Quando sentì che stava finalmente respirando un po’ più regolarmente, si fermò. La bottiglia ormai vuota a metà le restava accanto, ma Clara sapeva che non avrebbe trovato pace lì. Si trascinò verso la camera da letto, il corpo pesante, le gambe ancora tremanti. Si sdraiò sul letto, cercando di chiudere gli occhi, di distendersi e trovare sollievo. Ma tutto girava: il pavimento sembrava inclinato, il cuore continuava a martellare, e le mani le tremavano. La mente, pur stanca, non riusciva a fermarsi. Ogni immagine, ogni pensiero, ogni memoria della notte precedente continuava a tormentarla.
Il sonno sembrava impossibile e il tempo passava lentamente, il silenzio era assordante, e ogni ora trascorsa sola le ricordava quanto fosse vulnerabile, quanto avesse perso il controllo e quanto la sua mente fosse ormai intrappolata tra panico e disperazione.
La notte e il giorno si mescolavano nella sua mente in preda ai fumi dell’alcool che le bruciava lo stomaco, e il peso di ciò che aveva fatto sembrava schiacciarla completamente. Nessuna doccia, nessun respiro lento, nessun sorso d’alcool riusciva a liberarla. Restava solo la consapevolezza della sua colpa e della fragilità della propria anima, sospesa tra il panico e il rimorso, incapace di trovare tregua.
L’angoscia di Clara
La testa le girava, le mani tremavano, la gola era secca, e il cuore sembrava pronto a esplodere. Sentiva quasi la nausea dell’anima, quella consapevolezza acuta di aver superato un confine, di essersi smarrita, di essere completamente fuori controllo.
Cercava di parlare a se stessa, di trovare un appiglio, “Va tutto bene, respira, cerca di calmarti…”, ma le parole non avevano forza. Non riuscivano a placare il turbine di pensieri, di sensazioni, di colpe che continuavano a martellarla.
Con un gesto quasi automatico, quasi ubriaca dalla stanchezza e dall’ansia, si sedette sul letto e aprì il cassetto del comodino. Gli occhi sfiorarono i sonniferi rimasti, e con mani tremanti ne prese “qualcuno”. Li mise sulla lingua, li inghiottì con un mezzo bicchiere d’acqua, e sentì un leggero sollievo, come se una piccola tregua fosse possibile. Ma il sollievo era fragile, temporaneo. L’angoscia continuava a pulsare, lenta ma costante, come un’ombra che non la lasciava mai.
Si sdraiò di nuovo, la testa sul cuscino, cercando di chiudere gli occhi. Cercava di convincersi che le sarebbe bastato dormire per tornare quella di prima.
“Dormo, recupero, e stasera, quando Andrea torna, sarò come nuova!”, ma ogni parola si frantumava subito nella mente, sostituita da un pensiero più oscuro, più insistente, più doloroso. La realtà del suo comportamento, il senso di colpa, la paura di non essere più la stessa, continuavano a tormentarla.
Chiuse gli occhi e immaginò Andrea che sarebbe tornato. La sua voce, il suo sguardo tranquillo, il modo in cui la amava senza condizioni… eppure, quella immagine non riusciva a cancellare ciò che aveva fatto. E il pensiero di dover affrontare la realtà con Andrea la faceva stringere i denti.
Il letto le sembrava troppo grande, vuoto e freddo, mentre il cuore continuava a battere come un tamburo impazzito. Si sentiva piccola, fragile, persa. Cercava di respirare lentamente, di trovare un ritmo, ma ogni respiro riportava il ricordo di ciò che aveva fatto, della sua frenesia, della sua incapacità di fermarsi. Era sola con i propri sensi e con la propria mente, e la solitudine la inghiottiva come un abisso.
“Dormi… dormi… e stasera sarà diverso…” continuava a ripetere come un mantra, cercando di forzare il corpo e la mente a cedere. Ma il sonno non arrivava subito. Ogni ticchettio dell’orologio, ogni respiro del vento fuori dalla finestra, ogni piccolo rumore del palazzo sembrava amplificare l’angoscia. La mente correva, tornava indietro, avanti, oscillava tra rimorso e paura, tra desiderio di dimenticare e coscienza del danno fatto.
“Adesso… dormo… e stasera… tutto sarà come prima…” mormorava, “lui non mi vedrà diversa, forse solo un po’ stanca, ma non… non sospetterà… no, non sospettera!”
Ma la voce interna le rispondeva con il sordo rumore dell’angoscia: nulla sarebbe come prima. Il senso di colpa era lì, invisibile ma potente, e la paura del giudizio, di se stessa e di Andrea, continuava a stringerla.
Alla fine, tra sonno frammentato e respiro affannoso, Clara sentì i farmaci fare effetto. Il corpo si rilassò improvvisamente, forse troppo, i battiti rallentarono, forse troppo, e la mente cominciò a cedere alla stanchezza vagando leggera, persa tra i fumi dell’alcool e quel sonno chimico indotto.
Il pensiero fisso, l'ultimo ad abbandonarla, era sempre lo stesso: dormire, sopravvivere, ritrovare un po’ di forza, prepararsi a vivere con il rimorso e la paura, cercando di ricomporre la propria vita prima che Andrea tornasse.
Provò a restare ancora un po’ sveglia ma ormai le palpebre non rispondevano più ai suoi comandi. Ma anche mentre chiudeva gli occhi, il cuore non smetteva di battere, e la mente continuava a ricordarle, in ogni ombra, in ogni respiro, in ogni brivido residuo: nulla sarebbe più stato semplice.
Il ritorno di Andrea
Andrea entrò in casa alle sette, e subito percepì qualcosa di strano. Tutto era buio. La luce filtrava fioca dalle finestre non schermate dalle tende, ancora legate, la tv era spenta, nessun odore di cucina l'aveva accolto. Un silenzio pesante aleggiava in ogni stanza. Aveva chiamato Clara mezz’ora prima senza ricevere risposta, e un piccolo nodo di preoccupazione gli serpeggiava nello stomaco.
Percorse il corridoio a passo veloce e raggiunse la camera da letto. La porta era socchiusa, e un raggio di luce proveniente dall’esterno illuminava il letto. La trovò rannicchiata, con il cuscino stretto al petto, in posizione fetale. Un sorriso gli attraversò il volto: pensò che fosse crollata dal sonno, stanca e fragile per la sua assenza. E avvertì una stretta al cuore, una dolcezza improvvisa. E sorrise, pronto per svegliarla, e ricevere il suo abbraccio.
Avvicinandosi, allungò la mano per accarezzarle la guancia. Ma l’istante dopo, il sorriso gli morì sulle labbra: la pelle di Clara era gelida.
Il cuore gli si fermò per un attimo, mentre la consapevolezza lo travolgeva. Clara non respirava. Tutta la vitalità, la luce, l’amore che aveva conosciuto in lei, erano svaniti. Andrea si inginocchiò accanto a lei, tremante, incredulo, il mondo che sembrava collassare intorno a lui.
Provò a scuoterla ma quando le scostò la ciocca di capelli che le copriva il viso vide i suoi occhi ormai vitrei, che fissavano un punto che stava oltre la comprensione dei vivi. La bocca socchiusa, con un grumo di saliva mista a sangue che le incrostava il mento.
IAndrea stringeva le mani tra i capelli, incapace di credere, incapace di muoversi, incapace di fermare il dolore che lo travolgeva. E rimase lì, accanto al corpo immobile di Clara, consapevole che nulla avrebbe mai potuto restituirle la vita. Il suo amore, la loro quotidianità, tutto era svanito in un istante, lasciando solo un nero totale, un vuoto impossibile da colmare.
La donna che aveva amato incondizionatamente era scomparsa per sempre, sprofondata nel nero in cui era precipitata, e Andrea rimase solo, con il cuore spezzato e la disperazione assoluta.
Epilogo…
Clara aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita come una candela consumata dall’interno, una luce fioca e tremolante che non riusciva più a riscaldare se stessa né chi le stava vicino. Ogni giorno era stata una piccola rinuncia, una soppressione dei desideri, dei brividi, delle emozioni, fino a sentirsi quasi un’ombra di quello che era stata.
E poi, nelle ultime ore, tutto quel torpore si era trasformato in un incendio improvviso. Una vampa intensa, travolgente, che l’aveva attraversata dall’anima ai nervi, facendole sentire ogni battito, ogni respiro, ogni vibrazione del corpo e della mente. Era stata viva in modo totale, per la prima volta da anni, ma quell’intensità l’aveva consumata, bruciata completamente. Non c’era stata colpa, non c’era rimorso: solo la pienezza, feroce e dolorosa, di un’emozione che non le aveva lasciato scampo.
Era finita, sì. Ma in quella fine c’era anche la bellezza feroce di una donna che aveva saputo, per un breve lampo, accendere tutta se stessa e consumarsi fino in fondo. Forse in modo del tutto inconsapevole, perché era un'anima buona...
E forse resterà anche nella memoria di chi, qualche ora dopo, ricevette la notizia che gli sconvolse la vita. Sapendo che il ricordo di quella donna, da lui usata, abusata, e sfruttata in un momento di debolezza, lo avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni.
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