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Erotika
L’insostenibile richiamo della fregna · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 32 min di lettura

Violenza carnale

È Sonia a dettare tempi e spazi… Renart aspetta e, nell’attesa, si ammazza di pippe. Il tempo sembra non passare mai, aspettando d’inzupparlo, ma occorre farsi trovare pronti quando il Gran Giorno arriva…

Renart
8 mesi fa · 689 letture · 1

Sta per chiudere, ma viene colta dall’esigenza di dire ancora una cosa: “Inutile che vai anche di sopra, due appartamenti sono sfitti e nel terzo non ci viene mai nessuno, da quando è morta l’inquilina. Comunque, fai quel che cazzo ti pare. Ciao”, e mi chiude la porta sul muso. La mando a quel paese mostrando il medio alla porta e imbocco l’ultima rampa di scale.

*

La porta dell’appartamento centrale è socchiusa. Mi avvicino e scosto il battente di quel tanto per infilarci la testa. Il corridoio è nel buio, ma in fondo, dalla porta sulla destra, piove una luce fioca, di penombra, che rischiara una piccola porzione di pavimento. Entro e, senza far rumore, richiudo la porta. C’è silenzio, sento solo il mio cuore martellare forte, in petto e nelle orecchie. La casa ha un odore di chiuso e di muffa, deve essere parecchio che non viene arieggiata. Mi tolgo lo zaino dalle spalle, mi genufletto poggiandolo a terra e ravano al suo interno alla ricerca del passamontagna. Con ‘sto caldo ne farei a meno, ma è necessario. Lo calzo, sistemando per bene le aperture sugli occhi il naso e la bocca, mi tiro su e avanzo a tentoni per il corridoio, dirigendomi verso il ristagno di luce, già tormentato dal prurito che mi provoca la lana. Ma perché non ne fanno una versione estiva, accidenti!

Mi affaccio sull’uscio della stanza in penombra e la vedo. Mi dà le spalle, ha le mani aperte sul tavolo, il culo spinto leggermente all’infuori, in una posizione d’attesa, come se stesse decidendo da dove iniziare per dare un po’ di vita e di luce a questo posto che, così a prima vista, definirei desolato, se non proprio squallido. Oltre al tavolo, individuo la presenza di un divano dal rivestimento antiquato e una credenza, un mobile con lo specchio macchiato e una lampada accanto alla poltrona, ma è l’ambiente in sé a trasudare un’idea di stantio e abbandono. Ma non sono qui in veste di arredatore, quindi mi concentro sul mio obiettivo e con due balzi non esattamente felpati, sono addosso alla donna. L’afferro per i capelli che sanno di malva e le azzanno il collo, mentre l’altra mano è già sotto la gonna. 

“Aahh, porco”, grugnisce, “che vuoi da me?”

“Adesso lo vedrai, puttana”, le rantolo all’orecchio col fiato rovente. Le alzo il vestito sopra le reni et voilà, il culo appare in tutta la sua magnificenza, completamente nudo. Stano nel solco il filo del perizoma e lo tendo ad arco su una chiappa carnosa e succulenta.

“Lasciami... lasciamiii”, urla la stronza.

Le tappo la bocca con la destra e le intimo il silenzio. “Provaci un’altra volta e ti ammazzo”, mi sento dire, con lo sbocco di serotonina che ha infestato ogni collegamento sinaptico del mio cervello in pappa, oramai. “Adesso ti do una bella ripassata, troia”, ansimo arrapato mentre traffico con la lampo e lo tiro fuori, duro e palpitante. “Guarda che voglia che hai, zoccola”, commento (esaurendo già gli epiteti a disposizione con la quale appellarla) passandole il medio fra le chiappe umide, fino alla fica bagnata dalle labbra già aperte. La schiaccio sul tavolo e la tengo giù per il collo, mentre le entro dentro in un colpo, liscio liscio fino alle palle. 

“Aaaaaahhh”, starnazza, mentre le infliggo una serie di colpi rapidi e violenti. La chiavo selvaggiamente, cingendole la vita col braccio libero e stropicciandole il clitoride fra le dita. Ha un boschetto morbido e folto laggiù, tutto umidiccio, come il pelo di un gattino che ha preso pioggia. Urla e dimena il culo, la vacca, andando incontro ad ogni mio affondo. Il suo “godo, lurido maiale”, raspa l’aria calda del soggiorno, come una graffiata sulla lavagna, e a quel punto, come se mi stessero sgozzando, rantolo e le schizzo dentro tutto ciò che ho.

Stremato, crollo su una sedia, ansimante, il petto che va su e giù spasmodicamente, le brache alle caviglie, il cazzo che vibra ancora una volta prima di abbattersi anche lui su un lato, la lana che si accanisce sulla mia faccia sudata e sul cuoio capelluto. Lei si tira su, si acconcia il vestito stirandoselo addosso con le mani. Si gira, ciocche di ricci sono sfuggiti al controllo della fascia e le pendono sul viso, l’espressione ancora un pelo stravolta. Mi guarda, riacquistando un minimo di contegno e di coraggiosa arroganza.

“Hai ottenuto quello che vuoi, adesso puoi andartene. Fallo subito e non chiamerò la polizia, te lo prometto”, dice cercando il mio sguardo negli ovali del passamontagna.

“E chi ti dice che abbia ottenuto già quello che voglio?”, ribatto con un tono che nelle intenzioni vuole essere seducente e aggressivo al tempo stesso, sulla falsariga di Clint Eastwood nei film di Leone, per intenderci. Ci manca solo che sputi sul pavimento, adesso, dopo aver finto di masticare l’ultimo residuo di tabacco.

“Che altro vuoi da me?”, fa con voce allarmata, stringendo le mani sul bordo del tavolo, fino a sbiancarsi le nocche.

“Io in realtà niente, ma, vedi, lui ha preso proprio una fissa per te, da quando ti ha vista sull’autobus. Capisci?” spiego con calma, nelle vesti del socio buono, mentre dal taschino della camicia tiro fuori il pacchetto e accendo una sigaretta. “Fumi?”, chiedo porgendole il pacchetto aperto, “Dai, prendine una, rilassati... e passami il posacenere che è dietro di te”.

Lei accoglie mansueta entrambe le sollecitazioni, tirando avidamente dalla cicca che tiene tra due dita visibilmente tremanti. Ogni tanto fa un passo timido verso di me chinandosi in avanti per scrollare la cenere nella noce di cocco che ho in mano - inclinazione che mi dà modo di apprezzare le zizze abbondanti raccolte nel reggiseno di pizzo nero, che fanno capolino dallo scollo della camicetta che, nella furia dell’amplesso, ha perso due bottoni. Ha il viso contrito, non più preoccupato – o almeno è questa l’impressione che mi dà -, ma pensieroso sì, come se stia cercando di capire qualcosa che le sfugge. Alla fine rompe gli indugi e, fissando un punto sopra la mia testa, chiede chi sia questo lui che non vuole lasciarla in pace.

Rido di gusto, una risata grassa e piena, sfacciata anche nell’atteggiamento sprezzante che la produce, con quel reclinare all’indietro la testa e spalancare la bocca, il ventre che sobbalza tracotantemente. Poi, totalmente immerso nella mia parte, torno serio di colpo. La fisso. La donna sfugge il mio sguardo, come se scottasse, si mantiene con una mano i lembi della camicetta e si china un’ultima volta per spegnere il mozzicone. Quindi si riappoggia al tavolo, unica sua certezza in questo momento, e mi guarda con un lampo di paura negli occhi, tormentata dall’attesa di una risposta.

“Lui è lui”, faccio in tono solenne, abbassando gli occhi sul membro a barzotto che comincia a dare i primi segni di risveglio. La donna segue la discesa del mio sguardo e capisce. “So che l’articolo è di tuo interesse, quindi togliti dalla faccia quell’espressione da santarellina scandalizzata, che proprio è un ruolo che non ti si addice”, sentenzio, succhiando l’ultimo tiro e stropicciando il filtro nella noce di cocco.

“Cosa ne sai tu di me”, ribatte lei con un’impennata di orgoglio.

“So che ti piace fare arrapare gli uomini. Che sei sposata, ma è evidente che tuo marito te lo dà col contagocce. E spesso non godi nemmeno – del resto, il consorte ti entra fra le cosce, si agita un pochetto e ti spruzza sulla pancia il suo brodino, così si addormenta leggero e soddisfatto, mentre tu finisci l’appena iniziato pompandoti la fica con due dita, come un’adolescente, immaginando un cazzo che ti fotta per bene, come meriti”, ghigno godendomi i suoi occhi notturni che si dilatano e la bocca che si apre per effetto di un inorridito stupore, mentre inconsciamente medio e pollice destri molestano nervosamente la fede avvitata all’anulare sinistro.

“Mi piace essere guardata, sì, e allora? È forse una colpa? A tutte le donne piace essere apprezzate, non vedo cosa...”

“Io ho detto un’altra cosa, e cioè che ti piace arrapare gli uomini. È un pelino diverso come discorso, riesci a cogliere la differenza?”, le faccio con una smorfia delle labbra sorniona e spudorata.

“Come fai a dirlo. Il mondo non è fatto esclusivamente di maiali come te, che se ne vanno in giro col cazzo duro a strofinarlo sui culi della gente su un autobus. Sei un pervertito, questo sei. E ti permetti anche di farmi la morale. E perché poi? Perché ho la gonna? Ma da quale epoca vieni, troglodita”, ribatte d’un fiato, colma di foga.

“U-uhm... vedo che ci siamo ringalluzziti. Bene bene, ti preferisco così, nervosa, dura da piegare. O forse perché l’argomento ti stuzzica, eh? Sarò il pervertito che dici, ma intanto sull’autobus hai apprezzato, eccome”.

Prima di andare avanti…

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