Dopo una decina di giorni, nel corso dei quali mio figlio mi indirizzò sguardi famelici, dovendo accontentarsi di carezze, baci profondi, palpamenti, abbracci appassionati, una notte, certa che fosse abbastanza carico, da potermi appagare la bocca, e quasi al limite, e vedendo la sua tensione desiderante protendersi languidamente verso di me, lo iniziai al sessantanove, del quale mi fu immensamente grato. Dopo aver scambiato lunghe, tenere, dolci, e per lui anche gustose attenzioni preliminari, nelle quali mi adorò leccandomi e sugandomi l’ano e l’introito vaginale, lo facemmo come deve essere fatto: la femmina sopra e il maschio sotto di lei. Avevo la vulva tutta impregnata di muco vaginale, che era colato fino all’ano, ed egli aveva le labbra e la bocca tutte impregnate del mio odore. Ci ponemmo in posizione e, senza urgenza, mentre mio figlio mi sollecitava la vagina con un fallo di lattice lentamente, io gli praticavo un meraviglioso bocchino fondo, fatto molto di gola, ma con tanta dolcezza. Mentre gli palpavo le palle o il sedere, mentre gli carezzavo le cosce, glielo sbocchinavo lentamente, perché nella mia bocca avida egli durasse il più a lungo possibile, e perché volevo portarlo ad un orgasmo esplosivo e intensamente gemente, che feci avvenire nella mia gola, affogata della sua calda sborra, poco dopo che egli mi fece godere nella vagina, facendomi gemere il mio orgasmo mentre gli tenevo il glande in bocca. Restammo così per un po’ di tempo. Io con la bocca colma del suo fallo, e lui a sugare il mio muco vaginale, che proseguiva ad uscire e colare ininterrottamente.
Qualche notte dopo, ebbra di lui, gli chiesi di lubrificarmi l’ano e di sfondarmelo con un fallo di lattice, mentre io mi godevo il suo splendido frutto che, anche se non carico, con la sua meravigliosa turgidezza mi colmava la bocca e mi entrava in gola.
Subito dopo quella notte ebbi il mestruo. Ma trascorsi quei giorni, mi fu chiaro che la fantasia erotica prevalente di mio figlio era una fantasia di tipo orale-gustativo, perché con frequenza egli veniva a cercarmi e a sollecitarmi l’ano e l’introito della vagina con la lingua. Mio figlio adorava leccarmi e sugarmi, impregnarsi la bocca del mio fluido vaginale, ed io gioivo intensamente delle sue attenzioni di figlio-amante e di maschio-adorante.
Vedendo questa sua attitudine erotica, adottai l’abitudine di stare in casa senza le mutandine. Da quando avevo iniziato ad avere fantasie erotiche su mio figlio, in casa avevo adottato l’abitudine di indossare solo gonne, e solo quelle che non mi coprissero tutta la coscia. C’era una parte di me, la parte selvaggia, primitiva, arcaica, mitica, che voleva provocarlo per farlo mio ed averlo dentro. Mentre il mio Io razionale, pseudomorale, la parte insana di me, la parte antivitale, inautentica, mi diceva che no, non dovevo permettermelo.
Mentre attendevo che egli ridivenisse carico e fulgido per me e la mia bocca, un pomeriggio Zenzero, dopo avermi baciata teneramente, con un’espressione incantata, mi disse sottovoce: “Patrizia… desidero tanto vedertelo fare.”. Mio figlio si indirizzava così a me. Avevo stabilito io questo tipo di relazione con lui fin da quando era stato un fanciullo. Pur avendogli somministrato una disciplina morale, e pur essendo stata una madre tutt’altro che permissiva; pur avendogli fatto provare, fin dal suo terzo anno, la mia fermezza e la mia autorità, avevo desiderato che mio figlio mi sentisse a lui vicina, che egli avesse confidenza con me, e che sentisse di poter godere della mia complicità, se lo avesse desiderato. Quando mi indirizzò quella frase, seppi istantaneamente ciò a cui si riferiva. Egli desiderava che gli sbocchinassi il fallo, standogli di fronte. Desiderava guardarmi mentre gli praticavo l’atto di adorazione con la bocca e la gola. Desiderava godere dell’espressione del mio viso mentre gli praticavo un delizioso bocchino. Egli sapeva quanto intensamente praticargli quell’atto mi eccitasse, e sapeva quanto intensamente mi piacesse farlo. Zenzero sapeva che adoravo il fallo, e sapeva che prenderglielo in bocca e farlo godere in quel modo mi travolgeva. Per me era sempre stato così, fin dalla preadolescenza, quando, 12enne, avevo iniziato a sbocchinare il fallo di mio fratello 17enne. Egli me l’aveva offerto, ed io gli ero stata grata per questo. Fin da allora, sbocchinare era stata per me un’esperienza di esaltazione.
Quella notte, per mio figlio, la mia bocca avida fu un’esperienza molto speciale. Lo eccitai intensamente e lo feci durare a lungo. Gli leccai l’orifizio anale. Gli presi in bocca le palle. Gli feci roteare la lingua intorno al glande. Gli insalivai il fallo abbondantemente. Glielo massaggiai con i seni. Me lo strusciai sulle guance, sulle labbra. Gustai con la lingua una ininterrotta colata di muco. Per gran parte del tempo, gli praticai un bocchino suadente, adottando lo stile della femmina giapponese. Glielo sbocchinai dolcemente, teneramente, delicatamente, lentamente, offrendogli con frequenza il mio sguardo, le mie carezze, i miei baci, il mio sorriso. Mio figlio mi ricambiava l’amore con cui lo nutrivo con i suoi ansiti, con i suoi mugolii, con le sue espressioni verbali di adorazione, carezzandomi le guance, carezzandomi il capo, baciandomi le mani, leccandomele. Lo portai così ad un livello di tensione tale, che egli ebbe un mutamento di vibrazione: con i palmi delle mani mi forzò a prenderlo in gola. Atto dal quale mi ero intenzionalmente astenuta, perché era tempo che Zenzero iniziasse ad adoperare su di me la fermezza dell’atto erotico maschile, a cui ogni femmina adora di essere sottoposta. Era tempo che mio figlio iniziasse ad assumere nei miei riguardi, a letto con me, atteggiamenti dominatorii. Era tempo che egli sentisse nella sua intimità che io ero la sua puttana, la sua madre-puttana.
Vedermi nell’atto di sbocchinargli il fallo fu per lui un’esperienza emotiva profonda. Come lo era stato per mio fratello 17enne. Vedere la mia adorazione emanare dal mio viso, dal mio sguardo, dal mio sorriso, dallo stile con cui gli praticavo l’atto erotico gli provocò un mutamento di stato. Sapevo che quello era per me un atto di adorazione, ma egli non mi aveva veduta praticargli quell’atto prima di quella notte. Non si limitò a premermi il capo, perché gli praticassi un bocchino fondo, di gola, ma alternò questo atteggiamento ad una serie di spinte pelviche nella mia bocca. Facendo oscillare il bacino, mi faceva scorrere il fallo in bocca fino alla gola, mentre mi teneva il capo per le chiome con maschia fermezza. Gli feci avere un orgasmo esplosivo, e il suo frutto meraviglioso mi colmò la bocca di calda deliziosa sborra di giovane maschio adorante.
Mentre mi addentravo nella relazione erotica con mio figlio, notai che non fu più possibile guardare i suoi coetanei con il medesimo sguardo di prima. Prima che Zenzero divenisse il mio amante, non era mai avvenuto che i suoi coetanei mi provocassero una reazione erotica psicofisica. C’erano alcuni miei studenti di quinta liceo, alla cui presenza, alla cui vicinanza, come nel caso di una prova alla cattedra, la mia vagina reagiva e lubrificava lievemente. Fui tentata di andare a scuola senza le mutandine e di provocarli con il mio odore. Ma era una fantasia la cui realizzazione avrebbe avuto un prezzo che non ero disposta a sopportare. Così desistetti.
L’iniziazione di mio figlio all’eros materno era giunta quasi a metà. Gli mancavano il coito in vagina e la penetrazione anale. Prima che gli facessi provare queste mie zone erogene, egli mi manifestò tutta la sua possessività. Mi disse che ora ero sua, e che, quando ero fuori casa, dovevo esercitare maggiore controllo sui miei comportamenti. Ma io ero già una femmina supercontrollata. Comunque la cosa mi fece piacere. Vedere, sentire la sua possessività su di me mi gratificava intensamente.
Mentre si addentrava nella relazione erotica con me, mio figlio divenne ancora più dolce, più tenero, più attento, più premuroso, più romantico; e divenne anche più fantasioso, sia a letto sia fuori dal letto.
Godersi il mio eros anale fu per lui un’esperienza travolgente. Dopo essere entrato con il fallo, avrebbe voluto entrare anche con la lingua; e lo avrebbe fatto, se avesse potuto. Non potendo, indugiava a lungo a leccarmi il più addentro che gli fosse possibile. Mi dilatava l’ano con le dita e mi introduceva la lingua, facendola roteare. L’uso della lingua sul mio corpo era uno dei modi che egli aveva di farmi sentire adorata. L’altro era quando assumeva quell’espressione di incanto, e restava in silenzio a guardarmi negli occhii da molto vicino, con il viso sospeso sul mio, come a sondare un abisso, o un mistero impenetrabile. Come se il suo sguardo fosse sospeso sul viso di una Dea, per tentare di intuire come poterla amare di più. Nella relazione erotica con mio figlio ebbi questa sensazione, come che egli avesse l’immagine di non potermi raggiungere; come se egli avesse l’immagine di non potermi colmare; come se egli avesse l’immagine che l’amore che mi offriva non fosse abbastanza.
