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Erotika
L’insostenibile richiamo della fregna · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 32 min di lettura

Violenza carnale

È Sonia a dettare tempi e spazi… Renart aspetta e, nell’attesa, si ammazza di pippe. Il tempo sembra non passare mai, aspettando d’inzupparlo, ma occorre farsi trovare pronti quando il Gran Giorno arriva…

Renart
8 mesi fa · 689 letture · 1

Sto riprendendo fiato quando il trillo di un essemmesse irrompe nell’aria immobile, satura di calore e di ormoni.

*

Il 12 nero delle 14 è strapieno. Nonostante i finestrini aperti, il calore sprigionato da tutta questa fauna messa insieme e compressa come conigli nella stia è un miscuglio di sudore, ormoni, deodoranti guastati, cibo che fermenta nelle sporte che matrone sfatte mantengono ferme fra le caviglie gonfie, come pinguini maschi il loro brav’uovo, in attesa che qualcuno liberi un posto, o per gentilezza o perché deve scendere, una mistura mefitica che si fonde in un afrore acre, pungente, e che ristagna in questo cubicolo arancione su ruote conservandosi come in un thermos. Il grosso dei viaggiatori, vista l’ora di punta, sono studenti che producono la chiassosa allegria propria degli ultimi giorni di scuola. Riconosco qualche faccia nota, ci salutiamo con un cenno della testa, visto che le mani sono impegnate a mantenersi, anche solo con un dito, ad un pezzetto di sbarra o di seggiolino. Cerco di guadagnare il centro dell’autobus, chiedendo inutilmente permesso e stringendo fra le dita il biglietto, a mo’ di giustificazione, come se il solo mostrarlo dia per scontato, e quindi motivato, il mio necessario avanzare fino alla testa del mezzo, dov’è collegata l’obliteratrice. Impiego almeno un paio di fermate per arrivarci, sfruttando il movimento tettonico che si produce nella confusa e male orchestrata discesa e salita, ma alla fine, in virtù della corrente umana, sono quasi alla macchinetta, c’è solo l’ostacolo di una donna che la copre, abbarbicata com’è all’asta che la sorregge. Ha i capelli neri e ricci, tenuti assieme come un grosso bouquet da una fascia rossa, una camicetta bianca che le tira un po’ sulle spalle, una gonna leggera, a metà coscia, riempita da un paio di chiappe prepotenti, larghe e sode – come appuro al primo scossone disponibile, grazie al quale sembra del tutto accidentale e privo di qualsivoglia sordida malizia il contatto del mio inguine col suo gran culo. La donna rimane immobile, non accenna a ritrarsi, scorgo il suo sguardo fisso sulla nuca del conducente al di là del divisorio di plastica scura, improvvisata, nonché inutile, bacheca sulla quale fa mesta mostra di sé il regolamento da seguire a bordo e le caratteristiche dell’autobus, con tanto di capienza evidenziata in grassetto. Spingo impercettibilmente il pacco induritosi contro quella carne tosta, sfregandoglielo con un leggero gioco di bacino, e sono quasi certo che la donna abbia risposto con un altrettanto impercettibile rinculo del didetro, calando appena il busto in avanti, anzi, sono sicuro della volontarietà del suo movimento, perché ora aumento la pressione e lo stesso fa lei, con forza uguale e contraria, nel perfetto rispetto della terza legge di quel capoccione di Newton, il che inietta nuova linfa nel mio arrapamento, l’uccello si gonfia come un pavone occupando tutto lo spazio di cui dispone e picchia con la testa per uscire da lì ed entrare altrove. Intontito dall’eccitazione, la mente ottenebrata dalla concupiscenza e incapace di comportarsi secondo la prassi più elementare della ragione, la patta sempre incollata al culo della donna, stacco la mano dalla barra cui è artigliata e, come se non appartenesse più al mio controllo ma agendo per una volontà tutta propria, la sento scivolare sul mio corpo, sul fianco sinistro, giù per la gamba, muovendosi guardinga e silenziosa come una faina nel mezzo di un agguato al pollaio, e da lì ecco che si stacca per coprire i pochi centimetri che la dividono dal poplite femmineo, sfiora appena la vena azzurra che separa la coscia dal polpaccio e subito sale, con i polpastrelli formicolanti d’impazienza, lungo la linea immaginaria che demarca il confine tra il muscolo semitendinoso e il bicipite femorale – i cui nomi mi sono tristemente noti per essermeli stirati all’ultima curva dei 1500 metri in una infausta edizione dei Giochi della Gioventù -, infilandosi sotto la gonna fino a trovare la vasta rotondità del gluteo e lì aprire le dita a ventaglio e arpionare la carne di brace e nuda, in virtù della presenza discreta di un perizoma, il cui filo è risucchiato dal solco che ora percorro col dito medio in tutta la lunghezza, spingendolo alla nicchia ben protetta da fronde morbide e folte, ed ecco che sfiora le labbra, già dischiuse come una magnolia nel giardino dell’Eden, e sta per farci capolino nel mezzo quando la donna si scrolla di colpo, agitando le grosse chiappe, e la mano immediatamente sguscia via, riappropriandosi del suo posto sulla sbarra. Al gesto di insofferenza – così mi è parso – e, insomma, di disappunto, non segue il voltarsi stizzito della donna e una sua piazzata, additandomi vox populi come molestatore, anzi chiede permesso all’amorfo muro di carne che ha davanti e s’incunea in una selva di gambe e braccia e busti accaldati, perché nel frattempo, con uno sfiato e uno sbuffo prolungato, si sono aperte le porte, e occorre far presto a scendere prima che gli appiedati alla fermata, incuranti della norma, si ammassino spingendosi sulle scalette e ingorgando il passaggio. Senza pensarci due volte, mi metto in scia, anche se la donna ha preso un po’ di vantaggio, divincolandosi meglio tra la gente, e, messo piede a terra, devo girarmi a destra e sinistra più volte prima di scorgerla dall’altra parte della strada, la sagoma ondulata che si staglia nella luce abbacinante che sforma ogni contorno e annichilisce la vista, il passo veloce e sicuro, nonostante il tacco importante dei dècolletè neri, la borsa che le sbatte lungo il fianco destro, l’ancheggiare sinuoso ma non sfacciato. Aspetto che volti l’angolo, poi attraverso veloce, approfittando del traffico intenso nei pressi della scuola elementare, e come un cane affamato fiuto la traccia leggera del suo shampoo alla malva che ancora resiste, galleggiando leggero, prima di stemperarsi nell’aria satura di gas di scarico.

Non conosco bene questa zona, anzi il quartiere nel quale mi sono addentrato non rientra nella mia personale mappa della città. È chiaramente un rione popolare, lo si deduce facilmente dall’architettura delle palazzine tutte uguali, caseggiati di tre piani con l’intonaco marrone scrostato, le tende esterne malridotte e le ringhiere arrugginite – sebbene ciascuna di esse, oltre all’immancabile fioriera, ospita l’antenna satellitare per la pay-tv – accavallati l’uno sull’altro in modo da formare blocchi unici separati da stradine secondarie dall’asfalto crepato, ai cui lati si assiepano bancarelle di nocelle e pistacchi e giuggiole varie, di occhiali da sole e borse e cinture taroccate, cd musicali e dvd di film – rigorosamente pirati entrambi - palloncini gonfiati ad elio e altro ancora. Percorro una di queste stradine, quasi del tutto deserta, vista l’incipiente ora del pranzo – dalle finestre aperte si riversano impudicamente sulla strada il rumore dell’acciottolarsi dei piatti, il profumo di ciò che c’è dentro, la notizia di una strage di migranti mescolata alla puntata in corso di Beautiful, le urla di una madre, gli strepiti dei bambini... -, fatta eccezione di una coppia di anziani che fuma su una panchina e di un gruppo di ragazzi che confabulano sulle scale di un portone, passandosi furtivamente qualcosa da una mano all’altra. Svolto un paio di volte e poi la vedo, in cima ad un vicolo senza uscita, armeggiare con le chiavi vicino al portone dell’ultima palazzina, quella che chiude la strada. E adesso che faccio, mi chiedo, sono venuto fino qui, e allora? Cosa mi credo di poter fare adesso, raggiungerla con una corsa e farmela contro al portone? Il buonsenso mi porta a valutare seriamente l’opzione di ritornare sui miei passi, farmi un panino e cercare la fermata dell’autobus più vicina, ma nei tetri antri dentro di me è un continuo pompare di adrenalina che mi manda su di giri, e la bestia che si sbatte nei calzoni è decisamente più forte del buonsenso, per cui, quando la donna entra, prima che il portone si richiuda alle sue spalle – fortunatamente con molta lentezza – riesco a coprire la distanza e infilare il piede tra lo stipite e il battente.

L’atrio è al buio, schiaccio l’interruttore accanto al portone ma non succede niente. C’è un odore nauseante, di roba da mangiare riscaldata, verdura del tipo verza e di fritto, ma anche di gatto, di terriere non pulite e di piscio, sì, c’è puzza di piscio di gatto. Non c’è ascensore. Prendo a salire le scale, guardandomi intorno e tendendo le antenne. Dalle porte – almeno dalle tre che danno sul pianerottolo del primo piano - esce ovattata la voce della televisione, come sottofondo naturale sul quale poi si innervano i rumori propri di chi vi abita. Al secondo piano, do una sbirciata alle targhe sulle porte, che chiaramente non mi dicono niente – cosa posso mai sperare di trovarci scritto?: sono qui, entra e stuprami? – e letteralmente mi si ferma il cuore quando una voce mi coglie da dietro, chiedendomi chi stia cercando. Mi volto, è una ragazza vestita tutta di nero, calzoni larghi e camicione. Bassina, ma con due tette enormi che premono dentro la confezione a lutto che indossa. Non riesco a non fissarle, così come non so cosa risponderle. Lei accende una sigaretta e, con le chiavi in mano, mi dice di spostarmi, che deve entrare. Che figura di merda. Ti è andata bene che non c’è mio padre, m’informa, ché se ti beccava a fare il palo qui fuori ti gonfiava di mazzate. Sta richiudendo la porta, ma si gira a guardami. Ha il viso tondo che sembra tracciato col compasso di una mano invisibile, il puntale sul naso e l’indice che ne disegna il cerchio perfetto; gli occhi grandi e neri, la bocca carnosa; i capelli radi e stopposi, legati in un codino striminzito. Si tratta di un’alopecia da stress, mi dice come leggendomi nel pensiero, dovuta alla depressione. Poi, indicando col mento lo zaino che ho in spalla, aggiunge: “Non ci serve niente, né cerotti né buste per l’immondizia né mollette per i panni né tantomeno kleenex a un velo, che quando ti soffi il naso ti ritrovi le dita impiastricciate di moccio. Difficile che fai un centesimo in questo palazzo di morti di fame”.

Prima di andare avanti…

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