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Caccia Bagnata: Sottomissione di una Detective: · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 21 min di lettura

Orgasmo Estorto nella Neve

una detective sequestrata da una serial killer.

ile
5 mesi fa · 1.4k letture · 3

Cado pesantemente sulla schiena. La neve gelida si infila ovunque, uno schiaffo termico che mi brucia la pelle nuda, accarezzando oscenamente le mie natiche scoperte. Scalcio, cercando disperatamente di voltarmi per rimettermi in piedi, ma con i polsi bloccati dietro la schiena mi ritrovo a dimenarmi in modo patetico, come una tartaruga rovesciata sul guscio. Le mie cosce si aprono e si chiudono in una lotta inutile contro il vuoto, esponendo la mia intimità vulnerabile al freddo e al suo sguardo.

Un'ombra mi copre. Ale mi si getta addosso, atterrando a cavalcioni sul mio bacino. Le sue ginocchia affondano nella neve ai lati dei miei fianchi, bloccandomi in una morsa d'acciaio. Il suo peso mi schiaccia. La sua espressione non è più dolce; i lineamenti angelici sono contratti in una maschera di pura, eccitata spietatezza.

Prima che io possa emettere un suono attraverso il bavaglio, il suo pugno affonda nel mio stomaco. Un colpo. Poi un altro.

L'aria mi viene strappata violentemente dai polmoni. Un dolore acuto, sordo, mi fa inarcare la schiena in uno spasmo. Tossisco contro la stoffa ruvida del bavaglio, gli occhi sbarrati, incapace di inalare ossigeno. Il freddo pungente della neve sotto di me si scontra con il calore febbrile del suo corpo che mi sovrasta, premendo la sua intimità contro la mia nel groviglio della lotta, in un contatto insopportabilmente intimo.

Ale mi guarda dall'alto in basso, ansimando leggermente, i seni che si alzano e si abbassano sotto il giubbotto. Si sposta i capelli scuri dal viso con una mano. "Cavolo," sibila, il tono intriso di una sincera e oscura delusione. "Con te non volevo farlo."

Infila la mano nella tasca e ne tira fuori un piccolo dispositivo nero, squadrato. Lo preme. Un arco elettrico azzurrognolo scoppietta tra i due elettrodi, ronzando come un insetto metallico e illuminando per un istante il suo viso da predatrice. Un taser.

"Calmati, amore."

Spinge i poli metallici direttamente contro la pelle nuda e bagnata della mia coscia esposta.

L'impatto è un'agonia bianca e divorante. Cinquantamila volt mi attraversano i muscoli, bypassando ogni controllo cerebrale. Non perdo i sensi, ed è questo l'orrore più assoluto. Rimango cosciente, prigioniera nella mia stessa carne, mentre il mio corpo impazzisce. Tutti i miei muscoli si contraggono in uno spasmo violento e ininterrotto. La mia schiena si inarca da sola, sollevando brutalmente il mio bacino contro il suo in una grottesca, oscena simulazione di un amplesso. Un grido disumano, muto, mi lacera la gola contro la stoffa, facendomi colare un filo di saliva dall'angolo della bocca.

La scossa si interrompe, ma il suo effetto è devastante. Crollo di nuovo nella neve, scossa da tremiti involontari, ansimando disperatamente. Sono sveglia. Fottutamente lucida. Ma non riesco a muovere un solo muscolo. Sono sedata, paralizzata dal dolore e dallo shock nervoso, le gambe spalancate e inerti.

Ale rimane a cavalcioni su di me, assaporando la mia immobilità. Il suo respiro si fa pesante, eccitato da quella totale sottomissione indotta. Si china in avanti, schiacciando i seni contro il mio petto ansante, il suo respiro caldo che si infrange sulla mia pelle gelata.

Le sue dita mi accarezzano i capelli sudati, poi scendono a sfiorare la carne arrossata della coscia, esattamente nel punto in cui il taser mi ha appena bruciata. Un gemito di dolore e impotenza mi vibra in gola.

"Vedi, amore mio?" sussurra, la voce un velluto intriso di lussuria. Si china ancora di più, leccandomi via una lacrima di puro terrore dall'angolo dell'occhio con una lentezza torturante. "Bastava chiedertelo con le giuste maniere. Sei così bella quando stai ferma sotto di me... e così eccitante quando tremi in questo modo."

I muscoli mi tremano ancora, scossi dalle scosse di assestamento dei cinquantamila volt, quando Ale si alza in piedi. La guardo dal basso, stordita, mentre si pulisce la neve dalle ginocchia. Non mi sbatte in faccia la sua vittoria. Non le serve.

Senza dire una parola, affonda le mani nei miei capelli scuri. Stringe le ciocche in due pugni e, con una forza bestiale, inizia a camminare.

Un urlo strozzato dal bavaglio mi esplode in gola per il dolore lancinante al cuoio capelluto. Mi trascina come un sacco di carne morta attraverso la neve fresca. La pelle nuda della mia schiena, le mie natiche, le cosce scoperte... tutto viene graffiato dal ghiaccio e dai detriti nascosti sotto la coltre bianca. Sono un burattino rotto, umiliato fino alla radice dell'anima.

Dopo un paio di metri, si ferma. Lascia la presa sui miei capelli. Rimango immobile nella neve, il respiro corto, il corpo che ha smesso di rispondere ai comandi. Ale si accovaccia accanto a me. Mi accarezza la guancia gelata, i suoi occhi grandi e dolci che mi scrutano nel buio.

"Ti prego, amore mio, fai la brava," mormora, con una nota di supplica così genuina da farmi accapponare la pelle. "Cammina per me. Dai. Mi dispiace trattarti così, mi spezza il cuore vederti trascinata nella neve. Aiutami ad aiutarti."

L'istinto di sopravvivenza, o forse il terrore che usi di nuovo il taser, vince sull'orgoglio. Annuisco debolmente. Ale sorride, radiosa. Mi fa scivolare le braccia sotto le ascelle e mi tira su, sorreggendomi per la vita. Le mie gambe, libere dalle corde ma deboli come gelatina per la scossa, tremano violentemente. Mi appoggio al suo fianco, sentendo il calore del suo corpo attraverso il suo cappotto, e assecondando i suoi passi, la seguo barcollando verso la baita.

Il contrasto termico, quando apre la porta, è uno schiaffo. La baita è riscaldata, sa di legna arsa, cera di candela e... qualcosa di ferroso, dolciastro. Un odore che conosco fin troppo bene.

Mi fa sedere pesantemente su un vecchio divano di pelle scura al centro della stanza. Con una delicatezza surreale, mi sfila il nodo da dietro la nuca e mi toglie il bavaglio. I miei muscoli facciali sono indolenziti. Chiudo la bocca, ingoiando a fatica. L'istinto di urlare o di chiederle pietà è morto; la guardo e basta, serrando la mascella in un silenzio carico di odio puro.

Ale non sembra turbata dal mio silenzio. Si toglie il giubbotto, rivelando di nuovo quel fottuto top a rete e la minigonna, e si dirige verso un carrellino dei liquori. Versa un dito di ambra scura in un bicchiere di cristallo.

Beve un sorso, poi si appoggia al mobiletto, incrociando le gambe lunghe. Mi fissa. I suoi occhi mi divorano.

"Non hai idea di quanto ho aspettato questo momento," sussurra, la voce vellutata e intrisa di un'eccitazione febbrile. Fa roteare il liquore nel bicchiere. "Sei il mio regalo più prezioso, Elena. Non vedo l'ora di scartarti. Di toglierti quel poco che ti è rimasto addosso e di giocarci. Voglio smontarti pezzo per pezzo, capire come funzioni, farti urlare fino a spaccarti le corde vocali e poi rimetterti insieme, solo per distruggerti di nuovo. Sarà meraviglioso."

Dice queste atrocità con una naturalezza disarmante, le labbra piene piegate in un sorriso tenero e innamorato. È la cosa più disturbante che io abbia mai visto in tutta la mia carriera.

Poi, il suo sguardo guizza verso un angolo della stanza, vicino al camino. "Oh, scusa per il disordine," aggiunge, facendo un piccolo gesto disinvolto con la mano libera. "C'è un po' di cattivo odore, lo so. Purtroppo poche ore fa hanno portato qui un'altra ospite. Era molto rumorosa. E ha sporcato parecchio prima di calmarsi."

Seguo il suo sguardo. Sul pavimento di legno, poco distante dal focolare, c'è una larga, inequivocabile pozza scura, parzialmente asciutta. Sangue. E un pezzo di nastro adesivo argentato accartocciato.

La nausea mi assale, ma non faccio in tempo a elaborare il terrore. Ale posa il bicchiere e si avvicina. Si siede sul divano, vicinissima a me. Le mie mani sono ancora bloccate dalle fascette dietro la schiena, il respiro mi si mozza.

Le sue mani calde si posano sulle mie ginocchia congelate. Iniziano a scivolare verso l'alto, accarezzando la pelle nuda e arrossata delle mie cosce, superando l'orlo arricciato del mio vestito, invadendo il mio spazio più intimo con una possessività totale.

"Non toccarmi, fottuta psicopatica," le sputo addosso, la voce che mi trema per il freddo e per il brivido osceno che il suo tocco mi sta provocando. "Sei solo un mostro malato."

"Shh," sussurra lei, ignorando completamente i miei insulti. Le sue dita sfiorano il tessuto umido del mio intimo, tracciandone i contorni con una sensualità torturante che accende un fuoco perverso in mezzo alle mie gambe.

Si china in avanti. Il suo viso si ferma a un millimetro dal mio. Mi fissa negli occhi, poi sporge la lingua e, con una lentezza disarmante, la fa scorrere sulla mia guancia. Assapora il mio sudore freddo, il fango misto alla neve sciolta, raccogliendo persino la lacrima che mi è sfuggita per il dolore.

Rabbrividisco, cercando di ritrarmi, ma sono bloccata sul divano. Ale affonda il viso nell'incavo del mio collo. Inspira profondamente, riempiendosi i polmoni del mio odore, strofinando il naso contro la mia pelle come un animale devoto alla sua divinità.

"Puoi dirmi tutte le cattiverie che vuoi," mormora contro la mia carotide, le labbra che mi sfiorano la vena pulsante, mandandomi scariche elettriche lungo tutta la spina dorsale. "Ma io ti amo, Elena. Ti amo da impazzire."

Ale si allontana di un millimetro, i suoi occhi scuri che ardono di una luce febbrile, del tutto folle.

"È il momento di scartare il regalo," sussurra, la voce spezzata da un fremito di pura lussuria.

Prima che io possa indietreggiare, le sue mani scattano in avanti. Afferra il colletto del mio minuscolo abito di pelle e tira con una forza selvaggia. Sento il rumore sordo delle cuciture che cedono, il tessuto strappato via a brandelli, seguito dal pizzo rosso del mio reggiseno che si spezza sotto le sue dita impazienti. In un attimo, vengo spogliata di tutto. Il perizoma fa la stessa fine, strappato e gettato sul pavimento.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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