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Erotika
L’insostenibile richiamo della fregna · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 32 min di lettura

Violenza carnale

È Sonia a dettare tempi e spazi… Renart aspetta e, nell’attesa, si ammazza di pippe. Il tempo sembra non passare mai, aspettando d’inzupparlo, ma occorre farsi trovare pronti quando il Gran Giorno arriva…

Renart
8 mesi fa · 689 letture · 1

Da quella prima volta a casa sua, rivedo Sonia con regolarità. È lei a dettare tempi e modalità di incontro e, poi, situazioni ogni volta diverse in cui accoppiarsi con quanta foga e animalità i nostri corpi riescano a sprigionare. Io eseguo, da buon adepto, riconoscente per l’estasi che le sue carni riescono a darmi. Ma sono i periodi di inattività sessuale che mi devastano. Sono sempre arrapato e Sonia di media mi reclama 3-4 volte a settimana, quindi i rimanenti giorni li trascorro a scorticarmi l’uccello sul letto, ripensando ai nostri incontri, immaginando i successivi e consumando avidamente pornografia sul web, come è il caso di questa tarda mattinata di inizio luglio in cui, seduto alla scrivania, sfatto per il caldo, scelgo il video di una bionda ossigenata con un gran paio di tette appena cascanti, un culo da puledra da monta e una fessa così pelosa da poterci fare una sciarpa. Il suo manzo è un ragazzo tra i 25 e i 30, di una quindicina d’anni più giovane, una calvizie precoce e incipiente e l’aria allampanata su un corpo segaligno, così emaciato che la camicia gli sta addosso come su una cruccia e senza, come appurerò a breve, gli si vedono le costole come in una radiografia, ma con un bigolo fra le cosce da porto d’armi. La trama è semplice, scontata come richiesto in un porno, come del resto il titolo del cortometraggio: Colloquio di lavoro. Nella prima scena la donna è seduta alla scrivania, occhialini da manager rampante sul naso in perfetto pendant col viola della giacca, aperta su un top bianco col collo arricciato dalle cui trasparenze una panoramica appropriata rivela la pienezza florida di un paio di bocce che rimandano immediatamente, per associazione di immagini, all’idea di un ricovero lussurioso per uccelli in calore, dei quali un degno rappresentante non tarda a bussare alla porta. Avanti, risponde la donna, a malapena alzando lo sguardo da una cartellina azzurra, Prego, chiuda la porta e si accomodi, aggiunge poi, quando la sagoma del ragazzo ha fatto capolino nello studio. Dunque, prosegue la direttrice del personale, lei è il signor La Mazza, e lo squadra da sopra le lenti con uno sbatter di ciglia da leopardona che subito me lo intosta. Mi accendo una sigaretta e mi calo le brache alle caviglie – una zaffata di sperma secco mista all’esalazione ormonale mi aggredisce le narici e m’infoia ancor di più, una foia animale, di bestia selvatica arrapata - mentre la milfona interroga l’esaminando sulle sue esperienze lavorative più recenti. Il tizio, nei fatti addirittura più svagato di quello che già l’espressione abbondantemente suggerisce, sembra non avere grande familiarità col lavoro e non ha nemmeno idea della finalità cui mira il colloquio che sta sostenendo, come se avesse sbagliato posto, cosa che non sfugge alla scafata esaminatrice che, davanti alla scena imbarazzante dell’asino in mezzo ai suoni, come si dice, decide di alzarsi e mostrarsi in tutta la sua silhouette, fasciata nella gonna che completa il tailleur, particolarmente indicata ad esaltare l’opulenza sinuosa dei fianchi. Sotto lo sguardo lesso del ragazzo, in bilico sui tacchi a spillo, la donna si concede una breve passerella costeggiando, e sculettando con ostentazione, il lato più breve della scrivania – di un comune campionario di ufficio – per poggiare infine il barocco deretano sul lato lungo, quasi di fronte al demente, che nel frattempo ha allentato di un bel tot il giro di vite della mascella che ora gli penzola come un arto in necrosi imbarcando aria. Allora, signor La Mazza, possiamo passare adesso alla parte pratica del colloquio, per valutare concretamente l’eventuale idoneità, annuncia la gattona con fare malizioso, incrociando le braccia sotto alle tette, si alzi, grazie. Il giovane riacquista per un momento il controllo sulla sua mascella, deglutisce, poggia entrambe le mani sui braccioli della sedia e si tira su, acquistando la sua naturale postura sbilenca. Slaccia la patta e tiralo fuori, intima subito dopo, passando bruscamente al tu - segnale inequivocabile della volontà dominatrice che converte la distanza formale ma orizzontale in distanza verticale, in cui i ruoli del vertice e della base sono netti e definiti –, quindi si accomoda meglio sul ripiano della scrivania in modo da avere l’agio di accavallare le gambe, operazione che richiede la risalita dell’orlo della gonna che scopre le autoreggenti bianche strette intorno alla carne abbronzata delle cosce. A questo punto, comincio a menarmelo lentamente, ciucciando contemporaneamente la sigaretta. Ad ogni modo, il tipo, mostrando un comprensibilissimo impaccio, esegue l’ordine e il membro, non ancora eretto ma a barzotto, gli penzola dalla patta aperta come la proboscide di un cucciolo d’elefante. Da erudita della materia in questione, la donna si accomoda meglio gli occhialini sul naso e scruta l’attrezzo con scrupolo e attenzione, come se dall’insistenza del suo sguardo ne dipendesse la lievitazione. E in effetti, l’inquadratura del regista sembra cogliere per un attimo il fremito che percorre la carne pubica, ma immediatamente stacca sulla donna che riprende a parlare e, con velato sarcasmo, lascia intendere al giovanotto che così non si va da nessuna parte, che se pure la sostanza sembra esserci in potenza occorre che si tramuti in atto, altrimenti può anche ritirarsi e lasciare il posto a qualcun altro. Ma il ragazzo è giovane, inesperto, timido e imbarazzato, per cui la donna, finora squalo, è colta dal senso materno, rabbonisce i toni, ammorbidisce le parole e conviene che forse il pivello abbisogna di un piccolo stimolo, per così dire, allora gli sorride e tira la gonna su fino al pelo, la cui ombra incombente è più che evidente dalle trasparenze dell’intimo. Il salsicciotto, dotato di un’intelligenza tutta sua, a quella vista sembra essere colto da una scarica elettrica e balza su a scossoni, come i bracci di quelle lampade IKEA che per stendersi del tutto hanno bisogno di diversi passaggi. Bene bene bene, squittisce soddisfatta la giunonica chaperon, cominciamo ad intenderci. Quindi si stende sulla scrivania, tira su le gambe, dando visione di un culo grosso e tondo, anch’esso integralmente abbronzato come le cosce, e sfila il perizoma di pizzo in coordinato con le autoreggenti, per poi rimettersi seduta con le gambe aperte, in modo che la passera sia del tutto visibile. E anche in questo caso l’effetto è immediato, e il cazzo ha un altro scossone che gli dà la forma e la consistenza dell’obelisco dell’Immacolata. Incremento il ritmo della raspa, incollando lo sguardo su quest’ennesima versione dell’Origine, che mi sembra un grosso fiore carnivoro dalle labbra rosa già spalancate, pronte a fare un boccone della sua dose di carne dura. Ma intanto la donna si è tolta la giacca, scoprendo le spalle nude, slaccia il fiocco viola intorno al collo e sfila dall’alto anche il top, il cui bordo intoppa per un attimo sul seno lussureggiante, che si alza di un tot e nel ricadere rimbalza pesante un paio di volte su se stesso, trasmettendomi una scarica erotica che immediatamente si trasferisce alla mano destra, determinando un ulteriore aumento di velocità del saliscendi, e allo stesso tempo, come per osmosi, quello stesso movimento tellurico di carne percuote il cazzo del fortunato co-protagonista della sequenza, che si morde il labbro strabuzzando gli occhi e prende l’iniziativa di stringersi il coso nel pugno, menandoselo lentamente a sua volta. Poi tocca alla gonna, e per toglierla questa dea dell’abbondanza scende dalla scrivania, porta le mani dietro la schiena e tira giù la lampo, dimenando i fianchi per favorire la discesa dell’indumento lungo la superficie delle cosce e inclinando gradualmente il busto in avanti, così che le grosse mammelle, ornate di areole larghe e rosa sulle quali troneggiano capezzoli sugli attenti come soldatini di piombo, prendono a ballonzolare nel vuoto gravitazionale come caciocavalli blanditi da un leggero zefiro primaverile. Sto quasi per venire, allora rallento, prendo fiato, spengo la cicca nel guscio di cocco che funge da posacenere, mi concentro su altri dettagli, tipo lo scarno arredamento della stanza, il ficus alla sinistra della finestra, con i vetri oscurati da orribili veneziane gialline, lo schedario sulla destra, una stampa degli Orologi Molli di Dalì alla sinistra dell’ingresso, sopra il divanetto a due piazze di velluto blu. Niente altro, a parte la scrivania e le due sedie utilizzate dagli attori. Quando il flusso di sangue nella vena centrale dell’uccello rallenta le pulsazioni, ritorno sulla donna, che adesso è di nuovo seduta sulla scrivania, con le gambe aperte e le braccia stese all’indietro, così da reggere l’inclinazione del busto, con le tette che si sono leggermente divise, andando una a destra l’altra a sinistra, tuttavia lasciando il solco ancora piuttosto stretto, così da non mollare nemmeno per un istante l’idea madre che nasce non appena lo si vede. Indossa soltanto gli autoreggenti, adesso, e le scarpe, della stessa tonalità del tailleur e degli occhiali (ancora al loro posto). Spogliati, ordina, e il ragazzo obbedisce, slaccia prima la camicia, denudando il tronco rachitico, poi si libera dei mocassini e dei pantaloni, palesando gambe magre e gracili, che sembrano lì lì per spezzarsi in due, maculate di peli a chiazze, come piccoli cespugli sparsi qui e là su un monte brullo, infine sfila gli slip, mostrando alla telecamera un culo incredibilmente piatto e senza polpa, dal cui solco fa capolino una vegetazione pelifera non propriamente estetica, del tutto simile a quei ciuffi d’erba secca che spuntano tra gli interstizi delle mattonelle sui marciapiedi mal manutenuti. Insomma, la sola parte vitale in quell’uomo è concentrata tutta sul davanti, coagulata intorno al suo cazzo duro e grosso, incredibilmente grosso, come se un membro equino fosse stato avvitato al suo ventre incavato da una natura scherzosa e bizzarra. Nudo come un verme, con la sola eccezione di osceni calzini di spugna ai piedi, il giovane La Mazza, le spalle aguzze un po’ curve, le gambe arcuate e l’arco del cazzo teso allo spasimo e vibrante come un diapason, resta immobile in attesa, squadrato in lungo e in largo dalla matrona, che intanto si rovista distrattamente fra la selva pubica, ghermendone i riccioletti, e che alla fine, posando lo sguardo sulla parte che conta e non trattenendo di umettarsi le labbra prefigurando un seguito elettrizzante, gli intima di leccargliela. Un ordine secco, perentorio, come la frustata di un addomesticatore da circo: leccamela. Il gonzo si fionda come un sanbernardo verso il centro delle cosce della donna, che lo favorisce alzando le gambe il necessario per accoglierne la testa, che subito avviluppa nell’abbraccio delle cosce, piantandogli le punte dei tacchi tra le scapole, che sembrano voler bucare l’esile strato di pelle che le riveste. La macchina da presa trova l’angolo giusto e restringe il campo sulla lingua saettante fra le grandi labbra rosa acceso, il pollice che stana il clitoride fra il pelo fulvo e lo solletica forte, fino a farlo gonfiare e rizzare come un pistillo, il medio dell’altra mano che si apre un varco nel bocciolo e comincia a pompare allo stesso ritmo delle corpose slinguazzate, sulle quali anch’io modulo la velocità della mia sega. E ci sono quasi, infatti devo rallentare di nuovo, stringendo forte il cazzo alla radice, per bloccare l’orgasmo. Accendo un’altra sigaretta, aspiro avidamente calmando le pulsazioni del cuore e ritorno sulle immagini. Il cunnilingus continua senza soluzione di continuità e produce l’effetto inevitabile, con lei che mugola forte, oramai del tutto stesa con la schiena sulla scrivania, con la testa ciondoloni nel vuoto e le dita che arruffano i radi capelli del leccatore, dai quali, come mostra un impietoso fotogramma, si librano in aria pulviscoli di forfora. Aaaaaaahhhh, grugnisce ad un tratto la donna, sbattimelo dentro, voglio il tuo cazzo, scopami fooorteee. La Mazza non si fa pregare, si tira su, con le caviglie della figona che rimangono sulle sue spalle da uccellino, così che la potta, aperta al massimo grazie al lungo lavorìo di lingua, si trova giusto in corrispondenza del suo cazzo che, dopo averne inumidito la cappella contro l’interno delle labbra stillanti miele come da un favo, insolca d’un colpo in quell’andito molle fino alla matrice, e comincia a fottere con decisione, abbracciato alle cosce muliebri per garantirsi una spinta ottimale del bacino, con le tettone che sobbalzano ad ogni affondo, mentre lei rivolta gli occhi all’indietro e spalanca la bocca, come se tra le fauci dovesse accogliere un altro grosso transito tipo quello che la sta penetrando così profondamente da sentirlo nello stomaco, ed esala grugniti rochi e lussuriosi che mi mandano in pappa il cervello e che mettono il turbo alla mia mano, che ora sale e scende sull’asta dura come un manicotto sul pistone lanciato a pieni giri. La telecamera gira lentamente intorno ai due, riprendendo la chiavata da diverse angolazioni e attardandosi, non so perché, sulle chiappe senza ciccia del fottitore, che si aprono e si stringono come un vecchio mantice, ogni volta che il manganello esce e rientra, poi inquadra dal basso i coglioni gonfi che si schiantano contro il sesso della donna, come marosi rigonfi di tempesta che schiaffeggiano una scogliera, quindi risale su e riempie l’obiettivo, vivaddio!, delle morbide e sinuose grazie della femmina in calore, e sulle espressioni deformate del suo viso, zoomando sulla bocca e sugli occhiali, che hanno perso la centratura e ora sobbalzano sghembi, infine il regista conclude la sequenza immortalando il primo piano di La Mazza, le palpebre calanti e la mascella ciondolante, un filo di bava all’angolo destro della bocca e la lingua fuori, come quella di un cane assetato. La situazione – la mia, intendo – precipita al cambio di posizione, quando lei si tira su (mostrando, nell’atto di quell’addominale, tre rotolini di adipe, tre piccole onde di carne che mi mandano in orbita), scende dalla scrivania, si volta e, chinandosi ad angolo retto e poggiandosi con i gomiti sul ripiano del tavolo, offre il suo immenso culo, saldato alle cosce sode e rotonde come colonne di un tempio greco, al giovane che, rimasto orfano del caldo anfratto evidentemente un pelo di troppo, arpiona frenetico i floridi fianchi da giovenca, spinge sull’esterno la presa di carne, così che il solco si allarga mostrando la striscia di pelo che unisce, come un sentiero francigeno, il buchetto grinzoso del culo alla sorca ammiccante, e vi affonda di nuovo dentro, schiantando con più foga ancora il suo ventre contro le chiappe michelangiolesche, producendo uno ciaf ciaf che mi manda in deliquio. Non può durare molto così, sento montare nelle viscere l’orgasmo come albume, non rallento il ritmo della mano, devo assolutamente sbrodare adesso, mi mordo il labbro inferiore nel momento in cui la donna porta una mano fra le cosce e, urlando come un’ossessa, si sgrilletta il clitoride freneticamente mentre il mandrillo sgancia la morsa dalla chiappe e si stende sulla schiena della puledra che sta montando a velocità costante, come un metronomo del cazzo, abbarbicandosi forte alle mammelle e stropicciandone i turgidi capezzoli fra gli indici e i pollici. È qui che schizzo, urlando, pallettoni di sbrodo denso che si schiantano un po’ sulla pancia un po’ sul monitor del pc, colando lungo i fianchi femminei e addensandosi sulla grata bucherellata della cassa dell’audio, quindi mi occorre recuperare alla svelta un kleenex, prima di combinare un guaio, e mi perdo gli ultimi spasmi che mi sferzano l’uccello scuotendomelo come un fuscello in mezzo alla tormenta.

Prima di andare avanti…

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