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Erotika
Chiodo Schiaccia Chiodo · Cap. 1 — Scopata a crudo, sudore e un culo perfetto da sfondare
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Scopata a crudo, sudore e un culo perfetto da sfondare

Un incontro notturno inaspettato si trasforma in uno sfogo carnale e disperato per tentare di zittire i fantasmi di una relazione finita. Tra corpi sudati, sesso senza filtri e una trasgressione finale, la ricerca di un oblio temporaneo e viscerale nel corpo formoso di una vecchia amica.

Giovy22
3 mesi fa · 5.672 parole · 25 min
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Ancora con il fiato corto, mi scappò da ridere e feci scivolare di nuovo una mano sul suo fondoschiena, dandole una leggera pacca. «Cazzo, questo culo è illegale,» scherzai, con la voce impastata.

Lei si sollevò su un gomito, i capelli neri e sudati appiccicati al viso. Mi lanciò un'occhiata che era un mix di sfida e pura lussuria. «Guarda che io da dietro l'ho già fatto,» disse, con una calma disarmante. «Se vuoi... possiamo provare.»

La fissai. In altre circostanze sarei andato in panico, mi sarei fatto mille paranoie. Ma lì, svuotato di ogni peso, la guardai e basta. Acconsentii con un cenno lento.

Il suo sorriso si allargò. Si allungò verso il cassetto del comodino e, con un gesto teatrale, tirò fuori una bottiglietta di lubrificante della Durex. «Vedo che sei attrezzata per le emergenze,» la sfottei, indicando la boccetta. «Mio caro,» rispose lei, sfilando il tappo con un rumore secco, «bisogna sempre essere pronti a farsi sorprendere dalla vita. Gira quel bel faccino e fammi spazio.»

Versò una quantità generosa di quel gel freddo sulle mie dita. Il contrasto termico con la nostra pelle bollente e madida di sudore mi fece sussultare. «Vacci piano, che è freddo,» scherzai, cercando di mantenere quel filo di ironia che mi faceva da scudo. Lei rise, una risata bassa e roca. «Tranquillo, ci scaldiamo in fretta.»

Si mise a quattro zampe sul materasso sfatto. La vista da quell'angolazione mi svuotò i polmoni. Con la schiena inarcata in quel modo, quel fondoschiena perfetto e pieno si offriva a me con una sfacciataggine che annientava qualsiasi barlume di razionalità mi fosse rimasto. Spalmai il lubrificante con movimenti lenti, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie mani. Poi mi posizionai in ginocchio dietro di lei.

Mary allungò un braccio all'indietro. Le sue dita, scivolose per il gel, afferrarono la mia erezione con sicurezza, guidandomi con fermezza esattamente dove voleva.

Il primo contatto fu una scossa elettrica. Spinsi in avanti e incontrai una resistenza netta, ostinata. Niente a che vedere con l'accoglienza umida e cedevole del suo centro di poco prima; questa era una morsa strettissima, muscolare, una barriera che sembrava volermi respingere e inghiottire allo stesso tempo. Mary affondò il viso nel cuscino, emettendo un gemito diverso dagli altri: un suono strozzato, teso, in bilico perfetto tra un dolore acuto e un piacere crudo.

«Piano...» sibilò tra i denti, le mani che si aggrappavano alle lenzuola fino a farsi sbiancare le nocche. Mi fermai, lasciando che si abituasse, spingendo poi un millimetro alla volta. Era una sensazione indescrivibile. Il calore lì dentro era furioso, l'attrito così denso e avvolgente da farmi tremare le gambe. Sentivo la sua carne cedere lentamente, adattandosi a me, stringendomi con una forza quasi dolorosa.

«Ci sei?» chiesi, la voce impastata, che non sembrava nemmeno la mia. «Sì... entra tutto,» ansimò lei, spingendo impercettibilmente i fianchi all'indietro.

E così feci. Quando affondai fino alla base, la pressione fu tale che rovesciai la testa all'indietro con un grugnito. Iniziai a muovermi. Dapprima lentamente, assecondando il suo respiro, poi con spinte sempre più decise e profonde. Il rumore bagnato e ritmico dei nostri corpi sudati che sbattevano l'uno contro l'altro riempiva la stanza. La sua tensione iniziale si sciolse del tutto, lasciando spazio a gemiti aperti, disinibiti, che mi facevano vibrare il sangue.

La mia mente cinica, quel fottuto criceto sulla ruota che mi torturava da un mese, era morta. Non c'era spazio per Sara. Non c'era spazio per le mie insicurezze. C'era solo l'odore acuto del sesso, il sudore che mi colava negli occhi e quella morsa strettissima che mi massaggiava a ogni spinta. Era una frizione così disumana che capii all'istante di avere i minuti contati. La sensazione di essere stretto in quel modo era troppo intensa. Non riuscivo a trattenermi, il controllo mi stava scivolando via dalle mani.

Afferrai i suoi fianchi con prepotenza, piantando le dita nella sua pelle per ancorarmi, le spinte ormai furibonde. «Mary, cazzo...» ringhiai, i denti stretti. «Non reggo...» «Fallo,» gemette lei, spingendo indietro contro di me. «Vieni.»

Non aspettai un secondo di più. Le diedi un'ultima spinta disperata, affondando al massimo, e il climax mi esplose dentro con una violenza bestiale. Mi svuotai all'interno di lei, spasmo dopo spasmo, un'ondata di calore che mi lasciò totalmente privo di forze. Crollai in avanti, schiacciando il petto madido contro la sua schiena nuda e sudata. Rimanemmo così, incastrati, il mio respiro rotto contro il suo collo, la mia mente finalmente ridotta a una splendida, assoluta tabula rasa.

Rimasi con lei ancora un po', in quel limbo ovattato e sudato che segue sempre un orgasmo. Il tempo sembrava essersi fermato. Quando finalmente trovai la forza di rimettermi in piedi e rivestirmi, si era fatto ancora più tardi. Me ne andai lasciandola lì, bellissima, mezza nuda e spettinata tra le lenzuola stropicciate, con l'odore forte del nostro sesso ancora sospeso nell'aria della stanza.

Sinceramente? Vorrei tanto potervi dire che la morale di questa fottuta storia è che la regola del "chiodo scaccia chiodo" funziona alla grande. Vorrei potervi scrivere che basta una notte di sesso incredibile, selvaggio e senza filtri con una ragazza da urlo per resettare il cervello e guarire un cuore a pezzi.

Ma sarei un bugiardo.

La cruda, patetica verità è che per tutti i quaranta minuti del viaggio di ritorno, da solo nel buio dell'abitacolo, ho pianto. Ho pianto a dirotto, incapace di fermarmi. Ho pensato a Sara per ogni singolo, fottuto chilometro. E la cosa più assurda, la dicotomia più malata del mio cervello contorto, è che razionalmente so di non voler tornare con lei. Lei stessa mi ha fatto capire in tutti i modi che il nostro capitolo è chiuso. Eppure, mentre guidavo, un pensiero mi torturava: "Ecco, ora ho davvero rovinato tutto. Se per un miracolo assurdo dovessimo tornare insieme, ora c'è questa cosa. Ho superato la linea."

Questo senso di colpa illogico ha schiantato la nostra rottura contro un muro di cemento armato, ponendola su un piano spaventosamente reale. Era il punto di non ritorno.

Oggi sto ancora sentendo Mary. Ci siamo scritti un sacco, scambiandoci battute e messaggi leggeri, ma la verità è che la mia testa era altrove. Faccio ancora questo gioco al massacro: mi sorprendo a pensare a "quando" tornerò con Sara, per poi dover scendere a patti, un secondo dopo, col fatto che non succederà mai. Mi manca. Mi manca da togliere il respiro, e non nego che le ansie e i pensieri oscuri non siano magicamente scomparsi nel nulla.

Però, c'è un però. Farlo con Mary, perdermi nel suo corpo in quel modo così intenso, mi ha aiutato. Ha zittito quella vocina bastarda e insicura che mi ripeteva che non sarei mai più stato con nessun'altra, che ero da buttare. Mi ha dimostrato che è falso. Che posso piacere, che posso ancora accendere il desiderio in qualcun'altra.

Ed è per questo che oggi, come primo, piccolissimo passo, mi sono forzato a scrivere tutto questo. Volevo condividere questa esperienza profondamente erotica proprio per riprendere in mano un pezzo della mia vita. Per abituarmi all'idea che ora Sara non c'è più, ma senza usare il sesso come una scorciatoia per fuggire. Anzi, voglio iniziare a lavorare su me stesso. A guardarmi in faccia per quello che sono.

Lo so che questo racconto è denso di paranoie confuse, di pensieri aggrovigliati e di sentimenti contraddittori. Non è il classico racconto lineare dove tutto va come deve andare. Da un lato volevo disperatamente raccontarvi questa esperienza carnale – e forse non sono stato nemmeno bravissimo a farlo –, ma dall'altro avevo solo bisogno di una fottuta liberazione. Avevo bisogno di sputarlo fuori.

Ad oggi, con Mary continuo a parlare. Ma lei è una ragazza intelligente: ha capito benissimo la situazione e sa che, ora come ora, sto provando a dare priorità a me stesso. Non ho le energie per nient'altro. Non so come evolverà la cosa tra noi. Forse in un'amicizia strana, forse in un'altra notte di fuoco, forse in un bel niente. Chissà.

Per ora, metto un punto. E provo ad andare avanti.

Fine del capitolo 1
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Scritto da
Giovy22
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Commenti 3

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  1. OPHELIO

    Si' ma passiamo alle domande serie: Provincia di Troie continua, vero?

  2. Agave Ionia

    La parte che ho percepito più autentica è proprio quella del viaggio di ritorno e del pianto. Il sesso non è la panacea dei lutti. E quella vocina non va zittita, ti porterà dove sai già di dover arrivare: lasciare andare l'idea che Sara fosse ciò che avresti voluto fosse. Quando il dolore si sarà consumato, vedrai, forse, che Sara non era adatta.

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