Il silenzio dopo era una cosa fisica, posata sul letto sfatto come un lenzuolo bagnato. Lucia fissava il soffitto, le cosce ancora aperte, il respiro che le usciva a strappi. Accanto a lei Marco non si muoveva, un braccio abbandonato sul materasso, gli occhi sbarrati verso la finestra buia. Nessuno dei due trovava una parola, e forse era meglio così, perché qualsiasi parola avrebbe avuto il sapore di una condanna.
Fu Lucia a rompere quel silenzio, con un pianto che le salì dal petto senza preavviso, un singhiozzo strozzato che le scosse le spalle. «Vattene» supplicò, la voce rotta. «Ti prego, Marco. Vattene.»
Lui si alzò in fretta, come se quelle parole lo avessero scottato. Si infilò i pantaloni con movimenti impacciati, la cintura che gli sfuggiva dalle dita, la camicia che non riusciva ad abbottonare dritta. Mentre si chinava a raccogliere le scarpe, le candele sul comò tremolarono per lo spostamento d'aria, e per un attimo la stanza parve piena di ombre che correvano sulle pareti. Sulla porta si voltò, un ultimo sguardo a sua sorella, distesa nuda tra le lenzuola in disordine, il viso rigato di lacrime. Poi se ne andò, e il rumore della porta che si chiudeva fu quasi un sollievo.
Lucia rimase immobile ancora a lungo. Alla fine si alzò, le gambe malferme, e attraversò la stanza fino allo specchio dell'armadio. Si guardò: cinquantatré anni, il corpo che la gravità aveva cominciato a tirare verso il basso, i seni pesanti, la pancia morbida. E tra le cosce, il seme di suo fratello che le colava ancora, lento, lungo l'interno della gamba. Si sentiva sbagliata, marcia dentro, una donna che aveva infranto la legge più antica del sangue. Ma subito dopo, come un riflesso, arrivò la giustificazione: l'aveva fatto per il rito. La cartomante era stata chiara: per scacciare la negatività serviva un atto estremo, un sacrificio che rompesse il cerchio. E lei aveva obbedito.
I giorni passarono. Il rito, doveva ammetterlo, sembrava aver funzionato: il negozio andava bene, Davide aveva smesso di lamentarsi per ogni cosa, perfino il gatto randagio che da mesi rovinava le aiuole era sparito. Tutto le andava per il verso giusto. Ma c'era qualcos'altro, adesso, che le martellava in testa senza tregua. Pensava a Marco. Ai suoi pettorali, a come si erano tesi sotto le sue dita. Al suo cazzo, enorme, che l'aveva martellata sul letto fino a farle dimenticare il proprio nome, donandole un piacere unico, una cosa che Davide non le aveva mai dato in venticinque anni di matrimonio. Nemmeno lontanamente.
Cercava di scacciare quei pensieri. Si imponeva di pensare alla spesa, alle bollette, alla messa della domenica. Ma la notte, nel buio della camera, il corpo le tradiva la mente: le mani scivolavano sotto le coperte, e l'immagine di Marco tornava, implacabile, a farla venire in silenzio con il viso affondato nel cuscino.
Passò un mese e più. E quando Davide le disse, una sera di dicembre, che aveva invitato Marco a pranzo per Natale, Lucia sentì il cuore fermarsi e poi ripartire a una velocità insensata. Era sconcertata, spaventata, ma sotto sotto, in un angolo buio che non voleva guardare, era felice. Felice di rivederlo.
Quel giorno, quando Marco arrivò con una bottiglia di spumante in mano e un sorriso tirato, l'imbarazzo tra loro era palpabile, una cosa densa che riempiva l'ingresso. Lucia era timida, impacciata, le guance già calde. Indossava una tuta elegante di ciniglia rossa, morbida, e sotto non portava niente. Le tette cadenti le dondolavano dentro la felpa a ogni movimento, e le ciabatte rosse con i tacchi altissimi la costringevano a un'andatura incerta, ondeggiante. Ogni passo era una piccola esibizione involontaria, e Marco la osservava, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, seguendo il dondolio di quei seni che un mese prima aveva succhiato senza ritegno.
A tavola Lucia teneva le gambe accavallate, lo sguardo basso sul piatto. Poi lo sentì: il piede di Marco che le intrappolava la caviglia, la tirava piano contro la sua gamba sotto il tavolo. Lei arrossì fino alle orecchie, il cuore impazzito. Davide parlava del più e del meno, ignaro, mentre sotto la tovaglia il piede di Marco risaliva piano lungo il polpaccio. Lucia non riuscì più a stare ferma. Balbettò una scusa e si alzò, rifugiandosi in bagno.
Chiuse la porta e si appoggiò al lavandino, il respiro corto. Non passarono nemmeno due minuti che la maniglia si abbassò. Marco entrò, chiuse a chiave, e lei indietreggiò fino a toccare la parete.
«Sei pazzo» sibilò, arrabbiatissima e imbarazzata, la voce che le tremava. «Esci. Ti prego, esci subito.»
Ma lui le fu addosso in un attimo, le prese il viso tra le mani e la baciò. Un bacio duro, affamato, che le tolse il fiato e ogni residuo di resistenza. Lucia si lasciò andare completamente, le braccia che gli cingevano il collo, la lingua che rispondeva alla sua. Marco le aprì la felpa, denudandole i seni cadenti, e chinò la testa a prenderle un capezzolo tra le labbra. Lei ansimò sotto voce, la testa rovesciata all'indietro, mentre le sue dita cercavano la cintura di lui, la slacciavano, tiravano fuori dai pantaloni l'enorme cazzo già grosso e duro.
Si voltò, appoggiò le mani al bordo del lavandino, e Marco le sollevò la tuta sui fianchi. La penetrò in un colpo solo, e Lucia urlò senza voce, la bocca spalancata in un grido muto che morì contro lo specchio appannato. Marco la scopava con una violenza inaudita, in silenzio, i denti stretti, le mani piantate sui suoi fianchi. Ogni colpo la spingeva contro il lavandino, e lei doveva mordersi un braccio per non gridare, gli occhi che si riempivano di lacrime per lo sforzo di tacere.
Nel silenzio della casa si sentiva solo il rumore dei piatti in cucina, e il respiro trattenuto di due corpi che si cercavano con furia. Lucia venne per prima, un orgasmo che le partì dal basso ventre e le salì su come una scossa, facendola tremare tutta. Marco la seguì pochi secondi dopo, affondandosi in lei fino in fondo, il viso premuto contro la sua nuca, un gemito soffocato tra i denti,il suo cazzo svuoto dentro di lei tanti troppi spermatozoi,fino a farla completamente esplodere fi piacere mentre sottovoce invocava il suo nome come una preghiera.
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Sono un uomo di 45anni, per la prima volta scrivo racconti erotici inerenti l incesto tra fratello e sorella,i miei racconti sono romanzati ma non sono del tutto finzione,nel 2020 tra me e mia sorella maggiore che ha 53anni si e instaurato un legame speciale. Mi farebbe piacere parlare in privato con chi ha avuto esperienze simili alle mie.
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