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Erotika
L’insostenibile richiamo della fregna · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 32 min di lettura

Violenza carnale

È Sonia a dettare tempi e spazi… Renart aspetta e, nell’attesa, si ammazza di pippe. Il tempo sembra non passare mai, aspettando d’inzupparlo, ma occorre farsi trovare pronti quando il Gran Giorno arriva…

Renart
8 mesi fa · 689 letture · 1

Arrossisce. Per un attimo si guarda la punta delle scarpe, le unghie curatissime e smaltate di viola pallido, come quelle delle mani. Poi torna a guardarmi, ha trovato l’ispirazione per ribattere. “Cosa vuoi che facessi, non potevo muovermi. L’hai visto no, quanta cazzo di gente c’era sul quel bus”. Il suo volto ha riacquistato progressivamente il giusto decoro e l’altezzosità propria di chi ha consapevolezza di sé e delle armi in serbo per ottenere, alla fine, ciò che vuole, facendo sottilmente passare per un atto di potenza e volontà altrui quello che in effetti è il pieno appagamento dei propri desideri. “E comunque”, aggiunge mostrandomi qualche carta sul tavolo per vedere se abbocco, “non pensavo che avresti avuto le palle di venirmi dentro casa. Non sei certo il primo che me lo fa sentire dietro, approfittando della calca. Ma poi alla fine tutti dimostrano puntualmente quello che sono, ovvero dei vigliacchi frustrati cui la vita non offre altro oramai che yuoporn e qualche strusciatina su un autobus affollato”.

Il cambio di registro e di toni della sua voce, mi spiazza. Non so che risponderle. In effetti, nemmeno io avrei mai pensato di vivere una situazione come questa, figuriamoci. Ma tocca a me rispondere, non posso starmene lì imbambolato ad annaspare nell’indecisione, previa lo sprofondare a zero di quell’autorità connessa al ruolo che sto recitando, quindi butto là la prima cosa che mi passa per la testa: “Sembrerebbe che la cosa ti rammarichi”.

“La vigliaccheria del maschio non mi rammarica più. Sono donna fatta e quanto valga un uomo l’ho appreso subito. Ma questo conta relativamente. Il punto è che sì, mi piace essere violentata”, prosegue col tono come se avesse dichiarato la sua preferenza per uno schizzo di latte nel tè, “Ti ho sentito nell’autobus, eccome se ti ho sentito, e ti ho anche visto scendere. Ci ho sperato. Ma quando sono entrata nel portone senza di te, ho concluso che t’era venuto meno il coraggio”.

“In effetti”, finisco con l’ammettere, “ci ho pensato un po’ su. O almeno ho cercato di farlo, ma la tentazione è stata più forte di qualsiasi resistenza. Mi fai ribollire il sangue nelle vene... ancor più perché ne sei consapevole e ti comporti di conseguenza. Ti piace mettere un uomo alla tortura, questa la verità”.

“Certo che me ne rendo conto. Mi eccita vedervi arrapati, con gli occhi da fuori, la bava alla bocca e la patta dei calzoni gonfia. Sento il vostro odore di maschi arrapati, i vostri sguardi bavosi che mi scivolano su ogni punto del corpo. Poteste verificare fra le mie cosce che effetto mi fa...”, conclude mordendosi il labbro inferiore e scoccandomi un’occhiata gravida di lussuria.

“Sei proprio una troia”, dico avvertendo i primi singulti di ripresa del compare, che comincia a scuotersi e stiracchiarsi. “Meriteresti davvero una lezione come si deve”.

“M-mm... vuoi menarmi? Sai che mi eccita? Sì, prendimi a cinghiate sulle cosce, sul culo. Fammi male, poi ficcamelo dentro. Dimmi che mi violenti”.

“Bene. Adesso ti meno”, dico alzandomi, “Adesso ti violento”. Avanzando goffamente, con le caviglie ancora bloccate dai calzoni, l’afferro per i capelli, la bacio selvaggiamente, le mordo la lingua.

“Fottimi”, dice, “fottimi, lurido porco!”, e mi dà una spinta che mi fa ricadere pesantemente sulla sedia. Slaccia i bottoni superstiti della camicetta e la sfila via, poi tira giù anche la gonna. Ha un paio di bocce belle grosse, compresse nel reggiseno nero. Si sfila anche il perizoma e senza perdere altro tempo si genuflette fra le mie cosce. Afferra il barzotto in una mano e comincia a succhiarlo, avidamente, senza tanti preamboli e tecnicismi. Un pompino rude, ma certamente efficace. L’uccello prende immediatamente vigore e si inturgidisce nella sua mano, si gonfia tutto insieme alla testa violacea. Con un verso di volgare risucchio, stacca le labbra e contempla gli effetti della sua arte. “Mmm... che bel cazzo. Bellissimo. Lo voglio tutto nel culo. A mio marito non piace, ha paura di farmi male”.

“Mamma mia”, dico completamente cotto, frastornato dall’improvviso ribaltamento dei ruoli in gioco, “Mamma mia!”

Ci lavora ancora per qualche minuto, succhiandomelo più lentamente però, gustandoselo, dandomi palpate ai coglioni come ritmo. Quando si accorge che sto per venire, si tira su e monta a cavalcioni, facendo sparire l’erezione fra le cosce. Comincia a cavalcarmi disperata, afferrando ai lati il passamontagna e tenendosi alle mie orecchie. “Aaaah, chiavami bastardo. Oddio, oddio come lo sentooo...” Praticamente fa tutto lei, allora, con le orecchie in fiamme, la lana che prende a grattare ancora di più, mi avvento avido sulle grosse mammelle, succhiando i capezzoli con la voracità di un lupo affamato. Più la mordo e più lei gode e aumenta il ritmo. Il sudore ci rende scivolosi e selvatici, i suoi capelli sono incollati alla fronte, il volto deformato in un ghigno satanico, gli occhi due puntolini di brace, mentre ripete come una cantilena “fottimi, fottimi, fottimi!” Avverto il sangue caldo sgocciolarmi lungo il collo e impregnare le maglie del passamontagna. La troia con quelle unghie deve aver fatto un bel macello. Allora le stacco con forza le mani dalle orecchie, grugnendo di dolore, e le mollo un bel cartone sulla guancia sinistra. Lei barcolla e perde l’equilibrio, rovinando all’indietro. L’afferro per una tetta, evitando che sbatta con la testa e dandole il tempo di poggiare ambo le mani per terra. Continuo a fottermela in quella posizione, tenendola per i fianchi. Poi lo tiro fuori e lo oriento verso il buco di dietro. La cappella dilata lentamente l’anello di carne del suo buco di culo, mentre lei miagola come una gatta in calore. “Ah, bastardo”, sibila con tono arrochito dalla voglia e dalla posizione, “vuoi sbattermi quel grosso affare nel culo”. Glielo spingo dentro con forza e prendo a farmela nel culo, mentre con due dita della destra le pompo la fica e col pollice sinistro le sgrilletto forte e veloce il clitoride. Le sue urla disarticolate riempiono la stanza e mi infoiano ancora di più, provocando un’ulteriore accelerata del ritmo fin quando il suo squirt caldo non mi innaffia la pancia dandomi il via per scaricarle nel condotto tutta la sbroda che mi ribolle nei coglioni.

*

Quando riprendo i sensi sono solo nella stanza. Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma ho la testa in fiamme. Mi sfilo il passamontagna e mi tocco delicatamente le orecchie. Il sangue si è già seccato e bruciano un po’ di meno. Mi alzo, mi sfilo i pantaloni dalle caviglie e cerco il bagno. Mi guardo allo specchio e quasi non mi riconosco. Ho l’aria di un reduce, sudato, sfatto, allucinato. Osservo i tagli sulle orecchie e gli ematomi viola. In un cassetto accanto al lavandino trovo dell’acqua ossigenata. La spruzzo sulle ferite. Per un po’ brucia, ma il dolore passa in fretta. Poi ritorno in soggiorno. Mi guardo attorno, ancora rincoglionito, e scorgo un foglio sul tavolo. Leggo.

"Tesoruccio,

sei stato come al solito GRANDE! Sei entrato nel personaggio come desideravo che tu facessi e mi hai fatto godere come una porca. Non ti ho voluto svegliare e mi dispiace andare subito via, ma ho un impegno. Quando ti svegli fai pure una doccia, ti lascio gli asciugamani sul bordo della vasca. In frigo c’è dell’ACE. Chiudi a chiave la porta, quando esci... te le lascio sul tavolino nell’ingresso, poi me le ridai la prossima volta. Mi faccio viva prestissimo!!! Un bacio dove sai tu...

Sonia"

*

Faccio le cose con calma e un’ora e mezzo dopo sono in strada. Seduta su una panchina di fronte al portone c’è la ragazza vestita in nero con l’alopecia da depressione. Fuma e guarda un bimbetto pedalare sul triciclo.

“Deduco che c’era qualcuno nell’appartamento...”, mi fa scoccandomi un sorrisino sarcastico.

“Sei sempre così acida o è solo il mio giorno sfortunato?”, ribatto cercandone di imitare il tono.

“Se lo è, il tuo giorno sfortunato, sarà più per le tue orecchie che per la mia deduzione. Guarda che roba, mi sembrano due lampadine al neon”, e ride.

“Ridi, ridi pure. Ciao ciao”, e faccio per andarmene.

“Ehi, aspetta... scherzavo. Io sono Barbara, piacere”, dice e mi tende la mano, alzandosi. La raggiungo, le stringo la destra e mi presento a mia volta.

“Ti va un gelato?”, chiede. Annuisco e ci avviamo tutti e tre verso il bar più vicino, a due passi dalla fermata dell’autobus. Parliamo del più e del meno e non impiego molto ad apprezzare la sua parlantina sciolta e brillante, sebbene sono irrimediabilmente attratto dalla sue tette che, obtorto collo, catturano i miei sguardi come mosche sulla zanzariera. Quando la riaccompagno a casa il cielo comincia ad arrossarsi e il sole è una grossa arancia che ammicca ruffiana da sopra ai tetti. Al portone le porgo il fratellino, Nicola, che mi dorme in braccio, e lei lo accoglie fra le sue braccia materna.

Prima di andare avanti…

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