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Erotika
Stuprata Dai Pirati · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 19 min di lettura

costretta a guardare mentre le scopano

Lucrezia è costretta a guardare gli abusi ai danni delle sue domestiche.

Alessia
5 mesi fa · 1.8k letture · 4

«Guarda! Guarda bene!» mi ordinò il gigante, afferrandomi i capelli e costringendo la mia testa verso la scena. «Questa è la tua sorte!»

Maria fu presa da due uomini contemporaneamente. Uno si sdraiò sulla schiena, la costrinse a cavalcarlo, piantandole il cazzo nella fica già bagnata dal terrore e dal sudore. L'altro, un tipo massiccio con una pancia da birraio, si posizionò dietro di lei, le divaricò le chiappe e, senza alcuna preparazione, le infilò il cazzo duro nel culo. L'urlo di Maria fu così acuto da farsi sentire attraverso il bavaglio. Entrambi iniziarono a muoversi, uno spingendo da sotto, l'altro bombardandola da dietro. Il suo corpo, piccolo e fragile, era schiacciato tra le due masse muscolose che la usavano come un oggetto, un foro da riempire.

Io sono costretta a guardarle. Ogni singolo istante è un'agonia che si stampa nella mia mente. Il corpo di Dorita sbatte contro il legno sporco, il suo viso è una maschera di dolore puro. Il suo stupratore le stringe i seni piccoli con una forza tale da lasciare il segno, le pizzica i capezzoli fino a farli diventare viola. Lui gode, il suo volto è contorto in un ghigno di puro piacere bestiale. Si gode la sua potenza, la sua violenza.

Maria è un burattino scaraventato avanti e indietro. I due uomini la riempiono da entrambi i lati, i loro movimenti sono sincronizzati, una danza macabra che la sta distruggendo. Le sue gambe, le sue braccia, la sua schiena, tutto il suo corpo è un solo muscolo teso al massimo, una corda pronta a spezzarsi. Le sue lacrime, il suo sudore, la sua bava, tutto si mescola in una melma di disperazione.

«Bella, eh?» mi sussurra il gigante accanto a me, il suo cazzo è un ceppo duro che preme contro la mia guancia attraverso i suoi pantaloni. «Vedrai che anche tu avrai il tuo turno. Il Capitano vuole che tu sia intatta... per ora. Ma non può negarci per sempre un pezzo di carne così succulento.»

La sua mano callosa scende lungo la mia schiena, mi accarezza il fondoschiena rotondo e compatto, stringendolo con una violenza che mi fa male. Mi sento impotente, umiliata. Ma sotto il livido della paura, una fiamma diversa sta iniziando a bruciare. Non è desiderio. È furia. È un freddo calcolo che prende forma. Vedo i loro volti, sento i loro gemiti di piacere. Imparo i loro punti deboli. La loro lussuria è la loro più grande debolezza. Un'arma che posso usare.

Un altro dei pirati si stacca dal gruppo, non soddisfatto. Si avvicina a Dorita, le sfila il bavaglio con un tiro secco. La ragazza emette un lamento straziante, ma prima che possa urlare, l'uomo si accovaccia e le afferra il viso, spingendole il cazzo in bocca fino a farla soffocare. «Succhialo, puttana!» le ordina, tenendole la testa ferma con entrambe le mani. Il cazzo di quello che la sta scopando dalla fica si bagna ancora di più, forse eccitato dalla vista. Dorita si dimena, cerca di respirare, ma è inutile. La usano come un oggetto, un foro da riempire, un corpo da possedere.

Il gigante accanto a me ride, un suono rauco e disgustoso. «Guarda che brave. Stanno imparando il loro posto.» La sua mano mi stringe ancora più forte il culo, poi sale lungo la mia schiena, fino alla nuca. Mi costringe a guardare ancora più da vicino. «Vuoi un assaggio, principessa? Vuoi sentire che sapore ha una vera fica, dopo aver avuto solo i vizzi di qualche duca decrepito?»

Sento il mio cuore battere all'impazzata, non di paura, ma di rabbia. L'adrenalina scorre nelle mie vene come il veleno. Vedo il corpo di Maria, usata e sfruttata, sento i suoi lamenti soffocati che mi trafiggono l'anima come spilli roventi. Ogni suo singhiozzo, ogni suo gemito di dolore, è una spinta che mi spinge oltre il punto di rottura. Ogni sguardo lussurioso, ogni risata sguaiata, ogni insulto, è una pietra che costruisce la mia fortezza interiore. Sto per spezzarmi, ma in un modo diverso da quello che pensano. Sto per trasformare questa umiliazione in carburante. Sto per diventare ciò che non hanno mai immaginato. E mentre guardo le mie povere domestiche essere distrutte, sento nascere in me una determinazione così feroce da spaventare persino me stessa.

Il gigante si allontanò da me, convinto che la mia volontà fosse spezzata, che il mio spirito fosse già morto, ucciso dallo spettacolo della violenza. Si unì alla mischia, ridendo mentre afferrava Dorita per i fianchi, tirandola via dal suo compagno e ribaltandola a pancia in giù. Senza la minima esitazione, le divaricò le natiche con le mani callose e le infilò il suo cazzo massiccio nel culo. L'urlo di Dorita non fu più umano, era il grido di un animale sgozzato.

Maria non ebbe tregua. Mentre un uomo la scopava ancora nella fica, un altro le si mise in ginocchio davanti, le strappò il bavaglio e le ficcò il cazzo in gola così a fondo che il vomito le risalì, mescolandosi con le lacrime e il sudore. Il terzo la stava picchiando, schiaffeggiandola sui seni piccoli e sul culo, godendo del suono delle sue mani sulla sua pelle viva e del modo in cui il suo corpo tremava ad ogni colpo.

Erano un'unica massa di corpi sudati, un turbine di violenza e lussuria. Le loro risate si mescolavano ai lamenti soffocati delle ragazze, agli schiaffi umidi della carne contro la carne. Il mio mondo si ridusse a quello spettacolo orribile, un'orgia di dolore e piacere distorto.

Il gigante, con un movimento brusco, estrasse il cazzo dal culo di Dorita e lo spinse nella fica. Si godeva il suo potere, la sua capacità di distruggere, di possedere. «Guarda che fica, ragazzi!» gridò, il suo ghigno un'orribile maschera di trionfo. «Questo è il modo in cui si fotte una donna!»

Vedevo tutto con una chiarezza terrificante. O singola vena sul cazzo dei miei carcerieri, ogni singolo muscolo che si contraeva sui corpi delle mie povere domestiche, ogni goccia di sudore che scendeva lungo le loro fronti. L'odore di sperma, di sangue e di paura era così denso da poterlo quasi masticare. E in quel momento, qualcosa si spezzò dentro di me. Non fu la paura. Fu la rabbia. Una rabbia fredda, pura, così potente da farmi dimenticare chi stessi, dove fossi, cosa stessi rischiando. Vidi le facce di Maria e Dorita, contorte dal dolore, e vidi il futuro che mi aspettava se non avessi agito.

Mi mossi.

Senza un suono, senza un respiro, mi alzai di scatto. L'adrenalina era un fuoco che mi scorreva nelle vene, bruciando via ogni paura. I miei occhi, fissi su un pezzo di legno scheggiato appoggiato contro una cassa, brillavano di una luce nuova. Era un'asse, forse parte di una cassa rotta, spessa e pesante, con uno spigolo affilato. L'afferrai con entrambe le mani, il legno ruvido contro le mie palme. Sentii il suo peso, la sua promessa di violenza.

Con un urlo che non era mio, un suono primordiale che sgorgò dalle viscere della mia disperazione, mi lanciai in avanti. Il primo passo fu incerto, il secondo sicuro. Il gigante era di spalle, concentrato a distruggere Dorita, il suo culo nudo e sudato che si muoveva al ritmo delle sue penetrazioni violente. Lo colpii con tutte le mie forze.

L'asse si infranse sulla sua testa con un suono sordo, terrificante. Legno contro ossa. Il gigante si bloccò, il suo corpo rigido per un istante. Poi si accasciò lentamente, come un albero abbattuto, crollando addosso a Dorita, che emise un gemito soffocato dal suo peso. Un fiume di sangue scuro iniziò a scorrere dal suo cranio, mescolandosi con la sporcizia del pavimento.

Per un istante, ci fu il silenzio.

Poi, il caos.

Gli altri quattro si voltarono, i loro volti contorti dalla sorpresa e da una rabbia improvvisa. I loro giochi erano stati interrotti. La loro preda si era ribellata.

«La troia!» ringhiò uno, quello che stava scopando Maria. Estrasse il cazzo dalla fica della ragazza con un movimento rapido e si lanciò verso di me.

Ero sola, con un pezzo di legno in mano, contro quattro lupi arrabbiati.

Mi spinsi indietro, cercando di guadagnare un secondo, un attimo. Il primo mi raggiunse, la sua mano callosa si tese per afferrarmi la gola. Lo schivai di lato, il suo corpo mi sfiorò, e gli infilai lo spigolo dell'asse nella costola. Sentii il colpo, un tonfo sordo, e il suo gemito di dolore. Ma non si fermò. Si girò, il suo volto una maschera di furia, e mi colpì con un pugno allo stomaco.

L'aria mi uscì dai polmoni in un sibilo. Caddi in ginocchio, il legno mi sfuggì di mano. Vidi i suoi stivali avvicinarsi, sentii l'odore del suo sudore e del suo cazzo ancora duro. Poi un'altra ombra si abbassò su di me. Erano in due.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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