Vai al contenuto
Erotika
ELENA · Cap. 1
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 1 di 1 93 min di lettura

ELENA

AMORE CUCKOLD

Anna Bolerani
11 mesi fa · 1.2k letture · 3

Elena allungò le mani tremanti e le passò fra le natiche impregnate di sperma, massaggiandosi il buco del culo con gesti circolari, lenti. Le dita affondavano nella carne calda e umida, mescolando sudore e liquido viscoso. Un gemito soffocato le sfuggì dalle labbra quando la pressione sfiorò la carne tumefatta."Ti fa male?" chiese Giovanni, avvicinandosi con passo incerto. La sua voce era un filo di premura che si spezzava nell'aria pesante. Si inginocchiò sul pavimento freddo accanto a lei, gli occhi fissi sul segno rosso-violaceo dei morsi sulle sue cosce. "Vuoi che ti pulisca? Sei ancora tutta... piena di lui".Quelle parole ebbero uno strano effetto su Elena. Essere ancora impregnata dello sperma di Paolo non la disgustava. Anzi. Un fremito caldo le attraversò il ventre quando le dita continuarono a massaggiare il buco dolente, premendo più forte proprio dove il seme si era accumulato. Il liquido tiepido le colava lungo le dita, e quel contatto viscido non le dava nausea. La eccitava. Un ricordo improvviso la trafisse: la sensazione di essere stata riempita completamente, posseduta con una forza animalesca che l'aveva fatta sentire viva per la prima volta dopo anni. Il dolore iniziale si era trasformato in un brivido di piacere così intenso che le aveva fatto dimenticare la stanza, Giovanni, tutto. "Non... non mi toccare," sussurrò, ma la voce le tremava diversa. Non era più rabbia. Era qualcosa di più profondo, più oscuro.Cominciò a realizzare che le era piaciuto. Molto. Le immagini tornavano nitide: le mani di Paolo che le affondavano nei fianchi mentre lei si contorceva sotto di lui, il suo odore di sudore e tabacco che le riempiva i polmoni, il suono roco delle sue bestemmie quando il suo corpo si era stretto intorno a lui nel momento culminante. Quel ricordo le fece inarcare la schiena contro il pavimento freddo, un gemito strozzato che le sfuggì dalle labbra. La paura si stava trasformando in qualcos'altro. Una strana eccitazione mescolata a vergogna. L'idea che Paolo sarebbe tornato il giorno dopo non era più così tragica. Era terribile. Era inevitabile. Ma soprattutto... era desiderabile."Giovanni," sussurrò Elena, la voce roca ma stranamente ferma. Le sue dita continuavano a esplorare il proprio corpo, seguendo la scia di sperma che le colava lungo le cosce interne. "Domani... quando tornerà." Fece una pausa, chiudendo gli occhi mentre un altro fremito la scuoteva. "Tu rimani nell'altra stanza. Non voglio che tu assista." Le parole erano chiare, taglienti. Non una richiesta. Un ordine. Non voleva gli occhi impauriti di Giovanni su di lei mentre Paolo la prendeva di nuovo. Non voleva la sua pietà, la sua debolezza. Quella era una cosa tra lei e Paolo adesso. Una cosa sporca, violenta, necessaria. E voleva Paolo dentro di sé ancora, profondamente, brutalmente. Voleva che le aprisse il culo come aveva fatto quella sera, che la riempisse di nuovo di sborra fino a farla sgocciolare. L'idea di essere diventata proprietà di Paolo la faceva sentire stranamente potente. Posseduta, ma non più vittima. Era sua. E lui avrebbe reclamato ciò che era suo.Giovanni impallidì, il volto contratto in una maschera di dolore e vergogna. "Elena, per favore..." Balbettò, le mani tremanti protese verso di lei. "Non posso... non posso lasciarti sola con lui di nuovo." Ma lo sguardo di Elena lo fermò come un pugno nello stomaco. Non c'era più traccia della moglie che aveva pianto e supplicato. Gli occhi erano diventati scuri, profondi, lucidi di una determinazione feroce e animalesca. Era lo stesso sguardo che aveva visto negli occhi di Paolo quando aveva premuto il suo cazzo contro il culetto stretto di Elena prima di sfondarla. "Non sei tu a decidere," disse lei, la voce un ruggito basso. "Sei stato tu a perdermi al poker. Sei stato tu a farmi diventare la sua puttana. Ora paghi le conseguenze." Ogni parola era un chiodo nella carne di Giovanni. Lui aveva causato tutto questo. Lui aveva trasformato la sua Elena in questa cosa assetata di sesso violento. E ora doveva subire l'umiliazione di saperla con un altro senza poterla vedere.Elena si alzò dal letto con un movimento fluido, il corpo ancora segnato dai lividi violacei sulle anche e dalle tracce biancastre che le colavano lungo le cosce interne. Si avvicinò alla finestra, scrutando la strada deserta oltre le tende. Il silenzio della stanza era rotto solo dal respiro affannoso di Giovanni e dal ticchettio dell'orologio sul comodino. "Fino a quando questo debito non sarà pagato," disse senza voltarsi, la schiena nuda e orgogliosa contro la luce fioca della luna. "Non ti avvicinare più a me. Non sono più tua moglie. Sono di Paolo." Le parole erano chiare, taglienti come il vetro rotto. "Solo lui può scoparmi. Solo lui può riempirmi il culo quando gli pare." Si voltò lentamente, gli occhi che bruciavano di una rabbia fredda e desiderio represso. "Tu... se vuoi..." Fece una pausa, un sorriso amaro che le increspò le labbra gonfie. "Puoi solo masturbarti. Pensando a me. Pensando a come Paolo mi sfonda quel buco che un tempo era tuo. Pensando alla sua sborra che mi cola fuori mentre io gli chiedo ancora." La voce si fece un sussurro roco, pieno di disprezzo e una strana eccitazione. "Perché sai che ci godo. Sai che mi piace quando mi fa male." Giovanni sentì le gambe cedere, le ginocchia che battevano sul pavimento freddo. Elena lo guardò dall'alto, come fosse un insetto schiacciato. "Ora vattene," ordinò. "Ho bisogno di lavarmi la sua sborra di dosso. E prepararmi per domani." Si voltò verso il bagno, lasciando Giovanni solo nella stanza impregnata dell'odore acre del sesso violento e del seme di Paolo.Giovanni rimase inginocchiato sul pavimento freddo a lungo dopo che Elena si era chiusa nel bagno. Il suono dell'acqua corrente sembrava martellargli il cervello, ogni goccia che cadeva gli ricordava il rumore dello sperma di Paolo che sgocciolava dal corpo di sua moglie. Si portò le mani tremanti al volto, annusando le tracce del seme che Elena aveva lasciato sulle sue dita quando lo aveva respinto. Quell'odore dolciastro e acre allo stesso tempo gli provocò un'improvvisa erezione, mescolata a una nausea profonda. Si masturbò freneticamente nell'ombra della stanza, gli occhi fissi sulla porta del bagno, immaginando Elena sotto la doccia che si puliva il culo ancora dolorante, le dita che cercavano di estrarre l'ultima goccia di Paolo. Ogni gemito soffocato che gli arrivava attraverso la porta lo faceva venire più forte, più velocemente. Quando raggiunse l'orgasmo, fu con un grido strozzato di vergogna e desiderio, lo sperma che gli schizzava sulle mani mentre nella mente vedeva Paolo che riempiva Elena di nuovo, più forte, più profondo. Cadde in avanti, il respiro affannoso, il corpo coperto di sudore freddo. Proprio allora la porta del bagno si aprì. Elena uscì avvolta in un asciugamano, la pelle ancora umida e rossa, i capelli scuri appiccicati alle spalle. Lo guardò per un secondo, il suo sguardo che scivolò sul seme che gli colava dalle mani sul pavimento. Un'espressione di disgusto misto a compiacimento le attraversò il volto. "Pulisciti," disse freddamente. "E pulisci anche questo schifo che hai fatto." Indicò la pozza biancastra sul pavimento con un piede nudo. "Domani Paolo tornerà. E io voglio che questa casa sia perfetta quando mi prenderà sul nostro letto."

Giovanni obbedì senza parlare. Prese della carta igienica dal bagno e iniziò a pulire freneticamente il pavimento, le mani che tremavano mentre assorbivano il suo stesso sperma. Ogni movimento gli ricordava Elena che si puliva il culo dopo Paolo, le dita che affondavano nella carne ancora rossa. Quando ebbe finito, Elena era già nel letto, voltata verso il muro. Si avvicinò con passo incerto. "Elena..." iniziò, ma lei tagliò corto. "Non parlare. Non toccarmi. Non sei tu che devo pulire." Si girò lentamente verso di lui, gli occhi scuri nella penombra. "Paolo mi ha lasciato un regalo dentro. Vuoi vedere?" Disse con voce stranamente dolce, quasi sensuale. Senza aspettare risposta, sollevò leggermente il lenzuolo, mostrando il suo culo ancora gonfio e arrossato. Le tracce biancastre erano ancora visibili tra le natiche. "Questa è la sua firma. La sua proprietà." Giovanni sentì un nuovo fremito di eccitazione mescolato a vergogna. "Quando lui se ne sarà andato," continuò lei, fissandolo negli occhi, "tu pulirai tutto. Con la lingua. Leccherai ogni goccia che ha lasciato dentro di me. Fino all'ultima." Le parole erano un ordine chiaro, tagliente. "Poi tornerai nella tua cuccia. E penserai alla prossima volta che mi scoperà. Perché sai che tornerà. E sai che io lo aspetterò."La mattina seguente, Elena si svegliò prima dell'alba. Si alzò dal letto senza guardare Giovanni che russava sul pavimento, avvolto in una coperta. Si vestì con cura: una gonna stretta che accentuava le curve e una camicetta che lasciava intravedere i lividi violacei sul collo. Si truccò gli occhi con precisione, accentuandone lo sguardo profondo e sfidante. Quando Giovanni aprì gli occhi, la trovò in piedi davanti allo specchio dell'ingresso, che aggiustava la scollatura. "Stai bene?" balbettò lui, ancora intontito dal sonno. Elena sorrise, un'espressione fredda e calcolata. "Mai stata meglio," rispose. "Oggi è un giorno importante. Paolo torna stasera." Si voltò verso di lui, gli occhi che bruciavano. "Tu vai in banca. Prendi quei soldi. E se non ci riesci..." Fece una pausa teatrale, avvicinandosi. "...preparati a pulire molto più sperma.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 5 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista