Quando fu la volta del culo, allargò le natiche fino a portare in primissimo piano il buco con tutte le pieghette frementi, le allargò con la dita e mostrò l’interno rosa; le lanciarono dei vibratori e con quelli si masturbò a lungo, in figa, in culo e contemporaneamente in tutti e due i fori; infilò sia in figa che nel culo anche due vibratori contemporaneamente; la regia sembrava estremamente soddisfatta dello spettacolo offerto.
Entrò poi il protagonista, il mandingo, un ragazzo di colore di almeno un metro e ottanta, spalle da armadio a più ante, muscoli segnati e cazzo di almeno venticinque centimetri, pendente sulle cosce; Elvira non mosse un muscolo, afferrò la bestia e cominciò una masturbazione che io sapevo letale; ma il tipo era del mestiere e accolse con serenità le manipolazioni di lei; quando accostò la bocca alla punta, le prese la testa e la premette a fare entrare la mazza tutta nella gola.
In condizioni normali, avrei tremato per l’incolumità della mia donna; a quel punto, decisi di spostare la mente altrove, esattamente nell’appartamento di Ines, tra le sue braccia e nel suo amore; giurai a me stesso che l’avrei scopata solo quando saremmo stati tutti e due ansiosi di farlo; non le avrei mai né proposto né imposto di fare alcunché che non nascesse dal desiderio di entrambi; sentii che mi innamoravo di lei e della sua dolcezza.
Per conseguenza, mi passò davanti agli occhi, come fotogrammi stantii dei tanti video porno che consumavamo quando eravamo a scopare, l’immagine di Elvira che masturbava il cazzo per la parte fuori della bocca mentre succhiava come un’idrovora quella, grossissima, che riusciva a mandare in gola; era solo una che faceva un pompino ad un supercazzo; quando lui la spinse sul letto e si mise a leccarle la figa strappandole gemiti di piacere, era solo la scena di un video di bassa categoria.
La stronza cercava in ogni modo di coinvolgermi, quanto glielo consentiva la tenuta scenica, urlando verso di me, allungando le braccia; nemmeno una vaga traccia di erezione appariva dal mio pantalone; la nausea mi soffocava; tornai a pensare a Ines e all’amore con sesso che le avrei dedicato da quel momento; quando Elvira si fece montare alla missionaria, ammirai il bastone enorme che le sfondava il ventre, sentii il dolore, vero, che provava la puttana e il piacere infinito successivo.
Ma non mi fece né caldo né freddo, neppure quando la fece girare, la mise a novanta gradi e le infilò la mazza fino a che i testicoli, grossi come albicocche, batterono sulla figa; urlò ancora, prima di scatenarsi nel piacere; ma non mi fecero né caldo né freddo né gli urli di dolore né quelli di piacere; la sbatté come un tappetino per un tempo infinito e lei ogni volta tornava ad ingoiare quanto più poteva la mazza in gola.
Venne il turno del culo, che il mandingo preparò con una lunghissima leccata; usò poi un gel assai efficace e le infilò in culo fino a quattro dita; temetti che facesse entrare tutta la mano e la devastasse; ma era cedevole e godeva; la mazza entrò nel retto senza esitazione, nonostante la violenza dell’inculata; diede il via ad una monta che a me apparve disumana ma per Elvira risultava di una dolcezza infinita, a giudicare dagli incitamenti che rivolgeva al mandingo, di sfondarla ancora.
Mi trovai a riflettere che quell’essere che si faceva straziare in tutti i buchi, in tutto il corpo, era la donna che viveva con me e che pretendeva, addirittura, di parlarmi d’amore; ormai ero cauterizzato ad ogni emozione e cacciai il pensiero triste; non riuscivo neppure ad eccitarmi; mi accorsi che lei, in un intervallo tra un’inculata e una scopata, mi fece segno con la mano di masturbarmi; le mostrai la patta liscia, senza emozione; per un attimo sembrò pentirsi di avere esagerato; riprese imperterrita.
Eravamo entrati nel teatro di posa alle dieci circa; all’una stavano ancora scopando e il nero non dava segno di cedimento; Elvira era malconcia, ma la sua tigna la teneva sul posto imperterrita; il regista, anche per i tempi sforati, dovette ordinare al nero di concludere; le chiese dove volesse la sborra, lei indicò il volto e dopo qualche secondo una pioggia di crema bianca le inondò viso, occhi, bocca, gote, fino ai capelli; lei si rilassò sorridendo felice; mi avviai all’auto.
Dovetti aspettare ancora una mezzora mentre lei si lavava la sborra dal corpo; poi la vidi arrivare che si trascinava perché aveva forzato tutti i muscoli; per evitare di ascoltarla, avevo già scelto una stazione radio con musica hard rock; accesi lo stereo appena entrò e misi il volume al massimo; accennò a toccare la manopola; le artigliai il braccio con violenza e con uno sguardo le imposi di stare ferma; si sedette in silenzio; colse un momento di intervallo per mormorare.
“E’ stata solo una bella scopata.”
Non la degnai di una sola sillaba per tutto il percorso fino al bar; appena parcheggiai davanti all’ingresso, lei si fiondò fuori per raccontare alle amiche le sue gesta; vidi in un angolo Ines immersa nei suoi libri; mi avvicinai, mi abbassai e le depositai un bacio leggero su una guancia; ‘adesso so che cosa significa amarti!’, le sussurrai; mi guardò con occhi da cocker; ‘è il momento?’ chiese; le feci cenno di sì; raccolse i libri, sistemò la borsa e si avviò; la precedetti e la feci salire in macchina.
Mi indicò il percorso e in dieci minuti fummo a casa sua; mi fece parcheggiare in uno spazio numerato, forse quello del suo appartamento, e mi precedette sulle scale; non ci eravamo scambiati una sola frase, ma la mano che cercò la sua per tutte le rampe disse quello che avrei voluto; quando varcammo la soglia, la fermai e la strinsi tra le braccia; non ebbi nemmeno voglia di baciarla, mi bastava sentirla viva contro di me; avvertivo quasi i battiti del cuore.
“Mi dai almeno un bacio o scivoli nel bigottismo opposto?”
La baciai e trovai il sapore imprevisto di una carne fresca, giovane, inesperta, quasi verginale; giocai con la lingua a percorrere la bocca e mi sembrava di scoprire, come quando ero adolescente, il sapore della saliva, degli umori, della passione, dell’amore; la abbracciavo forte e il seno quasi prepotente mi colpì il torace, sentii il ventre adattarsi al mio e inondarlo di calore, avvertii la durezza dell’osso pubblico e, finalmente, sentiti il cazzo indurirsi, farsi quasi prepotente; mi staccai.
“Ines, ho capito come e quanto ti amo; non voglio fare ancora l’amore con te; vorrei che ci arrivassimo insieme, al momento giusto; è ora di pranzo, andiamo a mangiare qualcosa?”
“Senti, amore mio, finalmente posso dirlo, proprio perché ti amo da sempre e perché capisco bene che ti sei rassegnato all’amore, ti avverto che non farai mai niente che non abbiamo deciso insieme; non accetterò di fare niente che non sia condiviso, anche se valesse il mio futuro; ti insegnerò a soffrire per amore e tu mi insegnerai a godere di quello fisico; vorrei sapere tutto quello che ti è capitato e che, evidentemente, ti ha fatto decidere; ma ho fame anch’io, e non soltanto di te come recitava una vecchia canzone; qui sotto c’è una taverna; forse un piatto possiamo concedercelo.”
“Ines, non sono uno studente squattrinato come voi; posso permettermi qualcosa di più; posso invitare a pranzo la donna che amo?”
“A patto che non lo intenda come pagamento dell’amore che poi ti darà con tutta se stessa.”
“Quella sarà un partita di giro; riceverai per quanto darai ed io farò lo stesso.”
Squillò il telefonino; Elvira chiese dove fossi finito.
“Eri stata avvertita, hai fatto traboccare la misura; io evaporo dalla tua vita.”
“Per una scopata?”
“Per slealtà contro di me; comunque, lo sapevi.”
“Non possiamo parlarne?”
“Non credo che il mio amore accetterebbe serenamente che cercassi di ricucire con te … “
“Sei già con un’altra?”
“E’ da mesi che le appartengo; oggi tu mi ha indotto a renderlo ufficiale.”
“Passerai da casa a ritirare almeno le tue cose?”
“Ero evaporato già da mesi; solo la tua presunzione ti ha impedito di accorgertene; non c’è più niente di mio nella tua casa; da mesi, tutto è stato trasferito nel portabagagli ed è stato sempre con me. Addio.”
Chiusi la comunicazione e innescai il rifiuto di chiamata.
“Quindi, davvero è da mesi che pensavi ad oggi?”
“Si; ora che ti racconterò, capirai come mi sono deciso e quanto ho imparato prima di decidere … “
“Per esempio?”
“Che ti amo, ma che voglio fare l’amore con te, non scopare o sbatterti; che voglio esserti leale e sincero e che mi aspetto lo stesso da te, che non voglio una storia a termine, vorrei che sognassimo con i ‘sempre’ e con i ‘mai’; sogno troppo?”
“Non lo so se è troppo; certamente è esattamente il mio stesso sogno; dopo pranzo, a casa nostra, ora possiamo dirlo, sapremo cosa ne pensano anche i nostri sessi; la chimica tra noi non è assicurata.”
“Stai dicendo che l’unico bacio non ha ancora dato indicazioni?”
“Beh, quelle sono ancora nelle mie mutandine; non le ho cambiate … “
“Allora, c’è chimica e noi la coltiveremo.”
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