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Erotika
Pillole Di Vita · Cap. 1
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Capitolo 1 di 1 14 min di lettura

La mia prima volta

il racconto della mia verginità a tasso alcolemico alto.

Alessia
7 mesi fa · 1.4k letture · 10

Lui mi prese il viso tra le mani e mi baciò di nuovo. Questa volta il bacio era più lento, più intimo. La sua lingua mi esplorò la bocca, le sue dita mi accarezzarono i capelli. A quel tempo avevo i capelli rossi, ricci, e si erano riempiti di sabbia. Sentivo la sua mano che passava tra le mie chiome, che sentiva la grana della sabbia, e non me ne fregava niente. Volevo solo che mi toccasse. "Ti sei sporcata tutta, piccola troia," mi sussurrò all'orecchio, mordicchiando il lobo. E io godei.

Mi slacciò la gonna, la fece scivolare via. Poi mi alzò la maglietta, bagnata e fredda. Ero lì, in mutande davanti a lui. Il seno nudo al freddo della notte. "Che belle tette piccole," disse, e le sue mani mi afferrarono, non con delicatezza, ma con una voglia che mi fece gemere. Le sue dita mi strizzarono i capezzoli, che si indurirono subito. "Li voglio morire," disse, e si chinò per succhiarmeli.

Mentre mi leccava i seni, io sentii il suo cazzo, duro e grosso, premere contro di me. Attraverso i suoi boxer umidi di mare e di voglia, lo accarezzai. Non lo vidi mai, ma sentivo le sue dimensioni, la sua durezza. Sembrava enorme, un'arma di distruzione di massa che puntava dritta alla mia fica. "Lo vuoi, eh?" mi chiese, sollevando la testa. "Lo vuoi dentro di te?"

"Famelo vedere," gli sussurrai io, la voce rotta dalla voglia e dall'alcol.

Lui rise, un suono basso e sensuale. "Ancora no, piccola mia. Prima ti faccio godere come nessuno ha mai fatto."

Mi sdraia sull'asciugamano. La sabbia mi entrava ovunque, nelle fessure della pelle, nei capelli, tra le gambe. Era fastidiosa, ma non potevo pensare a niente se non a lui. Si chinò tra le mie cosce, mi divaricò le gambe con forza. Mi guardò la fica, nascosta solo dal perizoma bagnato. "Che bella fica," disse. "Anche questa è mia."

Mi strappò via il perizoma con un gesto brusco, e io urlai, un misto di dolore e piacere. Poi la sua lingua mi colpì. Era un uragano, un'ondata che mi travolse. Mi leccava la fica con una furia quasi violenta, la sua lingua entrava dentro di me, succhiava il clitoride, mordicchiava le labbra.

Cazzo, mi leccava con un'intensità che avevo solo sognato. La sua lingua era una frusta, poi un batuffolo, poi una lama affilata. E poi succhiava il mio clitoride, lo teneva tra le labbra e io sentivo il mondo sprofondare in un buco nero di piacere. Era chiaro che non era alle prime armi, sapeva esattamente cosa fare, dove toccare, quanto premere. Nei miei deliri da ubriaca, tra un gemito e l'altro, ricordo che pensavo solo una cosa: cazzo, meno male che oggi mi sono fatta i peli della figa. Una cretineria, lo so, ma era l'unico pensiero che riuscivo a formare in quella testa annebbiata.

Poi fu un'esplosione. Un orgasmo che mi partì dalla schiena, mi salì su per la colonna vertebrale come un'onda elettrica e mi scaraventò nel vuoto. Strillai. Non mi vergogno a dirlo. Strillai da far male le orecchie, una bestia in calore sulla spiaggia deserta. Le mie gambe tremavano, il mio corpo si contorse, la mia fica si contrasse violentemente sulla sua lingua.

Ma non fu abbastanza. Anzi, fu solo l'inizio. L'orgasmo non placò la mia sete, la accese. Volevo di più. Volevo il suo cazzo dentro di me. "Scopami, Giorgio, cazzo, scopami," sbavai, le parole quasi incomprensibili.

Lui alzò la testa, la bocca lucida dei miei umori. Un sorriso diabolico gli si dipinse sul volto. Non se lo fece ripetere due volte. Abbassò i boxer in un solo gesto secco, e lì, finalmente, lo vidi. E era anche più grosso di come l'avevo immaginato. Grosso, duro, con la cappella che pallideggiava sotto la luna.

Mi allargò le gambe con una violenza che mi piacque. Si posizionò tra le mie cosce, la sabbia fastidiosa che si attaccava dappertutto, e non me ne importava un cazzo. "Allora, Ale, sei pronta?" mi sussurrò, e non fu una domanda, fu una sentenza.

Poi entrò. E fu un'esplosione di dolore e piacere. Rompè tutto, la mia verginità, la mia inesperienza, le mie paure. Mi sentii spaccare in due, e per un istante pensai che non ce l'avrei mai fatta. Ma poi il dolore lasciò posto a un piacere così intenso che mi mancò il respiro. Iniziò a scoparmi, con colpi profondi, che arrivavano fino in fondo, che mi facevano sentire sua, solo sua. Ogni spinta era una rivendicazione, un possesso. Le sue mani mi stringevano i fianchi. Urlavo il suo nome, una preghiera, un'invocazione.

Il mondo si dissolse. Non c'era più spiaggia, non c'era più sabbia, non c'era più luna. C'era solo lui, il suo cazzo dentro di me, i suoi gemiti nelle mie orecchie. Le mie cosce si avvinghiarono alla sua vita, cercando di tirarlo ancora più a fondo, di fonderci in un'unica, sudata, bagnata creatura. Ogni colpo era un tuono nella mia testa, un'onda di piacere che mi travolgeva.

Cazzo, come si stringeva la figa attorno al suo cazzo. Sentivo le mie pareti interne contrarsi, pulsare, succhiare. Era come se il mio corpo volesse divorarlo, inghiottirlo, tenerlo lì per sempre. "Sì, così, stringi, troia," sibilava lui nel mio orecchio, il fiato caldo e pesante. "Vuoi il mio cazzo, eh? Vuoi che ti riempia fino a farti scoppiare?"

"Sì, cazzo, sì!" urlai io, senza voce, senza fiato. Le mie mani gli graffiavano la schiena, lasciando solchi rossi sulla sua pelle. Volevo marchiarlo, volevo che mi appartenesse.

Poi fu di nuovo un'esplosione. Un orgasmo ancora più forte del primo, un cataclisma che mi scosse dalle fondamenta. La figa si strinse attorno al suo cazzo come una morsa, un'ondata di calore che lo inondò. "Oh, cazzo, Ale, sto venendo," gridò lui, e sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, sentii lo sperma caldo che mi riempiva, che mi colava lungo le coscie.

Restammo così per un istante, lui sopra di me, entrambi senza fiato, il cuore che ci martellava nel petto all'unisono. La sabbia era ovunque, nei capelli, sulla pelle, tra i denti. Ma a me non importava. Avevo avuto il mio cazzo, avevo avuto il mio orgasmo, avevo avuto il mio pezzo di paradiso in una notte di sesso e alcol. E non era una cazzata. Era la verità.

Poi fu il silenzio. Un silenzio pesante, rotto solo dai nostri respiri affannati. Lui non si mosse subito. Restò sopra di me, pesante, un peso che non mi opprimeva ma mi ancorava a quel momento. Ci guardammo per un po', senza dire niente. Poi mi diede un bacio. Lungo, profondo, diverso da tutti gli altri. Non era più un bacio di fame, ma di sazietà. Un bacio che assaggiava il sesso, il sudore, la birra e la sabbia.

"Sei fantastica," mi sussurrò, e per la prima volta la sua voce sembrava dolce. Le sue mani tornarono sulle mie tette, non più con la furia di prima, ma con una lenta esplorazione. Le accarezzò, le carezzò, le strizzò dolcemente. Poi si chinò e le prese in bocca, una dopo l'altra. Le succhiò forte, facendomi gemere di nuovo, un gemito sommesso, esausto. Le sue labbra mi avvolgevano i capezzoli, la sua lingua ci giocava sopra. Sentivo il mio corpo risvegliarsi di nuovo, una fiammata sotto la cenere dell'orgasmo.

E fu lì, in quel momento di intimità stranamente tenera, che lui mi disse quella cosa. La ricordo come se fosse adesso, lucidamente. "Sai, Ale," disse, sollevando la testa dal mio seno, il sorriso stampato sul volto, "se da queste tette piccole e perfette uscisse la birra, la vita sarebbe perfetta."

Risi. Ridere fu l'unica cosa che poti fare. Una risata isterica, liberatoria, che mi fece male alle reni. Era così cretino, così maschio, così Giorgio. E fu in quel momento che capii di essere fottutamente innamorata di lui, almeno allora e poi per qualche motivo questo è il ricordo più lucido di quella serata.

Dopo, ci sistemammo. Lui mi aiutò a rialzarmi, mi diede la sua felpa per coprirmi, visto che la mia era tutta bagnata e piena di sabbia. Mi riaccompagnò a casa. Non parlammo molto. C'era poco da dire. Camminammo mano nella mano, come due fidanzatini. Prima di salutarmi, mi diede un ultimo bacio sulla fronte. "E il reggiseno?" gli chiesi con un filo di voce. Lui sorrise. "Lo tengo io. È un ricordo." e io, ubriaca e felice, non seppi dire di no.

La verginità fu un sogno. Una sbornia di sesso e alcol che mi lasciò un ricordo dolce e confuso.

Con Giorgio ci sentimmo per un po'. Lo scopai altre volte. Ogni volta era un'avventura, una follia. Fu lui, a raccontarmi i pezzi di quella notte, a riempire i buchi della mia memoria. "Ti ricordi quando hai urlato così forte che abbiamo spaventato i gabbiani?" mi chiese una volta, ridendo. "E quando hai detto che la sabbia ti entrava nel culo?" E io rise, scoprendo quei frammenti di me che l'alcol mi aveva rubato.

E forse è anche grazie a lui se questa storia è più chiara, se i contorni sono meno sfocati. Perché i miei ricordi di quella notte, da sola, sarebbero stati solo un tripudio di sensazioni, senza un filo logico.

spero che questo racconto vi sia piaciuto, ho tante altre storielle del cazzo da raccontare e conoscendomi, avrò altre mille disavventure in futuro, sarà una rubrica infinita!

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Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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Commenti 2

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  1. michele

    bellissima, ma non smettere con i capitoli lunghi lunghi che sono meravigliosi

    1. Alessia

      ah no con quelli non mi fermerò mai! sono la mia cosa preferita!!

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