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Erotika
Sborrami Dentro Al Buio · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 14 min di lettura

Legata per il compleanno del fidanzato

samu è geloso e decide di mettere i bastoni tra le ruote alla sua migliore amica, che aveva preparato una bella scopata per il compleanno del fidanzato e alla fine decide anche di approfittare.

Alessia
6 mesi fa · 1.4k letture · 4

Sentì lo scricchiolio del pavimento. «Sei in ritardo,» sussurrò Anto, la voce che tremava appena, incrinata da un'attesa febbrile. Credeva di parlare con lui. Nessuno parlò. Potevo scappare. Potevo fare rumore, fingere di essere appena tornato dalla biblioteca e distruggere l'incanto. Invece, feci un passo avanti. Lentamente.

Mi fermai a un millimetro dal bordo del letto. Lei inarcò leggermente la schiena, avvertendo la mia presenza, il calore del mio corpo che bloccava la luce della lampada. Allungai la mano, esitando per una frazione di secondo, prima di sfiorarle solo la linea morbida del fianco con la punta delle dita. Anto sussultò. Un gemito le morì in gola, sorpreso, diverso da quelli che le sentivo fare di là dal muro. La mia mano salì, lenta, lungo l'addome morbido, tracciando la linea della sua vita, assaporando la pelle bollente sotto i polpastrelli.

Non mi ero mai spinto oltre i confini del "migliore amico". Ora, stavo varcando una soglia da cui non sarei più tornato indietro. Mi chinai su di lei. Inclinò la testa, offrendomi il collo nudo, fiduciosa. Inspirai il suo profumo, un mix di bagnoschiuma alla vaniglia e pura eccitazione. «Non farmi aspettare ancora,» mormorò, le labbra piene dischiuse in un invito cieco.

E io, nel silenzio più totale, decisi di prendermi tutto quello che mi era sempre stato negato.

Il mio respiro era un tamburo sordo nel petto, ma lo costrinsi a rimanere muto. Non potevo emettere un singolo suono. Una sillaba, un sospiro più marcato del dovuto, e la mia voce mi avrebbe tradito, distruggendo l'illusione in cui mi stavo vigliaccamente nascondendo.

Le mie mani, tremanti per l'adrenalina e per un senso di colpa che minacciava di strozzarmi, scivolarono dai suoi fianchi pieni e arrotondati verso l'alto. Sfiorai la morbidezza del suo addome, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto i miei polpastrelli, fino ad arrivare al pizzo nero del reggiseno. Lo scostai verso il basso con una lentezza che mi costò tutta la lucidità che mi restava.

Il suo seno era esattamente come lo avevo immaginato in centinaia di notti insonni: caldo, proporzionato ma pieno, perfetto contro i miei palmi freddi. Lo accarezzai, misurando la pressione delle dita, prima di chinarmi. Presi un capezzolo già turgido tra le labbra. Iniziai a succhiare dolcemente, per poi stringere con più foga, assaporando il contrasto tra la sua pelle chiara e il calore della mia bocca.

Anto inarcò la schiena, premendosi contro il mio viso. Un gemito lungo, roco e vibrante le sfuggì dalle labbra carnose. «Jacopo...» sussurrò.

Quel nome fu una pugnalata dritta allo stomaco. Chiusi gli occhi, investito da un'ondata di disgusto verso me stesso. Stavo profanando la mia migliore amica. La ragazza che mi preparava il caffè prima degli esami di anatomia, quella che mi aveva asciugato le lacrime quando era morta mia nonna. Ero un mostro. Eppure... eppure non riuscivo a fermarmi. Era la mia droga, e io ero in astinenza da dieci anni.

«Sei... diverso stasera,» continuò lei, la voce impastata dal desiderio, muovendo la testa bendata sul cuscino. «Le tue mani... sembrano più grandi. Più sicure.»

Deglutii il vuoto, rimanendo nel mio sacrosanto silenzio. Scesi di nuovo con le mani lungo la curva stretta della sua vita. La afferrai per i fianchi e la feci rotolare leggermente su un fianco. Le mie mani scivolarono sul retro, afferrando i suoi glutei pieni e morbidi. Li strinsi con forza, impastando quella carne concreta e avvolgente, tirandola contro il mio bacino per farle sentire quanto la desiderassi.

«Perché non parli?» mormorò lei, un piccolo sorriso malizioso che le incurvava le labbra rosate. Sembrava quasi divertita dal mio mutismo. «Mi piace quando fai il misterioso. Ma sei troppo silenzioso... a volte non sembri nemmeno tu. Hai un profumo strano stasera.»

Non ci fece troppo caso, persa in quel crescendo di sensazioni e nell'eccitazione del momento. Mi allontanai di un passo, liberandola dalla mia presa. Nel silenzio surreale della stanza, illuminata solo dall'abat-jour, iniziai a spogliarmi. I miei movimenti erano rapidi, meccanici. Il fruscio della mia maglietta che cadeva sul pavimento di legno. Lo scatto metallico della fibbia della cintura. Il tonfo sordo dei jeans.

Anto smise di muoversi. Il suo udito, acuito dalla benda sugli occhi, aveva captato ogni minimo rumore. Il suo petto prese ad alzarsi e abbassarsi a un ritmo frenetico. Date abbastanza dettagli per far viaggiare immaginare: la sua pelle chiara era accesa da un brivido visibile.

«Ti sei spogliato...» sussurrò, passandosi la punta della lingua sul labbro inferiore. Il sorriso si allargò, diventando un invito sfacciato e bellissimo nel buio della sua cecità temporanea. Diede uno strattone morbido alle cravatte di seta che le bloccavano i polsi. «Visto che sei stato così cattivo da legarmi,» sussurrò, le labbra dischiuse in un sorriso malizioso e cieco nel buio della stanza. «Stasera non posso usare le mani. Dovrai usare tu la bocca... e non per baciarmi.»

Una scossa elettrica mi attraversò la spina dorsale. Il senso di colpa che mi stringeva lo stomaco venne spazzato via da un'ondata di desiderio così violenta da farmi tremare le ginocchia. Feci un passo verso il fondo del letto, posizionandomi tra le sue gambe. Afferrai delicatamente le sue caviglie. La sua pelle era bollente. Feci scivolare le mani lungo i polpacci, risalendo lentamente verso le ginocchia, accarezzando la linea solida e perfetta delle sue cosce piene, spingendole dolcemente verso l'esterno per farle spazio. Lei assecondò il movimento con un piccolo sospiro tremante, aprendosi completamente a me.

L'aria era satura del suo profumo. Mi chinai, appoggiando le mani sul materasso ai lati dei suoi fianchi, e affondai il viso tra le sue cosce calde. Non esitai oltre. Iniziai a baciarle l'interno coscia, sfiorando la pelle sensibile, per poi spostarmi al centro, assaporando la sua intimità con una fame che covavo da dieci fottuti anni.

«Ah... Dio!» Anto inarcò la schiena in uno spasmo violento, tirando le cravatte di seta che la tenevano legata alla testiera. Il suo gemito riempì la stanza, acuto e liberatorio. Sentire quel suono, sapere di esserne la causa, mi mandò in cortocircuito il cervello. Intensificai il ritmo, dedicandole un'attenzione viscerale, ossessiva. La mia lingua si muoveva con una passione disperata, cercando di trasmetterle tutto l'amore represso, la frustrazione e il bisogno che provavo per lei.

I muscoli delle sue cosce si contrassero. Improvvisamente, Anto strinse le gambe, schiacciandomi il viso contro di sé. «Non fermarti... oh, cazzo, non osare fermarti,» ansimò, la voce rotta.

Si contorceva contro la mia bocca, spingendo il bacino verso l'alto per cercare un contatto ancora più profondo. Ogni mio movimento era accolto da un gemito sempre più alto. E poi, tra un respiro spezzato e l'altro, scoppiò in una risatina roca, carica di lussuria. «Mh... Jacopo...» ansò, pronunciando quel nome che mi feriva come lama. «Ti sei... ti sei esercitato con le altre, ultimamente? Sei... sei diventato proprio bravo...»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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