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Linda la nerd - La vendetta di Linda
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Racconto34 min di lettura

Linda la nerd - La vendetta di Linda

Breve continuazione del libro "Linda la nerd": Linda ha la sua vendetta sulla sua nemica Francesca, spingendola a diventare la sua schiava sessuale

William Kasanova
1 anno fa · 894 letture · 2

Sedendosi alla panchina della fermata guardò le macchine passare. Ma non le scorgeva nemmeno: l’unica cosa che vedeva era l’immagine di Tommaso che possedeva Linda, facendola gemere di piacere, il suo cazzo che scendeva nella sua fica, e ad ogni colpo bava e sborra affioravano dalle labbra della passera. Poi, quando la stronza era venuta gridando e giaceva stremata sul letto, lui usciva da lei, la scavalcava a destra e lì c’era lei, alta, bella, con le sue grosse tette, nuda nella sua magnificenza, la sua fica che aspettava solo di godere. Tommaso prima la baciava con passione, come aveva fatto quella mattina, poi le leccava le tette, quindi la penetrava. Si vedeva avvinghiata a lui, accanto alla stronza bionda, che ansimava ad ogni colpo, che gridava di piacere quando la faceva venire, Linda che le massaggiava i seni, che le accarezzava la lumachina mentre il cazzo del suo uomo la possedeva…

Francesca si ritrovò con i denti piantati in un labbro, le gambe strette per non ritrovarsi a spruzzare desiderio dalla sua passera nonostante indossasse i pantaloncini. Si rese conto che qualcuno, una vecchia con delle buste della spesa, la guardava con un’espressione strana dall’altra estremità della panchina. Si volse per salutarla con un cenno della testa, ma il movimento dei capezzoli sul tessuto della maglietta fu come strofinarli su una grattugia per il pane.

Il muso blu dell’autobus fece capolino all’angolo della strada, avanzando tra sbuffi e cigolii nella via. La vecchia lanciò uno sguardo disgustato a Francesca, come se si stesse chiedendo cosa avesse assunto o quale problema l’avesse colta, poi si alzò prendendo da una tasca la tessera dell’abbonamento della compagnia di trasporto pubblico, quindi raccolse le due buste bianche con il logo di un supermercato nei pressi.

Come l’anziana guardava Francesca con palese disprezzo, la ragazza osservava il mezzo avvicinarsi con ansia, nemmeno fosse stato guidato dal diavolo, venuto a strapparla dai suoi sogni e dalla felicità. Salire o tornare da quei due pervertiti, si chiese. Mantenere un’autostima e condurre una vita appena passabile, o diventare la loro schiava sessuale e godere come mai aveva potuto immaginare?

La vecchia la fissò con impazienza quando il pullman si fermò, si abbassò di un palmo con un sibilo e la porta automatica si aprì proprio davanti alla ragazza. Lei sentì le monete nella mano, sollevò un piede mettendolo sul predellino che era scivolato fuori da sotto il mezzo per agevolare la salita e con l’altra mano afferrò il corrimano. Poi si sentì stringere il cuore e mancare il fiato, come se, invece di salire una scala, stesse per gettarsi in un burrone. Ora anche il conducente aveva lo sguardo puntato su di lei, e non le fissava le tette, ma la guardava corrucciato, come se questo l’avesse spinta a fare un altro passo, poi un altro ancora ed infine salire sul pullman.

Lei lasciò il corrimano nemmeno si fosse accorta che era un viscido serpente, fece un passo indietro, quasi finendo addosso alla vecchia, e mormorando “no, scusate, no… io…” si voltò e fuggì nella via. La vecchia, alle sue spalle, sbottò qualcosa riguardo al fatto che quando era giovane lei non ci si comportava così villanamente, e probabilmente continuò per un buon paio di minuti lamentandosi della droga, della musica e dei videogiochi che rovinavano i giovani. Francesca, in una situazione differente, le avrebbe riso in faccia, mandandola al diavolo.

Ma Francesca non rispose perché la non sentì: nella sua mente rimbombava come il suono dei tamburi che davano il ritmo ai vogatori sulle galee la parola “presto, presto, presto”. Sentiva il vento sferzarle il viso mentre correva, rifacendo la strada che aveva già percorso due volte quella mattina, sia in una direzione, eccitata e decisa, che nell’altra, eccitata e confusa. Non avrebbe potuto dire se, durante la corsa, ai margini della strada, avesse visto una rapina, un elefante in equilibrio su una palla o degli alieni che facevano l’autostop davanti ad un ufo fumante e piantato per metà nel prato di un giardino: le uniche cose che vedeva erano un marciapiede senza fine davanti a lei e la casa del desiderio che doveva raggiungere entro… quanto? Avrebbe fatto ancora in tempo?

Giunse in vista della via laterale in cui sorgeva l’abitazione di Tommaso che ansimava ancora più di quando era impossibilitata a vedere e muoversi e Linda le aveva dato il migliore orgasmo della sua vita; il fegato, o il pancreas, o quel diavolo che c’era lì, le doleva come mai prima di allora. Afferrò con una mano il palo di un cartello stradale che imponeva lo stop in un incrocio, facendo cadere le monete che ancora stringeva nell’altra, e lo usò per curvare senza fermarsi e lanciarsi davanti al giardino. Solo allora si fermò di colpo, incespicando e rischiando di cadere, e tornò indietro di qualche passo, infilandosi nel vialetto in pietra.

La porta di casa si aprì e comparve Tommaso quando lei era ancora a metà del prato dall’erba rasata. Indossava i suoi pantaloni, ma era ancora a petto nudo. La guardò, con l’espressione di chi sapeva con certezza che sarebbe accaduto un evento, poi lanciò un’occhiata allo schermo del telefono che estrasse da una tasca dei jeans. Sollevò un sopracciglio. «Mhmm… sei in ritardo di un minuto,» constatò.

Francesca ebbe un tuffo al cuore a quelle parole. Il fegato, o qualsiasi cosa fosse, sembrò essere stato azzannato da un carnivoro.

Linda si avvicinò al fidanzato, sbucando da un lato della porta, cingendolo alla vita. La ragazza era ancora vestita solo con l’intimo color carne con i ricami pesca. Il viso era pulito, e Francesca non si sarebbe stupita nello scoprire che era stato Tommaso a nettarla con la lingua, tra un bacio e l’altro. L’espressione che le mostrò fu di delusione, ma poi sembrò accettare la situazione. «Va bene, dai. Da come sei sudata è evidente quanto lo vuoi fare. Ma devi pagare quel ritardo: voglio che ti inginocchi davanti al mio uomo e mi mostri come avresti voluto battermi alla finale della gara di pompini».

Tommaso la baciò sulla nuca. «Grazie, mia gioia,» le disse. «Ma non metto il cazzo nella bocca della prima che passa, anche perché ho la tua e il mio uccello ci sta come un pascià».

Questa volta fu Linda a protendersi verso di lui e ad appoggiare le labbra sull’angolo della sua mascella.

«Facciamo così, Francesca,» le disse. «Tu restituisci il favore a Linda e, giudicando i suoi gemiti di piacere, deciderò se vale la pena tirarlo fuori dalle mutande o telefonare a Vincenza o a Marianna. E comunque mi sembra di averti promesso che ti avrei leccato il buco del culo, e non voglio che si dica in giro che non mantengo la parola. Ovvio, se la cosa non ti dispiace», aggiunse con un sorriso discreto.

Linda annuì soddisfatta a quelle parole, si sciolse dall’abbraccio con Tommaso e si girò, incamminandosi verso l’interno della casa, sculettando visibilmente. Francesca non poté distogliere lo sguardo da quelle due chiappe che deformavano il tessuto delle mutandine, come se la stessero incitando a seguirla. Poi la biondina si voltò verso di lei e le fece un cenno con il capo. «Beh, andiamo»?

Francesca aveva capito che quella era una trappola, la vendetta di Linda per come l’aveva trattata per anni, e il suo ragazzo la stava aiutando, il tutto per trasformarla nella sua schiava sessuale, per strapparle l’autostima e renderla dipendente del loro amore. Probabilmente la scenetta sulla porta era stata provava e migliorata più volte, studiata fino all’ultima parola, fino all’ultima espressione del viso.

Ma lei voleva essere la loro schiava sessuale, voleva di nuovo godere come e più di quella mattina, e non avrebbe permesso a quelle troie di Vincenza e Marianna di rubare il suo posto nel letto di Linda e Tommaso.

Corse loro incontro, morendo dalla voglia di scoprire come fosse farsi leccare il culo e magari rivivere le emozioni che l’avevano travolta fino a pochi attimi prima.

Il ragazzo le diede una pacca su una chiappa quando le passò accanto. «Sono felice che tu voglia essere dei nostri, Francesca. Ti confesso che non vedo l’ora di scoprire che sapore tu abbia davanti e dietro,» le disse.

La ragazza riuscì a stento a trattenere le lacrime negli occhi, ma impedirsi di bagnare le mutandine fu una battaglia che non provò nemmeno a combattere.

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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