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Faccio venire la gemella
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Racconto34 min di lettura

Faccio venire la gemella

Un nuovo saggio dell'intrigante abilità di @lexy22, dal libro: La mia odiosa gemella tettona. Cercalo e godilo su erotika_app

Alessia
6 mesi fa · 2.2k letture · 0

L'abitacolo della mia auto è una fottuta pentola a pressione.

Guidare per due ore in autostrada con Anna chiusa qui dentro, da soli, è sempre stato un incubo, ma oggi c'è una novità: mi sto godendo il suo silenzio. I nostri genitori sono partiti all'alba e ci aspettano già alla casa al mare. Peggio per lei. Non ha nessuno dietro cui nascondersi per tutto il tragitto.

Le lancio un'occhiata con la coda dell'occhio. È incollata alla portiera del passeggero, rigida come un pezzo di marmo. Indossa un top bianco a costine, scollato e teso all'inverosimile sul suo seno abbondante, e un paio di shorts di jeans. Fissa il finestrino dietro i suoi occhiali da sole scuri, ma vedo chiaramente le nocche bianche delle sue mani aggrappate alla borsa. Il suo respiro è irregolare. Ogni volta che prendiamo una curva e i nostri fianchi si sfiorano per un secondo sul sedile di pelle, la sento irrigidirsi come se l'avessi bruciata con un tizzone ardente.

Non le dico una sola parola. Non ce n'è bisogno.

Fissa il vuoto, ma so esattamente a chi sta pensando per cercare di calmare i nervi. Sta pensando che stasera, o al massimo domani, vedrà lui. Il fratello maggiore dei nostri compagni di vacanza. Gigi, Venticinque anni. Il ragazzo a cui Anna muore dietro da estati intere, sbavando come una ragazzina.

È l'esatto opposto di me: fisico più asciutto, definito, una presenza che non ha bisogno di fare rumore per farsi notare. È bello, ma non di una bellezza dolce: è bello in modo arrogante. Mascella marcata, sguardo diretto che ti scava dentro, movimenti lenti e controllati. È il tipo che parla poco, osserva molto, e quando tocca qualcuno lo fa con una sicurezza fottuta e destabilizzante. Non è violento, ma è un dominante psicologico. E Anna impazzisce per quell'aura di controllo.

E poi ci sono le altre due. Sua sorella, Miriam, la nostra coetanea, una buona amica di entrambi. Lei è il tipo di bellezza che non chiede attenzione: è una calamita. Ha un fisico morbido ma armonioso, curve piene e naturali. Quando è distesa al sole sembra rilassata, quasi indifferente al mondo, ma c’è una consapevolezza letale nel modo in cui occupa lo spazio. Non provoca attivamente, è pura presenza. Pelle chiara che al sole si scalda, capelli scuri che le cadono sulle spalle in modo disordinato ma studiato, e un viso quasi innocente finché non ti guarda: quando apre gli occhi non sono teneri, sono diretti. Valutanti.

E infine, la sua migliore amica, Giusy, il nostro jolly estivo. Lei è energia pura. Corpo più compatto, seno evidente, postura aperta. Non ha l’aura silenziosa dell'altra: lei entra in una stanza e si sente. Spalle leggermente più robuste, vita segnata, movimenti rapidi e un sorriso malizioso perennemente stampato in faccia. È carnale, sfacciata, scherza troppo e sa leggere le tensioni prima di chiunque altro. Non è quella che desidererei in modo ossessivo, ma è quella che basterà usare per smuovere le dinamiche con uno sguardo.

Tutta questa gente ci aspetta. E Anna pensa di poter fare la sua solita sfilata di perfezione davanti a loro. Pensa di potersi far mettere le mani addosso da quel venticinquenne arrogante, come se niente fosse.

Ma la regola del gioco è appena cambiata. Mi pulsa nel cranio, velenosa e assoluta: Non ti cerco. Non ti voglio. Ma se guardi qualcun altro, Anna, io ti distruggo.

Io ho il braccio appoggiato al finestrino aperto, il vento che mi scompiglia i capelli, e la mente che proietta in loop l'immagine del suo occhio dilatato nel buio del corridoio. Il mio ego è alle stelle. Mi sento un fottuto dio. So che dietro quella finta indifferenza da "poser", lei non sta guardando il paesaggio: sta rivedendo la mia schiena sudata che si muove sopra la sua migliore amica, e la cosa la sta divorando viva.

Appena parcheggio nel vialetto della casa vacanze, Anna spalanca la portiera prima ancora che io spenga il motore.

Afferra il suo borsone e corre dentro casa, borbottando un "ciao" strozzato a nostra madre che ci viene incontro dal portico, e vola su per le scale di legno, diretta alla nostra vecchia stanza. Quando entro io, con calma, lasciando i bagagli sul letto, lei non c'è. Sento il rumore scrosciante dell'acqua nel minuscolo bagno in camera. Sta cercando di scappare, di lavarsi via l'umiliazione.

Inizio a disfare il mio borsone. Dopo dieci minuti l'acqua si ferma. Ho bisogno di una doccia anch'io, o quantomeno di sciacquarmi la faccia, e l'abitudine vince sul buonsenso. In questa casa le porte non si chiudono mai a chiave.

Abbasso la maniglia e spingo. "Cazzo, Anna, sbrigati che devo—"

Mi blocco sulla soglia.

La stanza è un cubo di vapore denso e bollente. Anna è in piedi davanti allo specchio appannato, i capelli scuri bagnati e appiccicati alle spalle. Ha appena fatto in tempo ad avvolgersi un asciugamano bianco intorno al corpo. La spugna è corta, precaria, e a malapena riesce a contenere le curve esplosive dei suoi seni e a coprirle il sedere.

Appena mi vede, si gira di scatto, sgranando gli occhi.

"Ma sei impazzito?! Esci fuori, cazzo!" urla, stringendo i lembi dell'asciugamano al petto con le mani tremanti.

Dovrei scusarmi. Dovrei chiudere la porta. Ma vederla così, esposta, bagnata e col fiato corto, cancella ogni mia intenzione civile. E poi, il pensiero di quel venticinquenne che la tocca mi fa salire un veleno indicibile in gola. L'arroganza prende il sopravvento. Invece di uscire, faccio un passo dentro e mi appoggio allo stipite della porta, incrociando le braccia.

"Rilassati, principessa. Pensavo avessi finito," le dico, passandomi la lingua sui denti. La guardo dall'alto in basso, senza fare il minimo sforzo per nascondere dove si posa il mio sguardo. La sua pelle ambrata è lucida di gocce d'acqua e arrossata dal calore. "Anche se... devo ammettere che la vista non è male. Per niente."

Anna avvampa. La vergogna cede istantaneamente il posto alla rabbia pura, cieca e violenta.

"Fai schifo!" sibila. Non ci pensa due volte: fa un passo avanti e alza la mano libera, scagliandomela contro la faccia con l'intento di spaccarmi il labbro.

Ma me l'aspettavo. Sono più veloce. Le afferro il polso a un millimetro dal mio zigomo, stringendo la presa. Lei reagisce d'istinto da belva ferita: con l'altra mano mi spintona il petto, costretta a mollare la presa sull'asciugamano.

La spugna cede. Le scivola giù di qualche centimetro, rivelando il solco profondo del seno e minacciando di cadere sul pavimento madido. Anna ansima, terrorizzata, e cerca di tirarlo su, ma io la blocco. Le afferro anche l'altro polso, spingendola senza alcuna delicatezza contro le piastrelle fredde del bagno, incastrandola nell'angolo stretto tra il lavandino e la doccia.

I nostri corpi si scontrano con violenza. Il mio petto vestito schiaccia il suo corpo bollente, bagnato e seminudo.

"Levami le mani di dosso, viscido pezzo di merda!" ringhia lei, dimenandosi contro di me. I suoi seni pesanti premono contro la mia maglietta a ogni respiro furioso, un attrito che mi manda il cervello in corto circuito. I suoi occhi neri mi sputano addosso un odio viscerale. "Sei un fottuto mostro! Ti scopi Alice alle mie spalle! Ti scopi la mia migliore amica come un animale in calore, la tratti come un pezzo di carne, e ora entri qui dentro a fare il viscido con me?!"

"Perché ti brucia così tanto, Anna?" le sussurro a un palmo dal viso, la voce bassa, ignorando i suoi calci a vuoto. "Perché ti fa così schifo?"

"Perché sei mio fratello, cazzo!" mi urla in faccia, la voce rotta da un rancore che va ben oltre la gelosia per l'amica. "E mi fai vomitare! Siete disgustosi! Siete sporchi!"

"Eppure ieri notte la pensavi diversamente," le ringhio contro, azzerando l'ultima distanza, sfiorando il suo naso con il mio. L'odore del suo bagnoschiuma dolce mi ubriaca, ma l'astio che ci scorre nelle vene è una droga ancora più forte. "Ti faccio così vomitare, eppure eri incollata alla porta della mia camera. Hai guardato ogni singolo fottuto secondo, Anna. Eri lì nel buio a sbavare, mentre io le facevo tutto quello che adesso vorresti ti facessi io."

"Taci!" strilla lei, girando il viso di scatto, ma la sento tremare da capo a piedi contro di me. "Taci, ti odio! Ti odio da morire!"

"Odiami quanto cazzo ti pare," le rispondo, premendo i fianchi contro i suoi, facendole sentire esattamente l'effetto che il suo corpo nudo ha su di me. "Ma non azzardarti mai più a fare la morale a me o ad Alice, quando sei la prima ad avere la testa piena di fottuti pensieri malati."

"Non voglio," le rispondo a un millimetro dalla bocca. "Tu mi odi, principessa. Ma il modo in cui stai tremando in questo momento... mi dice che mi odi esattamente quanto ti odio io."

Quelle parole la colpiscono come uno schiaffo. La verità è troppo vicina, troppo insopportabile.

Con un gemito di pura frustrazione, Anna raccoglie tutte le forze che le restano in corpo. Punta le mani bagnate contro il mio petto e si dà uno slancio all'indietro per divincolarsi dalla mia presa.

Ma il pavimento è un lago.

Il suo piede nudo calpesta l'asciugamano zuppo d'acqua. La spugna scivola sulle piastrelle lisce. È una frazione di secondo, un battito di ciglia in cui il tempo sembra congelarsi. Sento la sua presa scivolare via dalla mia maglietta. Cerco di afferrarla per un braccio, di tirarla a me, ma sono troppo lento.

Anna perde l'equilibrio. Cade all'indietro, e la nuca sbatte con un tonfo sordo, secco e terribile contro lo spigolo della mensola di marmo sotto lo specchio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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