un'esplosione, Miriam è un veleno a lento rilascio. È... illegale. Indossa un pareo bianco a rete, completamente trasparente, infilato sopra un micro-bikini dorato che non lascia assolutamente niente all'immaginazione. Le sue curve piene, morbide ma sode, si muovono con una lentezza ipnotica. Ha i capelli scuri scarmigliati dal vento e un sorriso letale. Non saluta sbracciandosi. Mi punta con i suoi occhi scuri e valutanti, mi sorride, e improvvisamente l'aria diventa più pesante.

"Anna," dice Gigi.

La sua voce è bassa. Ignora me, ignora le altre, e punta dritto a mia sorella. Azzera la distanza con una confidenza che mi fa ribollire il sangue all'istante. Le mette una mano sul fianco, scivolando pericolosamente verso la curva bassa della schiena, e si china per darle due baci sulla guancia. Ma non si stacca. Le resta a un palmo dal viso.

"Sei bellissima quest'anno," le sussurra, abbastanza forte da farsi sentire. La sua mano si stringe sulla vita di Anna. È appiccicoso. Stranamente famelico. Di solito si fa desiderare, fa lo stronzo misterioso, ma oggi sembra volerla marcare come se fosse roba sua.

Il mio istinto primordiale si accende. Le vene del collo mi pulsano. Levale quelle fottute mani di dosso, pezzo di merda.La regola mi martella nel cranio: Non la voglio. Mi fa schifo. Ma se tu la tocchi, io ti stacco le dita una a una.

Mi preparo a godermi lo spettacolo pietoso di mia sorella che si scioglie, che gli fa gli occhi dolci e la gattina morta come ha sempre fatto ogni fottuta estate.

Ma succede qualcosa di impensabile.

Anna si irrigidisce. Il tocco di Gigi, invece di farla impazzire, la fa scattare. Sotto i miei occhi attenti, fa un passo indietro, rompendo il contatto con una freddezza quasi innaturale. Si stringe le braccia sotto il seno, un gesto di chiusura totale che fa risaltare ancora di più la sua scollatura, ma il suo linguaggio del corpo urla "stammi lontano".

"Ciao Gigi," risponde, la voce piatta, schiva. Evita il suo sguardo e si fissa le scarpe, spostando nervosamente il peso da un piede all'altro.

Gigi incassa il colpo. Socchiude gli occhi, infastidito da quel rifiuto inaspettato.

Il mio cervello processa l'informazione e un'ondata di piacere oscuro, malato e contorto mi invade lo stomaco. Io l'ho rotta. Non riesce a farsi toccare da lui perché la sua pelle brucia ancora per come l'ho schiacciata io contro il muro del bagno. Il suo teatrino perfetto è andato in frantumi, e io ne ho i pezzi in mano.

"Beh, se lei fa la preziosa..."

La voce di Miriam mi accarezza l'orecchio. È scivolata di fianco a me senza che me ne accorgessi. Mi passa un braccio intorno alla vita. Sento la pelle nuda del suo fianco, bollente per il sole, premere contro di me. Il profumo del suo olio solare è stordente.

"Sei diventato un uomo, Gio," sussurra Miriam, alzando il viso verso il mio. I suoi occhi mi scrutano con una malizia che non cerca di nascondere. Le sue labbra piene si aprono in un sorriso bagnato, e con una naturalezza disarmante fa scivolare la mano dal mio fianco fino a sfiorarmi il petto attraverso la maglietta. È una provocazione erotica pura, esplicita, lanciata in mezzo a tutti come se fosse la cosa più normale del mondo.

Non mi ritraggo. Anzi.

Lascio scivolare il braccio sulle spalle di Miriam, attirando le sue curve morbide contro di me. Ma non guardo lei.

Alzo lo sguardo e punto dritto verso Anna.

Mia sorella ha sollevato la testa. Dietro le lenti scure degli occhiali, vedo che è pietrificata. Sta fissando la mano di Miriam sul mio petto. E la mascella le trema.

Il pomeriggio al chiosco dello stabilimento scivola via in un fottuto, estenuante gioco di scacchi.

Ci sediamo attorno a un tavolino rotondo di plastica, all'ombra di un ombrellone di paglia. L'aria è densa di salsedine e del profumo dolciastro dei cocktail alla frutta.

Gigi non perde un secondo. Piazza la sua sedia letteralmente incollata a quella di Anna. Passa l'ora successiva a invadere il suo spazio vitale con una sicurezza arrogante che mi fa prudere le nocche. Le parla vicino all'orecchio, le sfiora il braccio nudo per attirare la sua attenzione, le offre da bere dal suo bicchiere. E lei? La Anna che conosco avrebbe sguazzato in quelle attenzioni, si sarebbe accarezzata i capelli rimescolando il drink con la cannuccia, godendosi il trofeo.

Invece, è rigida come una tavola di legno. Dietro le lenti scure, so che i suoi occhi scattano continuamente verso di me. Risponde a Gigi a monosillabi, si ritrae di un millimetro ogni volta che lui cerca il contatto fisico. Il suo corpo respinge ciò che la sua mente ha sempre desiderato, perché la sua pelle è ancora marchiata a fuoco da quello che le ho fatto stamattina. È spezzata. E io la guardo sanguinare, sorseggiando la mia birra ghiacciata con un senso di potere che rasenta la follia.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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