"Preparati. Ci saranno clienti importanti." Si voltò, i suoi occhi la scrutarono ancora, quel lampo indecifrabile ancora presente. "E... stasera hai fatto bene." La lode, seppur rozza, cadde come una pietra nello stagno della mente di Elena. Non era un "brava cagna". Era un "hai fatto bene". Un fremito la percorse. Guardò Paolo mentre usciva dalla stanza, la porta che si chiudeva con un clic sommesso. Rimase seduta sul letto sporco, le dita che toccavano le labbra ancora formicolanti. Il vuoto dentro di lei non era scomparso, ma si era riempito di una nuova, vertiginosa confusione. Quel bacio. Quello sguardo. Era possibile? Paolo, il suo padrone, il suo violentatore... stava forse cedendo a qualcosa di più? Il terrore si mescolò a un'ondata di speranza pericolosa, accecante.
Si trascinò nella doccia. L'acqua fredda la svegliò dai pensieri, ma non poté cancellare il ricordo delle sue labbra. Si insaponò con forza, come per lavare via ogni traccia di debolezza, ma il gesto era meccanico. La mente tornava a Luca l'uomo gentile con gli occhi azzurri. "Se vuoi scappare, posso aiutarti." Le parole risuonarono nitide. Prima, la risposta era stata un riflesso condizionato. "Sono sua." Ora, guardandosi le costole segnate dai lividi nel vapore dello specchio, un dubbio atroce le serrò lo stomaco. Cosa significava davvero essere "sua"? Possesso? O... qualcosa che assomigliava quasi a un riconoscimento? Si asciugò in fretta, il cuore in gola. Tornò nella camera da letto. L'odore di sesso e sperma era ancora forte. Si inginocchiò sul lenzuolo macchiato, pronta a leccare come ordinato. Ma poi si fermò. Guardò la pozza biancastra. Non lo fece. Per la prima volta, disobbedì. Si alzò, prese un asciugamano bagnato e pulì via lo sperma con gesti rapidi, meccanici. Un atto minuscolo di ribellione, o forse solo stanchezza. Si gettò sul letto, il corpo un unico dolore pulsante. Gli occhi le si chiusero, ma il sonno non arrivava. Vedeva solo gli occhi neri di Paolo, quel bacio improvviso, e la domanda che le bruciava dentro: cosa sarebbe successo adesso?La mattina dopo si svegliò prima dell'alba, il corpo indolenzito. Preparò il caffè con movimenti lenti, tagliò il pane. La colazione di Paolo: nera, forte, senza zucchero. Lo mise sul tavolo con un piattino. Si vestì in fretta: una gonna lunga, un maglione largo che coprisse i lividi sul collo. Stava già aprendo la porta di casa quando sentì la sua voce roca dietro di lei. "Dove vai?" Paolo era in piedi sulla soglia della camera, i capelli arruffati, addosso solo i boxer. Lo sguardo era torvo, ma non immediatamente violento. Elena si bloccò, la mano sulla maniglia. "Vado al lavoro," rispose, la voce più ferma di quanto si aspettasse. "Manco da due giorni. Se non vado, rischio di perdere il posto." Indicò il tavolo in cucina con un cenno del capo. "La colazione è pronta." Paolo la scrutò per un attimo, gli occhi che sembravano cercare qualcosa nel suo sguardo. Poi annuì, distratto. "Ok. Ci vediamo stasera. Preparati. Al locale ti aspettano con ansia." Un ghigno gli comparve sulle labbra. "Ieri hanno incassato più dell'incasso di una intera settimana. Sembri piacere, troietta." Elena non rispose. Chiuse la porta dietro di sé con un clic secco, il suono che tagliava l'aria pesante dell'appartamento.Scese le scale a testa bassa, il cuore stretto in una morsa. Aveva sperato, follemente, che quel bacio nella notte avesse significato qualcosa. Che forse, dietro la ferocia, ci fosse un barlume d'altro. Che non l'avrebbe più portata in quel posto di sudore e mani estranee. Ma si era sbagliata. Paolo vedeva solo i soldi. Lei era solo merce. Merce redditizia. L'aria fredda del mattino le schiaffeggiò il viso quando uscì dal portone. Respirò a fondo, cercando di scrollarsi di dosso la delusione amara. Doveva andare al lavoro. Alla biblioteca comunale. Un altro mondo. Un mondo di silenzio, di polvere sui libri, di luce pallida che filtrava dalle alte finestre. Un mondo dove, forse, poteva ancora fingere di essere normale. Di essere Elena, non la troia di Paolo. Si strinse nel maglione, accelerando il passo. La città si svegliava attorno a lei, ignara.Mentre camminava, il rumore dei passi sul marciapiede bagnato divenne un mantra. Paolo. Luca. Paolo. Luca. Le parole di Luca, l'uomo dagli occhi azzurri, le tornarono alla mente con prepotenza. "Se vuoi scappare, posso aiutarti. Adesso." Quella gentilezza improvvisa, quella percezione della sua paura, le aveva fatto un effetto strano. Come un sorso d'acqua fresca nel deserto. Ma poi aveva rifiutato. Con la certezza istintiva di chi sa che ogni fibra del suo essere appartiene al padrone. O forse... alla dipendenza? Si fermò a un semaforo rosso, le dita che affondarono nelle tasche del maglione. Aveva davvero bisogno di Paolo? Di quel dolore che diventava piacere, di quella violenza che riempiva il vuoto? O era solo una schiava della disperazione, incapace di immaginare un'altra via? Il vuoto che sentiva dopo ogni rapporto... era davvero colmato da Paolo, o solo amplificato? Il semaforo diventò verde. Attraversò, il passo incerto.La biblioteca comunale spalancò le sue porte silenziose davanti a lei. L'odore familiare di carta vecchia e legno lucidato la avvolse come un abbraccio. Qui, tra gli scaffali polverosi, poteva essere ancora Elena Rossi, assistente bibliotecaria, non la "troietta" di Paolo. Si diresse verso il bancone principale, dove la collega Carla stava sistemando pile di libri restituiti. "Elena! Finalmente!" sussurrò Carla, gli occhi pieni di preoccupazione genuina. "Stavamo iniziando a preoccuparci. Tutto bene? Hai avuto l'influenza che gira?" Elena forzò un sorriso, evitando il suo sguardo. "Sì, sì, niente di grave. Solo un po' debole." Carla la scrutò, notando forse il pallore, le occhiaie profonde. "Se hai bisogno di parlare..." iniziò, ma Elena scosse la testa con un gesto brusco. "Tutto a posto, Carla. Grazie." Si voltò verso il carrello dei libri da ricollocare, afferrandolo come un'ancora di salvezza. Il bisogno di Paolo pulsava ancora dentro di lei, un richiamo oscuro e familiare. Ma l'immagine di Luca, della sua offerta disinteressata, le rimase incollata alla mente. Chiedere aiuto? Ammettere a uno sconosciuto l'orrore della sua vita? Era una follia. O forse l'unica via d'uscita prima che Paolo la spezzasse definitivamente.Il silenzio della biblioteca divenne un boato. Ogni volta che un uomo si avvicinava al bancone per chiedere un libro, Elena tratteneva il fiato, il cuore in gola. Le mani tremavano mentre inseriva i codici a barre nel computer. Non voleva tornare in quel posto squallido e volgare. Non voleva sentire addosso le mani unte di sudore di sconosciuti, le dita che le frugavano tra le gambe, le labbra viscide che le succhiavano il collo mentre Paolo contava i soldi nell'ombra. Il ricordo della stanza privata con l'uomo dagli occhi febbrili le fece venire la nausea. Il suo alito pesante di birra, le unghie sporche che le graffiavano la schiena mentre la spingeva giù sul divano di finta pelle. E Paolo che aspettava fuori, indifferente, fumando. Merce. Era solo merce da usare e da cui spillare denaro. Un brivido di disgusto le percorse la schiena, così violento che dovette appoggiarsi allo scaffale metallico. Il maglione largo le sembrò improvvisamente una barriera troppo sottile contro il mondo.Poi prese una decisione. Con gesti furtivi, come se temesse che Paolo potesse materializzarsi tra gli scaffali di Storia Moderna, frugò nella tasca interna della borsetta. Le dita incontrarono prima il portamonete vuoto, poi un pezzo di carta rigida, liscio ai bordi. Il biglietto da visita di Luca. Lo estrasse, guardandolo come fosse una reliquia pericolosa. Nome, numero di telefono, nient'altro. Niente indirizzo, niente logo aziendale. Solo quelle undici cifre stampate in caratteri sobri, eleganti. Gli occhi azzurri di Luca le apparvero vividi nella memoria. La sua gentilezza. La domanda diretta: "Paolo ti costringe, vero?" Un'offerta limpida: "Posso aiutarti. Adesso." Elena chiuse gli occhi. Sentì il sapore dello sperma di Paolo in gola, il dolore familiare del suo cazzo nel culo, il vuoto che quella violenza riempiva solo per pochi, preziosi istanti. E poi il bacio. Quell'improvviso, brutale contatto di labbra che le aveva bruciato l'anima più di qualsiasi schiaffo. Era una trappola? O una possibilità? Il polso le pulsava alla tempia. Con un respiro profondo, quasi un singhiozzo represso, afferrò il telefono dal bancone. Le dita tremanti composero il numero, cifra dopo cifra. Ogni tasto premuto era un tradimento, una speranza folle. Portò il cellulare all'orecchio. Il segnale di chiamata iniziò a squillare. Uno. Due. Il silenzio della biblioteca si fece assoluto, opprimente. Al terzo squillo, una voce maschile, calma e distinta, rispose dall'altro lato. "Pronto?"Elena trattenne il fiato. Le parole le si incastrarono in gola, secche come pagine di un libro antico. Guardò Carla che sistemava volumi più in là, ignara. Il rumore del suo cuore sembrava rimbombare tra gli scaffali. "Buongiorno Luca," riuscì a dire con la voce simile ad un sussurro roco . "Sono Elena. Si ricorda di me? Ci siamo visti ieri sera... nel locale di Paolo." Fece una pausa, cercando di controllare il tremore. "Io... io ho bisogno di aiuto. Quello che mi ha offerto. È... è ancora valido?" La domanda le uscì in un soffio, carica di una vergogna bruciante e di una disperata speranza. Dall'altro capo, un attimo di silenzio. Poi la voce di Luca, più bassa, più decisa: "Dove sei adesso? Sei al sicuro?""Biblioteca comunale," rispose, afferrando il bordo del bancone come un'ancora. "Sono al lavoro. Qui... qui sono al sicuro per ora." Sentì il peso delle parole. Per ora. Paolo sarebbe venuto a prenderla alla chiusura. Le mani le sudavano fredde. "Non posso parlare a lungo. chiamo col telefono dell'ufficio, Paolo mi controlla il cellulare." Luca tagliò corto, il tono diventando operativo: "Ascolta bene. All'una e mezza, esci per la pausa pranzo. Vai al bar di fronte alla stazione centrale che e vicino alla biblioteca. Chiedi del proprietario, Aldo. Digli di preparare un caffe speciale per Luca. poi seguilo Lui ti porterà in un posto sicuro. Non tornare in biblioteca." Elena annuì, anche se lui non poteva vederla. "Sì," sussurrò. "Sì, capito." "E Elena," aggiunse Luca, la voce un filo più morbida, "non portare nulla. Solo te stessa. Ci vediamo dopo." La linea si interruppe. Elena riagganciò, le dita intorpidite. Guardò l'orologio sul muro: le dieci del mattino. Tre ore e mezza. Un'eternità. Un battito di ciglia. Ogni minuto che passava era un passo più vicino a Paolo, a quella sera al locale, alle mani estranee che l'avrebbero
