Marina, che ha intuito, si sposta ed io spingo Manlio sul letto, prima su un fianco, poi supino e mi abbasso su quell’enorme omaggio all’amore; comincio a baciarlo leggermente sul frenulo; infilo la punta della lingua nel meato, lo stuzzico e, visto che vibra di lussuria, ripeto spesso il gesto; poi sposto la lingua sulla cappella e la percorro tutta; non so dire quanto tempo mi ci vuole per accarezzare con la lingua tutto il sesso, dalla punta alla base, in tutti gli anfratti, in tutte le pieghette, lungo tutti i canalicoli; so però che lui regge alla grande, anche quando infine lo prendo in bocca e un fremito intenso di lussuria percorre tutto il suo corpo.
Mentre lecco l’asta delicatamente tutto intorno e dall’alto in basso, per tutta la superficie, la mia vulva palpita come impazzita disseminando umori vaginali per tutti i vestiti che ancora non ho dismesso e che in breve sono largamente bagnati; quando lo faccio entrare in bocca, l’orgasmo mi esplode violento e bagna persino il letto; quando, scivolando tra lingua e palato, percorre tutta la cavità fino all’ugola, gli orgasmi sono leggeri e successivi e determinano una continua colatura di umori lungo le cosce.
Quando infine, decisamente incosciente, lo affondo fin dentro l’esofago combattendo principi di soffocamento e conati di vomito, ho quasi la sensazione che l’utero si stacchi dal ventre e se ne vada per conto suo.
“Piccola incosciente, vuoi soffocarti? Non c’è bisogno di farlo entrare tanto, il piacere è enorme anche se mi succhi solo la punta.”
Lo guardo con rimprovero.
“Neanche una fellatio posso farti, a modo mio?”
“Scusami, è stata un’istintiva paura che ti facessi male; io voglio il tuo bene, non il tuo male.”
Marina interviene riprendendosi.
“Mi pare che di bene gliene fai parecchio, visto che mi avete messa nell’angolo e dimenticata.”
“Non è vero; il momento più bello è stato masturbarlo mentre era nel tuo retto!”
“Allora, ricambiami e fammelo succhiare mentre ti sfonda la vagina.”
Rimango interdetta; questa non me la aspettavo, ma è la conclusione più logica e, quindi, più giusta.
“Ti va di prenderti la tua donna?”
“Marina, mi spiace ma devi rinviare il tuo desiderio; stavolta voglio entrare nella vagina della mia donna guardandola negli occhi mentre lo facciamo, senza violenza, senza fretta; un altro giorno avrai tempo per leccarmelo mentre la possiedo.”
Non lo avrei mai ammesso ma ero disorientata; Manlio mi toglie delicatamente i vestiti, mi fa stendere supina e mi monta addosso, favorito dall’altezza che è quasi la stessa, fronte contro fronte, piedi contro piedi; con le mani appoggia delicatamente la cappella alla vulva ed io sento questo enorme bastone di carne penetrarmi delicatamente in vagina avanzando a piccole spinte che spostano il sesso di pochi centimetri, mentre il bacino, con la parte ossea e con quella muscolare, mi massaggia il pube e il ventre, sollecitando specialmente il clitoride stretto tra noi due.
Gli orgasmi si succedono agli orgasmi e non riesco a contarli finché arriva quello grosso, potente, che mi lascia senza fiato per un poco.
“Sei un gran figlio di troia, però. In tanti anni che mi possiedi, mai una volta l’hai fatto così.”
“Marina, su questa vulva ho consumato ettolitri di sperma, milioni di masturbazioni, anni di attese e di speranze; ora che posso sentirla mia, voglio darle l’amore che a tutte ho fatto provare ma che solo a lei devo dare tutto intero, voglio sentirmi completamente suo e voglio sentirla completamente mia. Questa penetrazione e quest’orgasmo non li dovrò dimenticare mai più e spero che neanche Wilma li possa dimenticare mai più.”
“Se riesce a dimenticare, è un mostro; questa è la più profonda, la più intensa, la più alta, la più nobile penetrazione che un sesso abbia realizzato in una vagina. Questo è quintessenza dell’amore.”
Non riesco neanche a pensare; sto affogando in un lago di miele profumato alla cannella con sentore di cioccolato; forse sono nell’Eden o, se ho sbagliato tutto, sono una delle uri del paradiso islamico. Sono in una nuvola, sono nell’amore puro. Sto aspettando solo che qualcosa succeda a riportarmi sulla terra. E quel qualcosa è l’orgasmo che mi stronca all’improvviso, quando la cappella è arrivata all’apice dell’utero e mi sbalza dal letto di una ventina di centimetri.
Nello stesso momento, spruzzi di sperma mi colpiscono il martoriato utero e, a ognuno che esplode dentro, corrisponde un nuovo orgasmo che mi squassa tutto il basso ventre.
“Dio che godimento, lo sento perfino io da qui lontano. Mi devi una petit mort, amore mio!”
Marina è al settimo cielo. Ancora non mi riprendo; dopo qualche istante apro gli occhi e, con aria fanciullesca, domando.
“Cos’è una petit mort?”
Marina è pronta a rispondere.
“E’ quello che stai attraversando. Ti senti resuscitata? Ecco, per i francesi un orgasmo bello, grande, intenso, definitivo è come una piccola morte perché ti fa perdere i sensi e poi ti fa svegliare in paradiso. Bene, ragazzi, la serata è stata intensa e meravigliosa; ma ora che vi siete ritrovati, è giusto che io tolga l’incomodo. Avete tante cose da dirvi e, spero, avete tantissime cose da farvi.
Per favore, pensate positivo e, credetemi, l’amore è migliore e più forte di qualsiasi altro valore, sentimento o emozione. Fare l’amore allunga la vita; e voi ne avete, di vita recuperare. Buonanotte e arrivederci presto.”
Non mi aspettavo un’uscita così affettuosa ed elegante di Marina; stranamente, ma solo per me, ho dimenticato tutte le colpe che il mio integralismo le attribuiva; ho persino fatto l’amore anche con lei, quasi; ma ci possiamo rifare; adesso sono con l’uomo che mi ama di più al mondo e che sto imparando ad amare con tutta me stessa come l’unico al mondo che posso amare.
Sono sempre disorientata, è una condizione che forse non abbandonerò mai, ma almeno di una cosa sono certa; voglio il membro di mio figlio, posso anche dirlo, per quest’ultima volta, e lo voglio sempre, dappertutto, comunque. Voglio che mi possieda in tutti i momenti, in tutti i buchi e anfratti, in tutti i modi che crede, anche i più assurdi. Lo voglio, e basta.
Mi accoccolo sul suo petto, a mani unite, col suo meraviglioso sesso che si struscia sul mio ventre, sopra le mie cosce; lo prendo in mano e me lo passo dovunque può arrivare; scivolo verso il basso e lo prendo in bocca; poi mi giro e mi pianto coll’ano sulla sua asta; lo voglio nel retto, adesso, anche se so che richiede preparazione.
Glielo dico apertamente; più o meno come gli avevo visto fare con Marina, mi sistema in modo che il mio ano, stando io rannicchiata in posizione fetale, gli si offra davanti alla bocca; divarica le natiche e la sua lingua comincia e lambire le pieghette.
Mentre mi lecca, borbotta.
“Che cosa vuoi fare domani? Io me ne starei anche volentieri a casa a copulare all’infinito.”
“Io invece vorrei ancora affrontare il rischio di quel riscatto famoso.”
“Ti rendi conto che, comunque vadano le cose, hai perso?”
“Perché?”
“Che cosa speri di ottenere?”
“La soddisfazione di rifare il percorso senza danni.”
“Cioè, tu torni semplicemente a farti possedere ancora e neppure dagli stessi.”
“Sì, ma dimostro che non ero stata io a sbagliare!”
”Primo quesito; a chi lo dimostri?”
“A me stessa.”
“Ma tu ti sei già assolta ampiamente con te stessa, anche se non è proprio vero che eri innocente. Chi sarebbe il colpevole?”
“Tuo padre, che mi ci ha portato e non mi ha saputo trattenere quando ho sbroccato.”
“Quindi, se domani ti ci porto io e tu sbrocchi, la colpa è mia!”
“Certo!”
“Perfetto! Ora tutto è chiaro. Ecco un ottimo motivo per non portarti da nessuna parte.”
“Ma guarda che non è necessario che mi ci porti tu; posso andarci anche da sola, basta il navigatore.”
“Sai che ci vuole la tessera e la prenotazione?”
“E tu come hai fatto?”
“Cavolo, ancora non l’hai capito che sono un’autorità, nel ramo.”
“Allora dirò che dovevo andare con te e non hai potuto.”
“Credi di poter raccontare fandonie a miei amici?”
“Senti, fatti gli affari tuoi. Io domani vado dove devo andare e tu te ne stai con le tue puttane!”
“Giuro che domani mi scoperò a sangue la più puttana di tutte, la farò finire all’ospedale e lei mi verrà ancora a cercare per farsi sbattere.”
Applaudo ironica.
La sera del sabato, alle 23, attivo il navigatore con l’indirizzo, indosso la mise che abbiamo scelto e parto. Ho saltato la cena e mangiato solo un tramezzino; alle 23, 30 arrivo sul posto, parcheggio e vado spedita all’ingresso.
