Giovanni uscì di casa con passo incerto, la mente annebbiata dalle immagini della notte. Elena rimase sola. Si sedette sul divano, le gambe accavallate, e guardò l'orologio. Le ore passavano lente. Ogni ticchettio sembrava un battito cardiaco. Si alzò e iniziò a pulire la casa con frenesia, spolverando ogni superficie, riordinando i cuscini. Poi si fermò davanti alla finestra del salotto, le dita che tamburellavano nervosamente sul vetro. Il sole tramontava, tingendo la stanza di arancione. Pensò a Paolo. Alle sue mani ruvide che le avevano strappato i vestiti. Al suo odore di sudore e tabacco. Al dolore che si era trasformato in piacere. Un brivido le attraversò la schiena. Si portò una mano tra le gambe, premendo forte. Non era disgustata. Era eccitata. "Stasera," sussurrò. "Stasera mi prenderà di nuovo."Quando Paolo bussò alla porta alle nove precise, Elena aveva le guance arrossate. Aprì lentamente. Lui era lì, massiccio contro lo stipite, gli occhi neri che la scrutavano dall'alto in basso. "Sola?" chiese, la voce un brusio roco. Elena annuì, facendolo entrare. Paolo chiuse la porta a chiave. Il rumore del chiavistello fece vibrare l'aria. Senza preamboli, le afferrò i fianchi, schiacciandola contro il muro. "Hai pensato a me?" mormorò, il fiato caldo sull'orecchio. Elena annuì di nuovo, il respiro che si fece affannoso. "Sì," sussurrò. "Ho pensato al tuo cazzo nel mio culo." Paolo rise, una risata bassa e soddisfatta. Le strappò la gonna con un gesto secco. "Allora mostrami quanto lo vuoi."Giovanni tornò che la notte era fonda. La casa era immersa nel silenzio. Sentì subito l'odore: sudore, tabacco e qualcosa di dolciastro. Troppo familiare. Attraversò il corridoio a passi felpati. La porta della camera da letto era socchiusa. Vide Paolo addormentato sul letto, nudo, il corpo possente che occupava metà del materasso. Elena era in piedi davanti alla finestra, avvolta in un lenzuolo strappato. Si voltò. Il suo sguardo incrociò quello di Giovanni. Non c'era vergogna. Solo sfida. Con un cenno del capo, indicò il pavimento accanto al letto. Una pozza di sperma biancastro brillava al chiarore lunare. "Pulisci," mormorò. "Prima che si svegli."Giovanni obbedì. S'inginocchiò tremando. Il sapore salmastro gli riempì la bocca mentre leccava il pavimento freddo. Ogni goccia era un pugnale. Sentiva gli occhi di Elena su di lui. Paolo russò forte, girandosi sul fianco. Elena si avvicinò al letto. Con delicatezza insolita, sistemò una ciocca di capelli sulla fronte di Paolo. Poi tornò verso Giovanni, il lenzuolo che le scivolò dalle spalle. I lividi sulle sue cosce erano più scuri, freschi. "Ha deciso di restare la notte," sussurrò. "Tu dormirai sul divano." Indicò il seme che le colava lungo la gamba destra. "Dopo che hai finito qui, pulisci anche questo."La mattina seguente, Paolo si svegliò all'alba. Scostò le tende. La luce cruda illuminò i segni delle dita sulle anche di Elena. Lei dormiva bocca aperta. Paolo si vestì in silenzio. In corridoio, trovò Giovanni seduto a tavola, le mani vuote. "La banca?" chiese Paolo, accendendo una sigaretta. Giovanni scosse la testa. "Non mi hanno dato il prestito." Paolo sorrise. Un lampo di soddisfazione. "Allora è fatta. Elena è mia." Sfiorò la maniglia. "Stasera torno. Preparala."Elena uscì dalla camera mentre Paolo attraversava il giardino. Si fermò sulla soglia. Il lenzuolo le scivolò a terra. I segni viola sulle costole sembravano fiori marci. "Mi ha detto tutto," sussurrò a Giovanni. "Ora vattene. Devo pulire la casa per lui." Giovanni rimase immobile. "Non posso lasciarti..." Elena lo interruppe con una risata secca. "Sei già morto per me. Sei solo il cane che lecca il pavimento." Gli voltò le spalle. Il seme di Paolo le colava lungo le cosce.Per ore, Elena strofinò ogni superficie. Lavò le lenzuola impregnate dell'odore di Paolo. Spruzzò il suo profumo sui cuscini. Quando il tramonto tingeva i vetri di rosso, si immerse nella vasca. Strofinò la pelle fino a farla bruciare. Ma sotto l'acqua calda, le dita tornarono tra le gambe. Premettero sul livido a forma di morso. Un gemito le sfuggì. Paolo l'aveva marchiata lì. Proprio dove il piacere era esploso.Alle nove precise, il bussare risuonò. Solido. Autoritario. Elena aprì a torso nudo. Paolo entrò come un temporale. "Giovanni?" chiese, sfiorandole un capezzolo con il dito indice. "Via," sibilò lei. "Per sempre." Un lampo di sorpresa negli occhi di Paolo. Poi un ghigno. Le afferrò i polsi. "Brava puttana." La spinse contro il tavolo. Il legno scricchiolò. I piatti caddero in frantumi. Lui le sollevò le gambe. "Oggi voglio la gola." Il cazzo duro le sfregò il collo. Elena chiuse gli occhi. Aspettò. Il dolore. Il dominio. Il vuoto che si riempiva.SUMMARY^1: Elena ordina a Giovanni di andarsene per sempre dopo averlo definito un cane. Pulisce ossessivamente la casa per Paolo e, nella vasca, si masturba ricordando la violenza subita. Quando Paolo arriva, Elena gli apre a seno nudo, annuncia che Giovanni è sparito e Paolo, sorpreso ma soddisfatto, la violenta contro il tavolo, minacciando di sodomizzarle la gola.Paolo le rovesciò la testa all'indietro. "Apri." La voce era un comando. Lei obbedì. La punta le sfiorò l'ugola. "Più." Spinse. Elena soffocò. Le lacrime bruciarono. Le mani di Paolo le serrarono il cranio. "Succhia. Come se la tua vita dipendesse da questo." E lei succhiò. Con rabbia. Con disperazione. Con gratitudine. Il sapore di sale e pelle la inondò. Paolo gemette. "Così. Proprio così." Le dita le affondarono nei fianchi. Lividi su lividi.Quando sborrò, fu un fiotto caldo che le riempì la gola. Elena ingoiò convulsamente. Ogni singola goccia. Si sentì svuotare. Riempire. Paolo le ritrasse il cazzo bagnato. Le diede un colpetto sulla guancia. "Brava cagna. Ora, in ginocchio." Lei scivolò a terra. Le natiche nude sul pavimento freddo. "Ora sei mia," disse Paolo, aggiustandosi i pantaloni. Gli occhi neri la trafissero. "Farai tutto quello che ti ordinerò. Quando. Dove. Come voglio." Un sorriso crudele. "Cominciamo dalle regole."Si chinò. Le afferrò il mento. "Primo: non ti vestirai più in casa. La tua pelle è il mio tappeto." Le sue dita strisciarono sul collo violaceo. "Secondo: quando entro, ti presenti subito. A quattro zampe. Con il culo in aria." Unghie affondarono nei lividi. Elena trattenne un gemito. "Terzo: la mia sborra non si spreca. Ogni goccia va raccolta. Con la bocca." Le schiaffeggiò una guancia. "Capito?""Si..." iniziò Elena, la voce strozzata.Paolo le afferrò i capelli, costringendola a guardarlo. "Si, padrone. Devi chiamarmi padrone." La sua mano schiaffeggiò il livido sul suo fianco. Un dolore acuto che le fece contrarre la pancia."Si, padrone," sussurrò Elena, gli occhi che bruciavano di sottomissione e desiderio. La parola le bruciò la lingua, ma un brivido caldo le scorse lungo la schiena. Essere sua proprietà non era più un'umiliazione. Era una verità bruciante che le riempiva le vene.Paolo la scrutò, un ghigno lento che gli solcò il volto. "Padrone ora scopami ho tanta voglia di te, devi dirmi così" ordinò, la voce un ruggito basso che fece vibrare l'aria.Elena piegò la schiena, offrendo il culo ancora segnato dai lividi violacei della notte prima. "Padrone, ora scopami," sussurrò, la voce roca ma carica di una tensione elettrica. "Ho tanta voglia di te." Le parole le bruciarono la lingua, ma un fremito caldo le attraversò il ventre. Era vero. Un desiderio animale, primitivo, che annullava ogni vergogna. Paolo le affondò le dita nei fianchi, premendo sui lividi freschi. Un dolore acuto che si trasformò in brivido. "Dove vuoi la tua puttana, padrone?" aggiunse, spingendo il sedere all'indietro contro di lui. Sentiva il cazzo duro attraverso i pantaloni, un'arma pronta.Paolo le schiaffeggiò le natiche
con forza. Lo schiocco secco rimbombò nel silenzio della casa. "A quattro zampe. Sul tavolo." La spinse brutalmente verso il mobile di legno, dove i piatti rotti giacevano ancora. Elena obbedì, le ginocchia che battevano sul pavimento freddo mentre si sollevava sul ripiano. I cocci le graffiarono la pelle, ma il dolore era un fuoco lontano. Paolo le strappò via il lenzuolo rimasto. "Il culo più in alto," ringhiò, afferrandole i fianchi. Lei inarcò la schiena, offrendosi completamente. Un gemito le sfuggì quando la punta del suo cazzo le sfiorò il buco ancora gonfio e arrossato. "Padrone, ti prego..." implorò, spingendosi all'indietro. "Riempi il mio culo. Fammi sentire chi sono."Lui non la fece aspettare. Un colpo secco, brutale. Elena urlò quando la carne cedette, il dolore che esplose in un piacere accecante. Paolo le affondò dentro con un singolo movimento potente, fino alle palle. Le sue mani le serrarono i fianchi, le dita che affondavano nei lividi freschi. "Sei stretta come una vergine," sibilò, iniziando a pompare con colpi profondi e regolari. Ogni spinta la schiacciava contro il legno, i cocci che le laceravano la pelle del ventre. Elena gemette, un suono roco e continuo. Il dolore si mescolava al dominio, alla resa totale. Sapeva solo il movimento di Paolo dentro di lei, il calore che le divampava nelle viscere, il respiro roco del padrone sulla sua nuca."Padrone... sì... fammi godere," ansimò Elena, le parole che le uscivano a fiotti tra un colpo e l'altro. Spinse il culo all'indietro, cercando di prenderlo ancora più in profondità. Paolo rise, una risata gutturale. Le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa. "La mia puttana vuole venire?" sibilò all'orecchio. "Allora vieni. Adesso." Accelerò il ritmo, i colpi che diventarono furiosi, devastanti. Elena sentì l'orgasmo esploderle dalla pancia, un fiume di fuoco che le bruciò le vene. Gridò, il corpo che si contorse violentemente sotto la presa di Paolo. Lui non rallentò. Continuò a sfondarla mentre lei tremava, il piacere che si trasformava in un dolore estatico.Quando Paolo sborrò, fu un getto violento che le riempì il culo già pieno. Elena gemette, sentendo il calore espandersi dentro di lei. Lui rimase immobile per un istante, il cazzo ancora sepolto fino alle palle, poi si ritrasse con un suono umido. Lo sperma le colò subito fuori, caldo e abbondante, sul pavimento tra i cocci. "Lava," ordinò Paolo, aggiustandosi i pantaloni. Indicò la pozza biancastra con la punta dello stivale. "Con la lingua. Ogni goccia."Elena scivolò giù dal tavolo, le ginocchia che battevano sui frammenti di ceramica. Non esitò. Si chinò e iniziò a leccare il pavimento freddo, il sapore salmastro che le riempiva la bocca. Paolo la guardò, accendendo una sigaretta. "Poi vai a vestirti," disse tra una boccata e l'altra, il fumo che gli avvolgeva il volto. "Ti porto in un posto."Nella camera da letto, Elena aprì il cassetto più basso. Sotto le mutande di cotone di Giovanni, trovò un pacco avvolto in carta velina. Paolo gliel'aveva fatto recapitare quel pomeriggio. Strappò l'involucro con mani tremanti. Dentro, un corpetto rosso sangue in pizzo, così trasparente che lasciava intravedere i capezzoli. E un perizoma minuscolo, con un fiocco di seta proprio sopra il buco del culo. Si vestì lentamente. Il pizzo le scorticava i lividi, ma il dolore era un promemoria. Un brivido le attraversò la schiena quando vide il suo riflesso: la pelle violacea che splendeva attraverso i merletti, il perizoma che evidenziava le tracce biancastre tra le cosce.Paolo entrò senza bussare. I suoi occhi neri la divorarono. "Perfetta," sibilò. Le passò una mano sul fianco, premendo sul morso ancora fresco. Elena trattenne un gemito. "Dove mi porti?" chiese, la voce un filo di speranza. Paolo le afferrò il mento, le dita che affondarono nella carne. "Tu non devi chiedere," ringhiò, il fiato caldo di sigaretta sul suo viso. "Devi solo obbedire. Ora sei mia e farai tutto quello che ti ordino." Una pausa carica di minaccia. "Mi sei costata centomila euro. Dovrò pure recuperarli in qualche modo." Le sue dita strisciarono sul corpetto, strappando un merletto. "Cammina."La macchina di Paolo puzzava di sigaro e sudore. Elena sedette sul sedile di pelle fredda, le gambe nude che tremavano. Attraversarono la città, le luci dei lampioni che le sfrecciavano addosso come lame. Paolo parcheggiò in un vicolo buio dietro un edificio anonimo, porte di metallo senza finestre. "Fuori," ordinò. La spinse avanti verso un ingresso secondario sorvegliato da due uomini massicci. Uno di loro fischiò. "Nuova merce, Paolo?" Paolo gli diede una pacca sulla spalla. "La migliore. Fresca di addestramento." Aprì la porta. Un muro di musica elettronica e odore di alcol colpì Elena in pieno volto.La sala era una caverna di luci stroboscopiche e corpi sudati. Sul palco, due donne danzavano attorno a un palo, i corpi lucidi d'olio. Paolo spinse Elena verso un camerino stretto, pieno di lingerie appesa e trucchi sparsi. "Spogliati. Tutto tranne il corpetto e il perizoma." Le lanciò un paio di tacchi a spillo alti. "Questi. E impara a sorridere." Prima che potesse rispondere, un uomo in giacca lucida entrò. "La nuova? Quanto?" Paolo incrociò le braccia. "Cinquanta a ballo. Cento se la tocca. Duecento se la porta in privé." L'uomo scrutò Elena, gli occhi che le scivolarono sul morso viola visibile attraverso il pizzo. "Ha già... assaggiato?" Paolo rise. "La carne è tenera. Ma morde solo quando glielo ordino io."Elena tremava mentre saliva sul palco secondario. Le luci accecanti la costrinsero a socchiudere gli occhi. Sotto, ombre di uomini seduti a tavolini bassi, bicchieri di whisky in mano. Uno sbatté un pugno sul tavolo. "Scuoti quel culo, troietta!" Un altro rise, lanciando una banconota da venti sul palco. Elena guardò Paolo in fondo alla sala. Lui annuì, gli occhi freddi come lame. Cominciò a muoversi, goffamente all'inizio. Il perizoma le tagliava la carne. Poi ricordò le mani di Paolo sui suoi fianchi, la voce che le ordinava di piegarsi. Si inarcò contro il palo metallico, freddo sulla schiena. Un gemito le sfuggì quando il tessuto strofinò sul livido. Il pubblico urlò. Banconote volarono ai suoi piedi.Poi vide un uomo parlare con Paolo. Alto, giacca di pelle, un anello d'oro che luccicava al neon. Parlavano a bassa voce, l'uomo indicava Elena con un cenno del capo. Paolo fece un gesto secco verso di lei. Vieni qui. Elena raccolse le banconote sparse sul palco, le dita che tremavano sul denaro umido di sudore. Scese, i tacchi che vacillavano sul pavimento appiccicoso. Paolo si fece consegnare i soldi e la spinse verso l'uomo. "Vai con lui. Venticinque minuti. Non un secondo di più." L'uomo sorrise, mostrando denti gialli. "Seguimi, bocca di velluto." La prese per un polso, stringendo dove Paolo l'aveva segnata la notte prima.La stanza privata era un cubicolo di velluto rosso consumato, con un divano a due posti e una lampada fioca. L'odore di disinfettante non copriva la puzza di sesso vecchio. L'uomo chiuse la porta a chiave. Si sedette, le gambe aperte. "Succhia." Non un preambolo. Elena si inginocchiò sul tappeto ruvido. Le sue mani tremavano mentre slacciava la cerniera. L'odore acre la fece tossire. "Presto, troia. Ho pagato." Affondò le dita nei suoi capelli, spingendole la faccia contro l'inguine. Elena chiuse gli occhi. Immaginò le mani di Paolo, la sua voce. Succhia. Come se la tua vita dipendesse da questo. Il sapore era diverso. Più amaro. Più violento. L'uomo gemette, premendole la testa più forte. "Così... proprio così..." Il suo anello d'oro le graffiava la nuca. Venticinque minuti. Ogni secondo bruciava.Quando tornò nel locale, le ginocchia le tremavano. Paolo era al bancone, un bicchiere di whisky in mano. "Quanto?" le chiese senza voltarsi. Elena gli porse le banconote umide che l'uomo le aveva ficcato nel perizoma. "Cento." Paolo contò i soldi con lentezza deliberata. Poi le afferrò la nuca, attirandola a sé. "Hai fatto la brava?" Il suo fiato sapeva di fumo e rabbia. Elena annuì, gli occhi bassi. "Sì, padrone." Lui le passò un dito sul labbro gonfio. "Lavati quella bocca. Poi torna sul palco. Un altro cliente ti aspetta."Nello spogliatoio, Elena si sciacquò la bocca con vodka rubata. Il liquore bruciò le ferite. Nel riflesso dello specchio screpolato, vide il rossore sulla guancia sinistra, dove l'uomo l'aveva schiaffeggiata per farla ingoiare più in fretta. Si aggiustò il corpetto strappato sul fianco. La musica pulsava oltre la porta, un battito primitivo. Quando riapparve sul palco, le luci viola accecarono. Un nuovo uomo aspettava in prima fila: panciuto, cravatta slacciata. "Scuoti quelle tette, troia!" urlò, sbattendo una banconota da cinquanta sul bordo.Paolo osservava dall'ombra, vicino alle uscite di sicurezza. Un sorriso freddo gli increspò le labbra quando un altro cliente, magro e dagli occhi febbrili, gli sussurrò all'orecchio indicando Elena. Un cenno di assenso. Soldi cambiati di mano.Finita l'esibizione sul palco Elena si avvicinò a Paolo e porgendogli i soldi disse "Portami a casa, ti prego, sono stanca e... ho voglia di te. "Ci andremo a casa, ma prima devi andare con quell'uomo, ha gia pagato per stare con te"Elena rassegnata si avvicino all'uomo , un tipo molto distinto, alto, vestito elegantemente, in contrasto con l'ambiente. Quando gli fu vicino vide anche che era un bell'uomo brizzolato con due grandi occhi azzurri. Lui la prese per mano e la porto nel privèe Vip, poi chiuse la porta dietro le sue spalle, si sedette su un divano di pelle nera e le disse "Siediti accanto a me, non aver paura, non ti farò del male. Come ti chiami?" Elena si sedette accanto a lui, le mani tremavano ancora. "Mi chiamo Elena" disse con voce bassa e roca. "Mi chiamo Luca, piacere. Ti vedo molto tesa, ti offro un drink?" Elena annuì, sorpresa dalla gentilezza di quell'uomo. Luca le porse un bicchiere di whisky. "Sai, ho pagato Paolo per parlare con te, non per altro." Elena bevve un sorso, il liquore le bruciò la gola ma la calmò. "Perché?" chiese, confusa. Luca si sporse in avanti, gli occhi azzurri che la scrutavano con intensità. "Perché quella paura nei tuoi occhi non è di chi fa questo lavoro per scelta. E quei lividi... Paolo ti costringe, vero?" Elena abbassò lo sguardo sul bicchiere, le dita che stringevano il cristallo. Un nodo le serrò la gola. Per la prima volta da settimane, qualcuno aveva visto oltre la maschera. Luca le sfiorò una mano. "Se vuoi scappare, posso aiutarti. Adesso." Elena alzò gli occhi pieni di lacrime. La parola "scappare" risuonò nella sua mente come un'eco lontana. Ma poi ricordò le mani di Paolo sui suoi fianchi, il sapore del suo seme, il vuoto che si riempiva solo con la sua violenza. Scosse la testa. "Non posso." Sussurrò. "Sono sua." Luca sospirò, deluso. "Come vuoi." Si alzò, lasciando una banconota da cento euro sul tavolo. "Se cambi idea, chiamami” disse lasciandole il suo bigliettino da visita che Elena nascose negli slip." Uscì, lasciandola sola nella stanza rossa. Elena rimase immobile, il whisky intatto. Poi raccolse i soldi, asciugò le lacrime con il dorso della mano, e tornò da Paolo. Lui la scrutò, un ghigno sulle labbra. "Tutto a posto, puttana?" Elena annuì, porgendogli i soldi che Luca le aveva dato. "Sì, padrone. Portami a casa ora. Ho bisogno che mi riempia di nuovo."Tornarono a casa Elena ando in bagno a lavarsi nascondendo il biglietto da visita di Luca nel suo Beauty case. Poi entrò in camera. Paolo la scaraventò sul letto, strappandole via il perizoma., Elena chiuse gli occhi. Le sue dita ruvide le divaricarono le natiche con brutalità. Un gemito le sfuggì quando la punta del suo cazzo le sfiorò il buco ancora gonfio e sensibile. "Apri," ringhiò Paolo, sputandole sulla carne contratta. Elena obbedì, rilassando i muscoli con uno sforzo sovrumano. Lui entrò d'un colpo secco, senza preavviso, riempiendola di un dolore familiare che subito si mutò in calore. Elena afferrò le lenzuola, le nocche bianche. Paolo le affondò dentro con colpi profondi, regolari, ogni spinta che la schiacciava contro il materasso. "Sei fatta per questo, cagna," sibilò, afferrandole i capelli per tirarle indietro la testa. "Per sentire il mio cazzo nel tuo culo." Elena annuì, ansimando. Era vero. Solo quando sentiva il cazzo di Paolo ancora una volta nel suo culo trovava pace e piacere. Quel dolore acuto che bruciava le viscere, quella pienezza devastante, era l'unica cosa che annullava il vuoto, che la faceva sentire reale. Posseduta. Completamente sua. Un brivido di estasi le percorse la schiena quando lui accelerò, i fianchi che schiaffeggiavano le sue natiche con forza animale. "Sì, padrone," gemette, spingendosi all'indietro per prenderlo più in profondità. "Riempi il tuo buco... fammi sentire chi sono..." Paolo ringhiò soddisfatto, le dita che le affondavano nei fianchi lividi. "La mia troia da sfondare." E lei lo era. Fino all'ultimo centimetro.Paolo la scopò con furia crescente, il sudore che gli colava sulla schiena di Elena. Ogni colpo era una rivendicazione, un marchio. Lei urlò quando l'orgasmo la travolse, un'esplosione di fuoco che sembrò lacerarle le viscere. Paolo non rallentò. Continuò a martellarla mentre lei tremava, il piacere che si trasformava in un dolore estatico, una resa totale. Quando sborrò, fu un getto violento che le riempì il culo già pieno, caldo e abbondante. Rimase immobile per un istante, sepolto fino alle palle, poi si ritrasse con un suono umido. Lo sperma le colò subito fuori, scivolando lungo le cosce sul lenzuolo. "Lava," ordinò Paolo, indicando la pozza biancastra sul materasso. "Con la lingua. Ogni goccia." Elena si girò, le gambe che tremavano. Si chinò sul lenzuolo macchiato e iniziò a leccare, il sapore salmastro e familiare che le riempiva la bocca. Paolo la guardò, accendendo una sigaretta. "Domani torniamo al locale," disse tra una boccata e l'altra. "Hai fatto buona impressione." Un sorriso crudele. "La tua gola piacerà a molti." Elena continuò a leccare, il cuore che batteva forte. Il vuoto si stava già riaffacciando. Aveva bisogno di altro. Di più. "Padrone..." sussurrò, alzando gli occhi pieni di desiderio. "Dammelo ancora. Adesso. Nel culo. Spingimelo tutto dentro... fammi sentire dolore, fammi sentire piacere... fammi sentire che sono tua. Per sempre." Paolo spense la sigaretta sul comodino. I suoi occhi neri brillarono di un piacere feroce. "A quattro zampe. Subito."Elena si sollevò sulle ginocchia, offrendo il culo ancora aperto e tremante, segnato dai lividi viola. Paolo le afferrò i fianchi con forza, le dita che affondarono nelle ferite fresche. Un dolore acuto che si trasformò in brivido. La punta del suo cazzo, già di nuovo dura, le sfiorò il buco sfiancato. "Apri," ringhiò. "Come si apre una puttana." Elena obbedì, spingendo all'indietro con un gemito roco. Lui entrò d'un colpo, senza pietà, riempiendola di un'agonia familiare che bruciò come liquido infuocato. Un grido le strappò la gola. Paolo non le diede tregua. Iniziò a pompare con colpi profondi, devastanti, ogni spinta che la schiacciava contro il materasso. Le sue mani le serrarono i fianchi, le unghie che affondavano nei lividi. "Sì... così..." ansimò Elena, le lacrime che le bruciavano le guance. Il dolore si fuse al dominio, alla resa totale. Ogni centimetro di Paolo dentro di lei era una conferma: era sua proprietà. Nient'altro. "Più forte, padrone!" urlò, spingendo il culo all'indietro per prenderlo più in profondità. "Sfondami... fammi sentire chi sono... la tua troia da riempire!" Paolo ringhiò soddisfatto, accelerando il ritmo fino a renderlo furioso. I fianchi schiaffeggiavano le sue natiche con violenza animale. Elena sentì un nuovo orgasmo esploderle dalla pancia, ancora più potente del primo. Gridò, il corpo che si contorceva sotto la sua presa. Era piena. Di lui. Del suo dolore. Del suo piacere. Del suo vuoto finalmente colmato.Paolo la teneva ferma, continuando a martellarla mentre lei tremava nell'estasi. Sentì il suo respiro farsi più roco, le mani stringerle i fianchi con una presa di ferro. "Sto per sborrare, cagna," sibilò, il fiato caldo sulla sua nuca. Elena lo sentì irrigidirsi, le palle che si contraevano contro la sua carne. Un'ondata di panico. No. Dentro no. "Padrone, aspetta!" urlò, contorcendosi sotto di lui. "Non dentro! Non nel culo!" Paolo rallentò per un istante, sorpreso. "Cosa?" Elena si girò quanto poteva, gli occhi pieni di una disperazione improvvisa. "In bocca... ti prego..." sussurrò, la voce rotta. "Voglio la tua sborra in bocca. Voglio berla. Tutta. Calda." La preghiera le bruciò la lingua. Era un bisogno viscerale, più forte della vergogna. Doveva sentire il suo sapore, ingoiarlo, farlo suo. Doveva sentirlo scendere in gola, bruciare, riempirla. Era l'unico modo per placare il vuoto che già riaffiorava. "Ti prego, padrone... fammi bere il tuo seme... fammi sentire che sono la tua cagna assetata..."Paolo la scrutò, gli occhi neri che sembrarono indecisi per un attimo. Poi un ghigno lento gli increspò le labbra. "La mia troietta vuole bere?" Le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa con brutalità. "Allora apri quella bocca da puttana." Elena obbedì, spalancando le labbra, il cuore che le martellava nel petto. Paolo si ritrasse dal suo culo con un suono umido e le puntò il cazzo ancora pulsante contro la faccia. "Succhia. Fino all'ultima goccia." Elena afferrò la base con le mani tremanti e lo portò alla bocca, ingoiandolo fino in gola. Il sapore salmastro, familiare, la inondò. Paolo gemette, affondando le dita nei suoi capelli. "Così... succhia forte, troia..." Elena chiuse gli occhi, concentrandosi solo sul cazzo in gola, sul sapore che la riempiva, sul rumore roco del suo respiro. Sentì le palle contrarsi, il cazzo pulsare violentemente. Poi l'esplosione. Calda, densa, abbondante. Un getto dopo l'altro che le riempiva la gola, costringendola a inghiottire a fatica. Si sentiva soffocare, ma era un'estasi. Il vuoto si riempiva. Era sua. Completamente.Paolo la tenne ferma, spingendole la testa più in basso mentre scaricava fino all'ultima goccia. Quando si ritrasse, Elena ansimò, il mento bagnato di saliva e sperma. Le labbra le formicolavano. Guardò in alto, verso il volto del padrone. C'era qualcosa di diverso nei suoi occhi. Non più solo ferocia, ma una strana, intensa concentrazione. Quella devozione totale, quella fame disperata per il suo seme, lo aveva colpito nel profondo. Un brivido gli attraversò il viso. Senza una parola, Paolo le afferrò il viso con entrambe le mani, ruvide e calde. Non uno schiaffo. Non una presa violenta. Le tirò su verso di sé. Poi la baciò. Con una passione improvvisa, grezza, ma innegabile. Le sue labbra schiacciarono le sue, la lingua che le invase la bocca, mescolando il sapore dello sperma. Elena rimase immobile, scioccata. Il bacio fu breve, brutale, ma carico di un'emozione che non aveva mai visto in lui. Paolo si staccò, il respiro affannoso. I suoi occhi neri la scrutavano, quasi confusi. "Sei... diversa," mormorò, la voce più bassa del solito. Un lampo di qualcosa che poteva essere ammirazione, o forse l'inizio di qualcos'altro, attraversò il suo sguardo.Elena rimase in silenzio, il cuore che le batteva all'impazzata. Il bacio bruciava ancora sulle sue labbra, più intenso di qualsiasi dolore o piacere provato prima. Era stato possessivo, certo, ma anche... intimo. Un riconoscimento. Paolo si alzò dal letto, voltandole le spalle. Si infilò i pantaloni con movimenti bruschi. "Domani al locale," disse, la voce tornata al solito tono di comando, ma meno tagliente.
